Co-housing e architettura eco-semplice: parola di Tamassociati | Architetto.info

Co-housing e architettura eco-semplice: parola di Tamassociati

Simone Sfriso, cofondatore di Tamassociati, ci racconta perch il loro approccio ha ricevuto numerosi riconoscimenti. E anche del quartiere di co-housing a Villorba

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Lo studio Tamassociati, eletto dal Cnappc ‘architetto dell’anno 2014‘, basa la propria pratica su un’idea concreta: coniugare l’architettura con l’impegno civile, i valori di equità, sostenibilità e sviluppo dei beni comuni. Oltre ai progetti per Emergency, Simone Sfriso – co-fondatore dello studio – ci illustra il progetto del quartiere di co-housing a Villorba (Treviso) appena inaugurato.


Aga Khan Award 2013”, Zumtobel group Award 2014, vincitori del premio Architetto Italiano,  2014: cosa hanno segnato questi numerosi premi?

I premi sono il riconoscimento di un’attività che Tamassociati svolge da circa 20 anni, e si accomunano tra loro proprio in virtù della nostra specificità, all’interno di un panorama architettonico nazionale e internazionale che sta riflettendo su nuove modalità progettuali. Ciò che è interessante rilevare è come molte istituzioni abbiano voluto riconoscere attraverso questi premi un diverso modo di fare architettura, ponendo al centro il processo attraverso il quale si arriva alla costruzione del progetto e all’impatto che questo ha nella comunità locale e nel luogo in cui è stato realizzato. In questo senso Zumtobel ha voluto premiare la clinica pediatrica in Sudan di Emergency per i contenuti di innovazione che aveva, ma anche per l’impatto sociale che questo progetto ha avuto. Sta maturando una nuova attenzione all’architettura vista in termini più ampi dove, come diceva Giancarlo De Carlo, il processo è importante tanto quanto l’edificio costruito. Di questa affermazione, a cui credo, ci siamo dimenticati; finalmente, ora mi sembra si stia ritornando a un’attenzione più ampia.

La clinica pediatrica di Emergency a Port Sudan (2012)


In che cosa consiste la vostra “specificità”?

Sin dall’inizio il nostro obiettivo è stato quello di porci come agenzia creativa di comunicazione e architettura, indirizzata al mondo del sociale e alla variegata galassia delle associazioni no-profit, fino ad arrivare alle Ong e alla cooperazione internazionale. Abbiamo avuto anche incarichi da parte delle pubbliche amministrazioni, lavorando sempre su temi progettuali che avessero attinenza con il sociale, abbiamo cercato di far collimare le nostre aspirazioni civili personali con la nostra pratica professionale, sostenendo che se un architetto non può scegliere la committenza, può però scegliere dove andare a cercare la committenza.

Prima citava De Carlo, il quale infatti nel 1972 scriveva che “l’architettura del futuro sarà caratterizzata da una partecipazione sempre maggiore dell’utente alla sua definizione organizzativa e formale”. Come interpretate voi questa lezione?

L’approccio partecipativo al progetto di De Carlo appartiene al nostro dna. Instauriamo un dialogo serrato con il nostro committente e con chi abiterà l’edificio; le nostre opere nascono sempre da processi partecipativi e di condivisione. Ad esempio qui a Venezia, nell’isola di Pellestrina, siamo stati coinvolti nella fase di ridefinizione del piano regolatore; ugualmente è avvenuto per gli ospedali e le cliniche di Emergency e, in tempi più recenti, con i progetti di co-housing a Villorba e a San Lazzaro a Bologna.

I progetti per Emergency sono calati nel territorio e rispondono alle esigenze locali. Ci sono conoscenze tecnologiche, sistemi costruttivi, impiego di alcuni materiali che avete appreso in loco e che avete trasferito qui?

Quando abbiamo iniziato a collaborare con Emergency stavamo lavorando a un progetto per noi allora importante, ovvero la sede amministrativa di Banca Etica a Padova. Per questo edificio la committenza si era posta l’obiettivo di mostrare la propria missione sociale, pertanto abbiamo sviluppato molta ricerca sul tema del risparmio energetico, conseguendo la classificazione Casaclima.

I progetti di Emergency nascono da quell’esperienza e sensibilità, anche se inseriti in un contesto climatico molto diverso e vincolati a un budget controllato, la cui sfida era mantenere uno standard qualitativo alto a fronte di una disponibilità di spesa stringente.

Andare all’essenziale delle cose, attraverso un processo di riduzione, senza rinunciare a standard elevati è una sfida impegnativa che abbiamo cercato di risolvere unendo tecnologie tradizionali, materiali reperibili in loco e innovazione tecnologica. Si tratta di un processo che ha impiegato molto tempo a sedimentarsi; tale ricerca ci ha condotti a quella che chiamiamo “architettura eco-semplice”, ovvero come sposare l’ecologia alla semplicità, non come valore di per sé ma come necessità. Gli edifici devono infatti rivelarsi di facile realizzazione, presentare semplici caratteristiche di funzionamento e garantire bassi costi di esercizio. Ad esempio, un elemento che accomuna i progetti dell’area subsahariana è stato quello di riproporre il sistema di ventilazione e raffrescamento dell’aria proprio delle torri del vento, strutture tipiche dell’architettura egiziana e persiana.

Con un progressivo affinamento siamo riusciti ad arrivare a valori interessanti sfruttando il processo del basement cooling, in cui l’aria passa attraverso un tunnel e viene trattata da docce nebulizzate al fine di filtrarsi naturalmente. I muri che abbiamo realizzato negli edifici in Sudan riflettono le tecniche costruttive tradizionali e dunque sono cavi, ovvero presentano un’intercapedine. Lo stesso tipo di muro è stato realizzato nell’intervento di co-housing a Villorba. Inoltre, l’impiego di mattoni microforati rende il muro più performante. L’idea è stata trasferita dall’Africa e ci ha permesso di ripensare a come costruire qui da noi, con sobrietà e semplicità, senza per questo imporre una rinuncia. Nelle case di Villorba abbiamo realizzato muri 100% in laterizio, senza pannelli isolanti, cappotti, garantendo comunque valori di escursione termica elevati.

La sede di Banca Etica a Padova (2011)

Simone Sfriso ci racconta il quartiere di co-housing “4 passi” a Villorba (Treviso)

Il quartiere di co-housing “4 passi”

Il progetto di Villorba nasce essenzialmente da un interesse per i temi dell’abitare condiviso e dalla constatazione che il mercato edilizio non ha saputo aggiornarsi e dare le risposte a una società italiana che è profondamente cambiata. Il settore immobiliare ha continuato a proporre case ed alloggi tarati per un modello di nucleo familiare tradizionale (ad esempio il tipico quadrilocale con due bagni). Questo, tuttavia, non è più il modello centrale, tant’è che la domanda è mutata ma il mercato non ha saputo dare risposte adeguate.

Abbiamo quindi cercato di ribaltare l’approccio progettuale: siamo partiti dalle persone, per strutturare un percorso in cui i cittadini fossero messi nelle condizioni d’intervenire direttamente nel processo, al fine di arrivare a costruire in base alle loro esigenze, attraverso percorsi partecipativi. L’idea è nata nel 2011, chiacchierando con Alessandro Franceschini, allora presidente della Cooperativa Pace e sviluppo, la quale si occupa di commercio equo-solidale e organizza una manifestazione fieristica (“4 passi”… verso un mondo migliore), in cui mostra il proprio operato e altre buone pratiche del territorio trevigiano. L’edizione 2011 aveva per tema “Riprendiamoci la terra”, ponendo così una serie di riflessioni attorno all’uso responsabile del territorio, in termini di agricoltura, architettura ed edilizia. In questo ambito è nata l’idea di costruire l’ecoquartiere “4 Passi”.

Dopo aver raccolto un primo gruppo di adesioni, abbiamo organizzato un ciclo d’incontri aperti al pubblico su temi quali co-housing, ecoquartiere, bioarchitettura. Sul modello decarliano, abbiamo formulato un questionario per comprendere le esigenze dei diversi nuclei familiari, ponendo così le basi per la realizzazione di un documento di linee guida per il progetto. Abbiamo condotto la ricerca immobiliare per costruire 9 unità abitative, oltre agli spazi verdi e una casa comune di 120 mq, con portico, spazio per l’acquisto di prodotti ecosostenibili, sala polivalente e magazzino. Anche gli spazi verdi sono condivisi e comprendono circa 5.000 mq.

Le abitazioni sono state tagliate tra i 90-100 mq sulle esigenze delle famiglie, ognuna delle quali ha scelto di destinare circa 15 mq alla costruzione della casa comune. Il co-housing consente non solo di condividere risorse e spazi ma anche di registrare notevoli risparmi e benefici economici a partire dalla capacità d’acquisto in sede di contrattazione immobiliare, oltre a benefici gestionali nella realizzazione di impianti più efficienti, in grado di ridurre i consumi e dividere i costi delle manutenzioni. È sicuramente un progetto di nicchia che si sta tuttavia allargando, grazie a una maggiore consapevolezza degli attori pubblici e privati circa la necessità di sviluppare nuove visioni e scelte progettuali nell’abitare.

L’autore


Teresita Scalco

European MA in Storia dell’architettura (Università di Roma Tre, 2006) e PhD in Scienze del Design all’Università Iuav, 2013, Scalco è stata visiting researcher all’Istanbul Bilgi University SALT ad Istanbul. Con M. Valeri è stata co-curatrice del convegno Istanbul City Portrait (2012) ed è co-editor dell’omonima guida (Compositori Editore, 2015). È membro del comitato redazionale di AAA/Italia e AIS/Design. Dal 2007 collabora con «Il Giornale dell’Architettura».

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