Come l’architettura modella il comportamento: intervista a Kim Herforth Nielsen (3XN) | Architetto.info

Come l’architettura modella il comportamento: intervista a Kim Herforth Nielsen (3XN)

Abbiamo incontrato il fondatore dello studio danese 3XN, Kim Herforth Nielsen, studio tra i maggiori innovatori in Europa, tra digital fabrication e architettura parametrica

Kim Herforth Nielsen – Courtesy of 3XN
Kim Herforth Nielsen – Courtesy of 3XN
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A margine della lecture tenuta al Politecnico di Milano, incontriamo l’architetto danese Kim Herforth Nielsen, fondatore di 3XN. Lo studio, inaugurato nel 1986, mutua il nome dai 3 soci fondatori, tutti di cognome Nielsen; infatti, la sigla 3XN sta per “3 volte Nielsen”. Ad oggi, lavorano al suo interno 85 dipendenti, compresa la branca di ricerca e sviluppo nota come GXN (la G sta per “green”). Lo studio è stato insignito di numerosi riconoscimenti a livello europeo, quali il Green Building UE (nel 2012 e nel 2014), il RIBA Award UE (nel 2005, 2007, 2009, 2011, 2013 e 2014) e nominato al Premio Mies van der Rohe nel 2009. In un ottimo inglese, ci confida come la decisione di divenire architetto gli sia venuta a seguito di un suo soggiorno in Nuova Zelanda, periodo nel quale ebbe modo di conoscere da vicino i lavori di Roger Walker e Ian Athfield.

Sul vostro sito web affermate che il 90% della forma dell’edificio è deciso nel primo 10% del processo di progettazione. Quindi, già dalle fase preliminare, abbinate software parametrici per la ricerca del form-finding ottimale. In che modo essi vengono utilizzati per la definizione del concept? Su che aspetto costruttivo vanno ad influire?
Si, è proprio così. E’ l’inizio, il principio di ogni forma, in cui nulla è già deciso o precostituito. Noi ci approcciamo ai concorsi di progettazione in modo libero, anche in quelli da evadere in due settimane. Confermo, due settimane, non due mesi o più, ma comunque questa freschezza nelle fasi progettuali influenza sempre la forma finale. Questa viene decisa in base a cosa noi ci attendiamo che accada all’edificio, sia al suo interno che all’esterno, in modo tale che questo ne modelli i comportamenti di chi lo fruisce. Circa il contesto, come per gli spazi interni, senza dubbio analizziamo l’arco solare e i propri movimenti. Tutto ciò ha peso nella configurazione parametrica che noi utilizziamo per il disegno dell’edificio. E’ esattamente così, come ho appena detto, la complessità è solitamente la somma di differenti fattori che ne determinano il carattere artistico, un po’ come accade nella scultura, la quale non necessariamente deve riflettere o incarnare qualcosa. Un’altra discriminante è il costo, declinato nelle varie componenti dell’edificio, il quale deve sempre accompagnare la fattibilità dello stesso. In sostanza, è un processo molto, molto complesso.

Da sempre, il suo studio è attento alla risoluzione architettonica di problemi comportamentali, attraverso lo studio spaziale degli ambienti e la collaborazione continuativa con uno psicologo. In che modo voi influenzate l’architettura al fine di ottenere un comportamento, anche in riferimento agli studi sulla Prossemica e sulla Privacy?
La domanda è complessa, ma provo ad interpretarla riferendomi alle strategie progettuali da adottare per definire maggiore o minore privacy all’interno di un ambiente comune. Il nostro approccio lavorativo si basa, per una parte, sull’analisi di come vengono vissuti e utilizzati gli spazi progettati. Per 3 anni abbiamo studiato e valutato 6 edifici, intervistando le persone che ne fruiscono e come esse si muovono al loro interno. Ci siamo domandati se quel determinato tipo di ambiente fosse in grado di assolvere in maniera ottimale a quella determinata tipologia di lavoro che lì vi si svolgeva. Ora facciamo molto di più, esaminando l’intero edificio nel proprio complesso, avendo maturando una certa saggezza grazie a tale approccio, la cui elaborazione ha previsto anche l’aiuto di uno psicologo. Il lavoro di tale figura professionale si è incentrato sullo studio della rampa delle scale e di come le persone interagiscano mentre la percorrono, al pari di come avviene per i piani uffici. Ci siamo accorti che, proprio lì, la gente inizia a conversare. Ciò è stato possibile da appurare filmandone i movimenti dei fruitori e studiando i loro comportamenti. E’ proprio sulle scale, dunque, che si inizia la comunicazione, per via della differente modalità di movimento rispetto a quella tenuta nel percorrere lo spazio di un corridoio. Infatti, lì si modifica l’andamento della camminata, manifestando una possibilità concreta di iniziare a comunicare.

The Bridge by Buen Cultural Centre - courtesy of 3XN (1)

The Bridge by Buen Cultural Centre – courtesy of 3XN

The Bridge by Buen Cultural Centre - courtesy of 3XN (2)

The Bridge by Buen Cultural Centre – courtesy of 3XN

Abbiamo anche validato la teoria spaziale legata alla soggettività della percezione, secondo la quale alcune persone si sentono bene in ambienti ampi, altre in locali minori. Questa è utile quando ci si approccia alla progettazione di una scuola, un grande edificio all’interno del quale tutti debbono lavorare assieme, in cui si deve assicurare una modulazione dei vani, con spazi intimi e più grandi che convivono all’interno dello stesso ambiente. Un grande spazio non è sufficiente ad essere identificato quale fiore all’occhiello del progetto, per cui dobbiamo pensare alle esigenze di ogni singola persona, creando piccoli ambiti e, al contempo, grandi spazi, in relazione tra loro. Penso che, una delle qualità più importanti per un ambiente legato all’apprendimento sia quella di creare interazione, rappresentando essa un contenuto speciale e un patrimonio per tutti i fruitori. Così facendo, si può ricavare una piccola area intima dalla quale sia possibile osservare ciò che accade nell’ambiente più ampio, un po’ come avviene all’interno del paesaggio urbano. Pensiamo a Positano, per esempio, o a Venezia. La nostra attenzione è catturata da questo continuo alternarsi tra piccoli e grandi spazi, e ciò ti fa sentire a tuo agio. E’ questo il segreto che rende questi luoghi così meravigliosi e tale filosofia si può replicare nel modo in cui si progettano gli ambienti di un edificio.

Il suo studio è uno dei 4 finalisti del concorso “reiventer.Paris” per il sito di Pershing, insieme ad altri importanti nomi quali OMA e Sou Fujimoto. I recenti atti terroristici hanno in qualche modo influenzato il vostro approccio alla progettazione sociale e umana riguardo questa commessa?
Questa sì che è una domanda, davvero! Sto pensando alle ripercussioni che potrebbero generarsi alla scala ibrida, in cui i muri tornano a recitare un ruolo preciso. Ciò accade perché tutti si sentono più nazionalisti e legittimano, quindi, la loro erezione cercando protezione dietro questi. Quindi, tali echi influiranno sulla predizione e sulla programmazione degli spazi urbani ad uso pubblico, attuali e futuri. Io temo per questo. Come può la vita civile essere distrutta da pochi terroristi? Naturalmente, è orribile quanto è accaduto in Francia, ma ciò non deve cambiarci, dobbiamo continuare a vivere nel miglior modo possibile. Nel Paese Transalpino questo sta venendo meno, così come a Parigi, in cui si sta arrivando a cintare e a demarcare il paesaggio urbano. Circa la nostra proposta per Pershing (Immeuble-Ville, n.d.r.), noi prevediamo alcune aree comuni, ma quelle potenzialmente cintabili sono una, o due. Ciò, comunque, comporta zone maggiormente chiuse, ma, tuttavia, ancora aperte al pubblico. Io mi auguro che questo tipo di commistione, tra pubblico e privato, possa comunque ripensarsi, sia lì che in tutta Europa. Dobbiamo essere ottimisti, dobbiamo sforzarci di esserlo. Questo è un problema rilevante, e lo si vede da quanto influisca, sul pensiero della gente, il tema della sicurezza, quasi come una forzatura. Si guardi, come esempio, alle scuole danesi; esse sono aperte al quartiere e si può uscire fuori da esse. Non sono recitate, ma temo che possano divenirle in futuro, per via della paura collettiva che qualcuno possa introdursi e rapire i bambini. Ciò è molto pericoloso per l’intera qualità della vita, la quale può venire distrutta da pochi terroristi. Questo è il reale pericolo, ancora maggiore rispetto al rischio terroristico di per sè.

Museum of Liverpool - courtesy of domec (3)

Museum of Liverpool – courtesy of domec

Museum of Liverpool - courtesy of Colin Lane (1)

Museum of Liverpool – courtesy of Colin Lane

Dal 2007, fa parte del suo studio GXN, reparto di ricerca e sviluppo su materiali e processi. Tra i concetti promossi vi è quello del riuso, da voi considerato la “settima dimensione” del progetto e prevista dal Life Cycle Assessment. Quanto delle vostre costruzioni è riciclabile e come vi rapportate con la Embodied Energy nell’ambiente costruito?
Non ne posseggo i numeri precisi, poiché molto è tarato sulle esigenze del cliente anche in termini di costi. Naturalmente, grande impegno viene profuso per pensare a come si può rimodellare l’esistente, così da riutilizzarlo. Perciò, stiamo lavorando adottando una sorta di “passaporto” dei materiali impiegati nelle costruzioni attuali, in maniera da avere sotto controllo il riutilizzo degli stessi in previsione futura. Questa sensibilità è, però, differente da luogo a luogo, a seconda che tu ti trovi, ad esempio, a New York o a Parigi e dal tipo di materiale che il cliente intende utilizzare quale sua volontà espressa.

Ørestad College - courtesy of 3XN (1)

Ørestad College – courtesy of 3XN

Uno dei progetti di ricerca di GXN, “Digital Factory”, prevede la progettazione, costruzione e gestione robotica degli edifici, le quali permetteranno agli architetti di realizzare progetti avanzati a costi rapportabili a costruzioni “standard”. Una professione, quella dell’architetto, destinata quindi a essere a capo di una filiera o di gestione dei processi. Qual è la sua opinione in merito?
Abbiamo iniziato questa ricerca utilizzando la tecnologia detta “Bladerunner” (tecnologia di taglio con filo a caldo, n.d.r.), che non è “Blade Runner”, il film! Con esso si dà a tutti la possibilità tecnica di creare delle forme, impiegando materiali diversi senza creare pasticci di sorta. Si potranno elaborare, quindi, forme inusuali evitando alti costi di produzione. Penso sia una buona idea e che possa rappresentare il futuro. Credo proprio possa essere interessante e non vedo perché l’edificio non possa emulare, in qualche modo, un insieme chimico, poiché solo la chimica sa come produrre cose complicate. Ogni tanto, quando vedo un automobile, mi soffermo a pensare quanto complessa essa sia per via delle differenti parti che la compongono; eppure, non è poi così costosa. Concludo, quindi, affermando che dovremo lavorare congiuntamente alla chimica, in futuro, per realizzare questo tipo di progetti.

BladeRunner - courtesy of GXN (1)

BladeRunner – courtesy of GXN

BladeRunner - courtesy of GXN (2)

BladeRunner – courtesy of GXN

BladeRunner - courtesy of GXN (3)

BladeRunner – courtesy of GXN

Ho letto che i lavori di 3XN saranno esposti all’interno del Padiglione Danese alla prossima 15a Mostra Internazionale di Architettura 2016 a Venezia. Rispetto al tema generale dettato dal Direttore Alejandro Aravena, “Reporting from the Front”, come si collocano i suoi progetti? Quale sarà l’approccio scelto dai curatori danesi?
Il titolo, “Reporting from the Front”, è evocativo, ed esso dovrebbe, in qualche modo, ricollegarsi all’architettura. Hanno trovato davvero un titolo preciso, che può raccordarsi con l’umanesimo dell’architettura danese. Noi abbiamo una nostra tradizione a riguardo, e i curatori (Boris Brorman Jensen e Kristoffer Lindhardt Weiss, n.d.r.) vanno interrogandosi come l’architetto possa restituire alla gente questa peculiarità, portando avanti 2 progetti paralleli. Il Padiglione è studiato per essere una grande “wunderkammer”, che permetterà di poter ammirare, esposti, diversi tipi di plastici di edifici. Tre tra questi saranno i nostri, i quali costituiranno una parte di un insieme più ampio, il quale intenderà mostrare come gli edifici possano concretamente fare qualcosa per la gente. E’ un modo di pensare umanistico. Non so cosa intenderà affrontare Alejandro Aravena nella sua Biennale e lo inviterei nuovamente a Copenhagen per parlarne. So che egli ha fatto visita a molti architetti, probabilmente per appurare di persona cosa accade nel Paese e avere così dei feedback. Sono molto curioso di vedere cosa avrà in serbo. Questo tema si può esaminare in diversi modi, tra i quali, attraverso la lente del social housing, ma ovviamente non è la sola possibile. Penso, dunque, che la tematica sia molto interessante, l’ho affermato durante la presentazione a Venezia e lo ribadisco oggi di persona. E’ senza dubbio un grande titolo e i curatori danesi lo stanno interpretando per poter presentare i lavori più attinenti possibili all’interno del Padiglione. Come affermato all’inizio, un altro spazio sarà dedicato a Jan Gehl, che compirà ottanta anni il prossimo anno (il 2016 n.d.r.).

 

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