Renzo Piano: l'architetto della luce, il docufilm al cinema | Architetto.info

Renzo Piano: l’architetto della luce, il docufilm al cinema

Nelle sale il documentario del pluripremiato regista spagnolo Carlos Saura che racconta le fasi della progettazione del Centro Botin (inaugurato il 23 giugno 2017 a Santander) attraverso le parole e gli occhi del suo ideatore. Il nostro commento

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L’atteso documentario Renzo Piano: l’architetto della luce sarà nelle sale italiane il 14, 15, 16 e 17 ottobre. Il film – girato dal pluripremiato regista spagnolo Carlos Saura – segue la progettazione del Centro (museale) Botin a Santander (in Cantabria) dal concepimento nel 2010 alla consegna alla città il 23 giugno 2017. L’opera, girata con stile sobrio e posato, indaga gli assiomi dell’architettura, dando a Piano ampio spazio per riflessioni su arte, tecnica, bellezza e sul tema da cui è più affascinato: l’interazione tra edificio e luce.

Tekné e Poetica

Il docufilm, in un’ora circa, ricostruisce le fasi della realizzazione del Centro Botin, innalzando il progetto ad archetipo della visione tecnico-creativa di Piano. L’edificio è la risposta all’esigenza della comunità di Santander di ri-immaginare un’area portuale prospiciente il centro cittadino, adibita, prima dei lavori, a molo in parziale disuso. La riqualificazione è stata promossa dalla Fondazione Botin, guidata prima dall’ex presidente del Banco Santander Emilio Botin e, alla morte di quest’ultimo nel 2014, dal figlio Javier.

Piano fonda il progetto sull’interpretazione plastica dell’anelito al mare della città di Santander (affacciata sul Golfo di Biscaglia). La costruzione – composta da due volumi arrotondati di differenti dimensioni sostenuti da colonne – è in parte sospesa sull’Oceano. I raccordi esterni – che formano una piazza composita strutturata su più livelli – sono costituiti da passerelle in vetro e acciaio e sfociano anch’essi sul mare, con un trampolino sospeso per venti metri sull’acqua.

L’architetto italiano ha intrecciato, nel concept, il proprio background al bisogno di condivisione manifestato dai cittadini, che nel Centro hanno trovato un nuovo nucleo di gravitazione civica. Piano si autodefinisce, nelle conversazioni con Saura che scandiscono il documentario, uomo nato e cresciuto sul mare (a Genova), con una pulsione irrefrenabile verso acqua e luce. L’acqua è occasione di compenetrazione volumetrica e di gioco: gli edifici formano col mare simbiosi metafisiche. La luce è sia ciò che illumina scolpendo le forme della materia, sia il lampo creativo (non casuale il riferimento al rinascimentale Brunelleschi) che si fa struttura concreta; centro d’aggregazione emotivo e cerniera tra generazioni.

Tekné e poetica, nella visione di Piano, sono un tutt’uno. L’architettura è arte civica: la qualità materiale dell’opera ne garantisce la durata, ma è la visione artistica – che prende forma in ogni fase del lavoro, dal disegno al cantiere – a permettere l’aspirazione all’immortalità costruttiva.

Un’arte, mille arti: Piano e la grandezza gentile

Per il regista Saura – che, a essere onesti, si fa travolgere dal pacatissimo Piano fornendo un contraddittorio narrativo talvolta troppo sfumato – il confronto è occasione per un accostamento tra arti e per interrogarsi sul senso del fare arte. Cinema e architettura vanno a braccetto: i collaboratori di Piano come coprotagonisti, Santander è la location, gli abitanti un po’ pubblico sullo sfondo e un po’ motori narrativi (qualcuno anche antagonista) del processo costruttivo. E poi la musica, sinfonica, onnipresente per tutta la durata di L’architetto della luce. E la fotografia, che è l’altra passione di Saura. E di Piano che – pur se ammette di sentirsi in difetto nei confronti di chi ha il potere di immortalare la vita con un click – da decenni fa lo stesso con le sue visioni architettoniche, flash di luce dopo flash di luce.

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