Come sarà il padiglione italiano alla Biennale di TAMassociati | Architetto.info

Come sarà il padiglione italiano alla Biennale di TAMassociati

Presentato a Roma il lavoro di Massimo Lepore, Raul Pantaleo e Simone Sfriso, che si concentrerà su azioni e progetti che possono fare dell’architettura un mezzo per dignità, diritti e renderla un bene comune

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In cosa risiede il valore sociale dell’architettura? Secondo quali parametri un’opera di architettura può essere definita esemplare? Perché una collettività dovrebbe riconoscersi nel lavoro dei suoi architetti? Come può l’architettura creare un bene comune? In che modo si può parlare di architettura dove i mezzi sono cronicamente limitati? Nelle periferie, come può l’architettura promuovere inclusione e lotta alla marginalità?

Il progetto che si sta realizzando per il padiglione italiano alla sempre più vicina Biennale di Architettura di Venezia da parte dei curatori TAMassociati, ai quali attraverso la nomina di Simone Sfriso è stata affidata la curatela a conclusione di una selezione che ha valutato dieci proposte, prende le mosse dalla consapevolezza che le risposte alle domande giuste, ma soprattutto a quelle più scomode, sono fondamentali per costruire una buona architettura, capace di offrire dignità e diritti.

In linea con le recenti preoccupazioni ministeriali e con la non secondaria consapevolezza che, per effetto delle modifiche portare al Codice dei beni culturali dal decreto sviluppo 2011 circa gli anni di non tutelabilità di un bene aumentati da 50 a 70, non saranno più rimandabili le valutazioni di vincolo per gli edifici realizzati nel secondo dopoguerra, avrà luogo d’elezione nelle città e nelle loro periferie, che sono anche state al centro dei micro progetti di riqualificazione urbana di Renzo Piano.

Presenti insieme alla conferenza stampa, oltre al ministro Dario Franceschini, al presidente della Fondazione Biennale di Venezia Paolo Baratta e all’architetto Federica Galloni a capo della Direzione generale Arte, architettura contemporanee e periferie urbane del MiBACT, Massimo Lepore, Raul Pantaleo e Simone Sfriso confermano ancora una volta la realtà di un lavoro collettivo che sta traendo spunto dalla costante e connotata attività portata avanti dallo studio TAMassociati nel corso degli anni.

Senza ancora scendere nei dettagli di nomi e collaborazioni di un progetto che conterà su 400.000 euro di finanziamenti pubblici e altrettanti provenienti da sponsor privati e crowdfunding, i 1.800 m del padiglione italiano si declineranno attraverso un percorso tripartito che, espresso attraverso un allestimento il più possibile low cost, collocherà il “fronte” dell’architettura italiana direttamente nelle strade delle città e nei loro luoghi di margine, dove essa stessa può diventare bene comune. E parlerà di inclusività, partecipazione, azioni collettive e condivise.

Nel padiglione, tre momenti risponderanno a diverse domande sul bene comune attraverso un percorso che dell’architettura vuole sottolineare l’azione più che la teoria e si riassume nei tre verbi pensare, incontrare e agire.

Pensare il bene comune vuole inquadrare la pratica del bene comune e il ruolo dell’architettura e dei mezzi a sua disposizione per realizzarlo. Nel momento di mezzo, che, suddiviso in una doppia sezione architettonica e fotografica, presenterà esempi concreti e realizzati, il bene comune verrà incontrato attraverso 20 giovani studi che dimostreranno come la sua realizzazione sia un processo collettivo, volgendo un occhio alle istituzioni e con attenzione costante all’utilizzo delle risorse. Con l’azione, infine, il padiglione italiano uscirà dai suoi confini fisici per entrare in contatto diretto con le città: in collaborazione con associazioni presenti sul territorio, saranno infatti realizzati 5 container-laboratorio trasportabili e tematizzati su salute, ambiente, legalità, cultura e sport, che troveranno posto nel paese reale alla conclusione della mostra.
È ancora tropo presto per fare considerazioni sul lavoro di un gruppo di curatori nuovi e d’interesse e lo svolgimento di un tema forse un po’ prevedibile, per cui non resta che aspettare l’apertura.

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