Cosa significa usare il legno in edilizia: intervista a Davide Maria Giachino | Architetto.info

Cosa significa usare il legno in edilizia: intervista a Davide Maria Giachino

wpid-249_giachino.jpg
image_pdf

“Il legno è una sorpresa continua, il più antico materiale da costruzione che l’uomo abbia mai impiegato; non finisce mai di stupire e soprattutto dimostra di essere assolutamente contemporaneo e all’altezza di altri materiali innovativi”. Davide Maria Giachino, fondatore dello studio Element, è autore di un volume cruciale sull’utilizzo del legno in edilizia, “Legno – Manuale per progettare in Italia” (UTET Scienze tecniche, acquistabile qui). Lo abbiamo intervistato per fare il punto su un materiale che è tornato alla ribalta del nostro mercato edilizio, ben oltre i confini dei territori montani tradizionalmente legati all’edilizia in legno.

Cosa significa, a suo avviso, decidere di impiegare il legno in edilizia? Qual è, o quale dovrebbe essere, il ruolo di questo materiale  nell’architettura contemporanea?

Il legno è una sorpresa continua, il più antico materiale da costruzione che l’uomo abbia mai impiegato, non finisce mai di stupire e di stupirmi e soprattutto dimostra attraverso il proprio impiego colto, di essere assolutamente contemporaneo e all’altezza di altri materiali innovativi. L’architetto italiano Matteo Thun, nel 1980-1984 partner di Sottsass Associati, cofondatore del gruppo Memphis e oggi titolare di un prestigioso studio di architettura e design a Milano, ha dichiarato in occasione del Salone del Mobile di Milano 2010: “Il legno è il materiale del XXI secolo e come unico materiale da costruzione rigenerabile non è più possibile immaginare il design e l’architettura senza di esso”. Credo che questa breve affermazione racchiuda il senso del perché si debba usare il legno per le nostre architetture, ma non solo, perché oltre alla irripetibilità (ogni tronco è diverso dall’altro) e alla rigenerabilità “gratuita” esiste la foresta ad uso produttivo.

Usare il legno in edilizia significa mettere in moto una filiera virtuosa che va esattamente incontro alle politiche europee di salvaguardia del pianeta e di controllo dei cambiamenti climatici, come previsto dalle norme di contabilizzazione della CO2 contenute nella Proposta di Decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 marzo 2012. Inserire il legno lavorato in questo conteggio rappresenta una svolta che definirei epocale e che apre scenari inaspettati.

Quali sono i vantaggi più importanti derivanti dall’impiego del legno nelle costruzioni?

Nell’ambito della valutazione della sostenibilità degli edifici, vi sono alcuni protocolli, come ad esempio il Protocollo Itaca, che attribuiscono un punteggio che esprime il livello di sostenibilità di un intero edificio in rapporto alla prassi costruttiva presente nell’area geografica di valutazione. Il Protocollo residenziale nella sua versione nazionale è costituito da 34 criteri; l’area B di valutazione (consumo di risorse) prevede al punto B.4 (materiali ecocompatibili) cinque criteri che trattano in modo specifico il tema della sostenibilità associato ai materiali da costruzione, ciò che risulta interessante è il ruolo positivo che può assumere il legno nell’ambito della valutazione di ecocompatibilità in riferimento soprattutto al rispetto di tre punti: materiali da fonti rinnovabili, materiali locali per finiture, materiali riciclabili e smontabili. Una struttura in legno potrebbe assolvere egregiamente a questi 3 requisiti contemporaneamente, la rinnovabilità in quanto materiale implicitamente di origine vegetale, la provenienza locale solo se ricavato da un centro di produzione/trasformazione posto ad una distanza non superiore a 300 Km dal cantiere, la riciclabilità in quanto riutilizzabile in diversi processi produttivi come quelli per la formazione di pannelli isolanti e la smontabilità in quanto normalmente le strutture in legno sono facilmente montabili a secco e di conseguenza anche smontabili.

Andando oltre la sostenibilità, quali altre caratteristiche rendono il legno un materiale da costruzione unico?

Oltre agli aspetti legati alla sostenibilità, che comunque non vanno mai dati per scontati e banalizzati, il legno si presta meglio di altri materiali da costruzione al raggiungimento di alcune prestazioni tecniche come ad esempio quelle energetiche. La buona attitudine del legno a non trasmettere calore (conducibilità termica) favorisce il progettista nel dimensionamento degli isolanti che saranno meno impegnativi che negli edifici in muratura o in cemento armato, così come nella soluzione dei ponti termici. Un’altra sorpresa positiva che il legno riserva è quella legata alla sua capacità di resistenza al fuoco, tema assai controverso nel passato e che ha portato a relegare il legno da molti regolamenti edilizi. Altri vantaggi che riguardano l’impiego del legno sono da ascrivere alle sue proprietà fisico meccaniche come la leggerezza e l’elasticità, il legno come erroneamente viene talora riportato non è antisismico per il solo fatto di essere legno, ma lo sarà la struttura che verrà progettata per assolvere alle sollecitazione sismiche. Certamente alcuni sistemi costruttivi con quello XLAM facilitano il raggiungimento dei risultati, in quanto hanno un comportamento “scatolare”, rispetto ad altri che richiedono maggiori accorgimenti progettuali.

Quali aspetti bisogna tenere presenti quando si progetta con il legno?

Credo innanzitutto che il legno vada pensato quando è opportuno farlo e non estenderne l’impiego a 360° come l’unico materiale disponibile per l’architettura sostenibile. Come già evidenziato la sostenibilità fa parte di un processo progettuale complesso, che non può essere assolto semplicemente progettando un edificio in legno, piuttosto che in cemento armato, ma bisogna capire come è stato studiato nel profondo, come è possibile manutenerlo nel corto e lungo periodo, se è possibile smontarlo, come è possibile separare le parti che lo compongono per avviarle al riciclo o al recupero, da quale foresta proviene, dove è stato lavorato, bisogna anche ricordare, come evidenziano le Norme Tecniche per le Costruzioni, che il legno è un materiale di origine vegetale e quindi biodegradabile. Quest’ultima  caratteristica è fondamentale perché apre il grande argomento della durabilità, spesso poco conosciuta o erroneamente valutata dai progettisti. Una progettazione superficiale che non tiene conto della durabilità del legno, porterà a risultati deludenti e potenzialmente pericolosi se dovesse investire parti strutturali dell’edificio, offuscando inevitabilmente l’immagine del legno come materiale sostenibile “a priori”, oltre ai problemi di natura manutentiva che andranno ad incidere in maniera negativa sul bilancio economico e sostenibile dell’edificio.

Infine vorrei concludere ricordando un aspetto forse “romantico” legato all’uso del legno, pensando ad un viaggio che feci qualche anno fa a New York con la visita allo studio Cook+Fox Architects.  L’arch. Cook progettò dei maniglioni in legno e acciaio per le porte di ingresso alla Bank of America Tower di New York, nel 2007, emblema della nuova frontiera dell’architettura innovativa americana. Il grande studio americano, ispirato dalle teorie di Edward O. Wilson sulla biofilia e sul biomimetismo, ritenne fondamentale che i polpastrelli della mano di un cliente che entra nella Banca d’America, toccassero per prima cosa, un pezzo di legno. Solo dopo avere visto e fotografato quel minuscolo dettaglio apparentemente insignificante perché posto alla base di un edificio alto ben 366 metri, ho consolidato in me la convinzione che il legno è davvero un materiale unico e insuperabile e che vale sempre la pena provare.

Come è possibile descrivere lo scenario italiano in tema di impiego del legno in edilizia?

Parlare di legno per l’edilizia è complesso, perché si tende ad omologarlo ad altri materiali più consueti come il cemento o l’acciaio, dimenticando che il legno non si produce in uno stabilimento, ma in un bosco. E allora quando si parla di bosco le cose si complicano notevolmente e si entra in un mondo per molti sconosciuto e forse misterioso, e allo stesso tempo che “non ci riguarda”, al professionista interessa sapere tutto su di un determinato pannello o su di una trave lamellare e nulla più. Ecco che quindi il vuoto da colmare è immenso, e anche se lo scenario italiano in tema di impiego del legno in edilizia, è sicuramente positivo e vede per la prima volta nella storia un incremento di interesse mai vissuto prima, è però necessario guardare al problema in termini più ampi. Bisogna rendere consapevoli ed edotti i progettisti nel momento in cui decidono di impiegare il legno per i propri progetti, in quale processo si collocano e quali sono le ricadute reali in termini ad esempio di sostenibilità.  Molto è stato fatto in questi ultimi anni, dall’emanazione del Decreto del Ministero delle Infrastrutture del 14 gennaio 2008, “Nuove Norme Tecniche per le Costruzioni”.Un punto di partenza per tutti i progettisti che finalmente hanno trovato uno strumento normativo, seppur non perfetto, di riferimento che “accumuna” il legno ad altri materiali da costruzione da sempre presenti sulla scena del mercato italiano. Nel 2001 grazie anche all’impegno delle associazioni di categoria come Federlegno Arredo, è stato modificato il comma 2 dell’art. 52 della Legge n. 380 del 6 giugno 2001, che di fatto scoraggiava l’edificazione oltre i 4 piani di strutture portanti in legno, in quanto soggette alla verifica di idoneità da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Questo ritocco introdotto con il Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201, ha spalancato di fatto le porte all’edilizia multipiano in Italia, ed oggi sono diversi gli interventi che superano di molto la soglia dei 4 piani, prima “invalicabile”, seppure nei limiti previsti dalle normative antisismiche. In verità la possibilità di edificare in altezza conteneva anche dei limiti tecnologici,  che la sola normativa non avrebbe potuto risolvere, oggi colmati grazie a sistemi costruttivi innovativi come l’XLAM.

Cosa si potrebbe dunque fare per contribuire alla sua diffusione? Quanto conta in questo ambito la formazione?

Per quanto concerne una più ampia diffusione del legno in edilizia sicuramente il solo aspetto normativo non è sufficiente, ma è una tappa fondamentale dalla quale non si può prescindere. Basti pensare a quanto è avvenuto nel passato con l’acciaio dove solo dopo l’emanazione di norme specifiche questo materiale è decollato ed i progettisti hanno avuto uno strumento preciso al quale riferirsi. In Italia manca ancora l’insegnamento sistematico del legno un po’ a tutti i livelli ed in modo particolare a quello universitario, nella formazione soprattutto degli architetti. Qualcosa è stato fatto con la Circolare 14 del 23 Gennaio 2012, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dove stati forniti gli elenchi nazionali delle opzioni relative agli Istituti Tecnici e agli Istituti Professionali attivabili dalle Regioni nell’esercizio delle competenze esclusive in materia di programmazione dell’offerta formativa regionale e nei limiti della dotazione organica regionale. Gli ex istituti per Geometri nell’indirizzo “Costruzioni, Ambiente e Territorio” dispongono oggi dell’opzione “ Tecnologie del legno nelle costruzioni” si tratta sicuramente di un risultato importante che fa capire ai giovani che non esiste solo la monocultura del cemento armato che ha dominato in Italia dal dopoguerra ad oggi.

Molte realtà universitarie hanno colto l’importanza del tema legno e hanno attivato corsi specifici e di alto valore formativo, forse perché più vicine alla cultura del legno legata al territorio di appartenenza, come ad esempio le Università di Trento e Trieste, a Torino al Politecnico sono stati attivati in passato corsi opzionali da parte del Prof. Guido Callegari, ma poi in verità si trovano anche al sud interessanti esperienze come all’Università di Napoli Federico II con un corso di Costruzioni in legno di 100 ore e poi ancora le Università di Brescia, Genova, Sassari, Udine, e altre  Ho avuto modo di sperimentare direttamente sul campo, collaborando come docente a contratto nel Laboratorio di Innovazione Tecnologica con il Politecnico di Torino, come gli studenti si appassionino al tema del legno in architettura, sono tanti coloro che vogliono approfondire l’argomento anche in sede di laurea breve e magistrale. Sono purtroppo la maggioranza gli studenti neolaureati che si introducono nel mondo del lavoro senza avere mai pensato un edificio in legno in tutto il percorso universitario e questo non è francamente ammissibile. Le università tecniche devono rimettersi in gioco e riscoprire il proprio ruolo di divulgatori delle conoscenze pratico applicative, sociali e civili, in rapporto stretto con il periodo storico di appartenenza, guardando ai nuovi fenomeni che si vanno producendo. La cultura odierna del legno non è solo una moda momentanea, ma rappresenta un possibile strumento per un cambiamento effettivo verso la sostenibilità dell’ambiente e dell’architettura italiana. Importanti contributi alla diffusione del legno per fortuna arrivano anche dal mondo associativo senza fini di lucro come ad esempio Federlegno, Assolegno, Consorzio Servizi Legno-Sughero, Rilegno, Promolegno e dalle Fondazioni degli Ordini professionali, che attivano cosi specifici un po’ su tutto il territorio nazionale, ma tutto questo non basta per colmare il lungo vuoto lasciato dagli Istituti della conoscenza.

Tra le applicazioni del legno nel settore delle costruzioni, c’è qualcosa di particolarmente innovativo che vuole segnalare?

Credo che oggi si possa affermare che il ruolo di “prima donna” nel settore del legno sia coperto dal Cross Laminated Timber (XLAM), questa è la definizione corretta che verrà adottata nella futura norma armonizzata, dove la X sta per “cross”, che significa incrocio, e “lam” sta per lamella, da cui deriva il significato di lamelle incrociate di legno. La mancanza di una norma di riferimento ha portato a definire il pannello con una innemerevole serie di terminologie spesso poco adatte o addirittura non corrette. Si tratta di un pannello di legno ingegnerizzato che dal momento in cui il suo impiego è entrato nel mercato dell’edilizia è letteralmente “esploso”. I primi e unici produttori tutti d’oltralpe, oggi devono fare i conti con un moltiplicarsi di aziende più o meno grandi che investono in complessi e costosi impianti produttivi per realizzare i pannelli, un po’ in tutta Europa e a breve anche negli Stati Uniti. Oggi anche l’Italia può dire la sua, vantando almeno sei produttori alcuni in fase ancora di definizione delle complesse e lunghe procedure burocratiche legate ai Benestari Europei.

Qual è, a suo avviso, il futuro dell’XLAM in ambito architettonico?

Oggi in Italia sono in costruzione edifici che hanno raggiunto i 9 piani con il sistema XLAM, pensiamo al complesso di Via Cenni a Milano progettato dallo studio RPA Fabrizio Rossi Prodi, con il contributo strutturale dell’ing. Andrea Bernasconi, e ne sono in progetto altri sempre più ambiziosi, personalmente non mi affascina in modo particolare il tema dell’altezza e credo non sia l’aspetto sul quale valga la pena concentrarsi troppo, anche nel settore dell’efficienza energetica degli edifici si è assistito in Italia a “gare” simili a quelle dei grattacieli, come il primo edificio italiano in classe A, poi il primo edificio a consumo quasi zero, poi la prima casa passiva ecc … si tratta di una ricerca verso gli estremi che spesso non ha condotto a risultati entusiasmanti.

L’interesse per l’architettura del legno nel futuro va credo ricercata non tanto nel numero massimo di piani che oggi è possibile raggiungere o in altri record come la velocità esecutiva tanto evocata dalle imprese come la soluzione per tutti i problemi dell’edilizia, ma nel processo progettuale e produttivo che ha reso il progetto fattibile. Si tratta di un passaggio storico che evolve dai sistemi costruttivi in legno strettamente legati alla tradizione e al localismo verso metodologie altamente industrializzate e pianificate, tipiche dei processi industriali. Si assiste a una internazionalizzazione del cantiere, che tende a divenire un luogo deputato all’assemblaggio di componenti sempre più tecnologici e provenienti da luoghi di produzione spesso localizzati fuori dai confini nazionali. In questo quadro molto articolato si tratta di capire dove si colloca la sostenibilità dei processi, da tutti tanto evocata e auspicata, ma ancora molto lontana dall’essere recepita profondamente.

Può spiegarci il suo approccio progettuale e la sua visione di architettura bioecologica?

Non ho mai avuto una “ricetta” progettuale specifica nel momento in cui affronto un progetto di architettura, perché credo che ogni progetto debba avere una risposta ad hoc, la bioarchitettura e stata per me una strada per cercare di veicolare semplicemente una buona architettura. Non mi sono mai piaciute le etichettature e le ritengo anche errate, seppure le abbia utilizzare più volte in passato per enfatizzare l’approccio bio-eco-logico, ma l’obbiettivo è sempre l’architettura con la A maiuscola. Il legno è senz’altro un ingrediente privilegiato della mia architettura, perché di origine vegetale e quindi facilmente rinnovabile, ma per perseguire la strada dell’architettura a ridotto impatto ambientale, non bisogna dimenticare l’uomo, primo abitante e fruitore delle nostre architetture. I materiali sono importanti ma non sono tutto, anche in termini di peso ambientale, ciò che conta maggiormente è la fase di utilizzo, spesso la bioarchitettura è stata banalizzata e fraintesa, pensando che fosse sufficiente impiegare un po’ di materiali cosiddetti “naturali” per costruire un progetto con l’etichetta verde. Per concludere direi che il mio approccio progettuale all’architettura prevede spesso l’impiego del legno, ma mai in modo automatico o forzato, non voglio sentirmi vincolato ad un unico materiale, più volte abbiamo inserito materiali a ridotto impatto ambientale come la paglia, la terra cruda, il cartone, la carta kraft, accanto a materiali più innovativi e purtroppo dal contenuto energetico elevato come il vetro, l’acciaio corten, ma in alcuni casi insostituibili.

Con il suo studio di architettura ha recentemente ideato o portato a termine un progetto che esemplifica il suo approccio alla progettazione e che vede il legno come protagonista?

La passione per i risvolti pratici nei lavori derivata dall’esperienza di cantiere, mi porta spesso ad avvicinarmi alla scultura e alla falegnameria nel mio piccolo laboratorio creativo e così anche il mio posto di lavoro presso l’Environment Park di Torino, assomiglia più ad una bottega che a uno studio vero e proprio e inevitabilmente l’approccio all’architettura risente di questo clima un po’ particolare, fatto di scaffali pieni di pezzi di legno, di ritagli, di sfridi, di odori, ecc. …

In questo momento sto progettando un intervento di ampliamento di una cascina storica, dove ho deciso di affidare al legno tutti i nuovi corpi aggiuntivi. La reversibilità legata alla possibilità di smontare selettivamente le parti in un futuro prossimo, mi piaceva molto e il legno ha assolto questa funzione meglio di altri materiali. La velocità esecutiva del sistema adottato (XLAM) in questo caso si è rivelata utile a causa delle condizioni climatiche montane che limitano il periodo dei lavori, ma non decisiva. Per quanto riguarda il trattamento superficiale delle parti con struttura in legno, si è optato per una dogatura in legno locale (tipico nella zona) di castagno non trattato.

Oggi l’architettura del legno è stata sdoganata dalla “casa baita” ed è facile incontrare edifici dall’aspetto fortemente contemporaneo con rivestimenti in materiali high-tech, ma che nascondono un’anima strutturale in legno. Molti progettisti hanno colto e capito le ottime caratteristiche tecnologiche e prestazionali del legno, ma sempre di più optano per una maggiore libertà espressiva, affidandosi ad altri materiali di finitura. Nei progetti preferisco di solito non celare del tutto la presenza del legno e credo che possano esserci molte strade per farlo senza limitarsi al solo rivestimento esterno, ma lavorando anche sulle parti interne e sull’architettura nel suo complesso. L’edificio sarà in classe energetica A, ma questi sono aspetti che reputo “secondari” e che non devono influenzare troppo l’architettura.

Davide Maria Giachino, architetto, si laurea presso il Politecnico di Torino, dove ha svolto attività di docenza a contratto presso il Laboratorio di Innovazione Tecnologica e di Tecnologie Ecocompatibili per la Facoltà di Architettura per l’Ambiente e il Paesaggio di Mondovì (CN), fino al 2011. Collabora ora con il Corso di Laurea Magistrale in Architettura, Atelier “Il progetto Sostenibile” e con il Corso di Laurea in Architettura, “Atelier Costruire nel costruito”. Nel 2002 fonda presso l’Environment Park (Parco Scientifico Tecnologico per l’Ambiente) lo studio Element che gli consente di sviluppare a pieno la passione per l’architettura sostenibile e l’ecodesign, indagando in particolare le tematiche relative ai sistemi costruttivi in legno e alle tecnologie a secco. All’attività professionale affianca un’attività pratica che converge in workshop applicativi in piccoli cantieri di autocostruzione dedicati spesso alla ricostruzione di muri in pietra a secco. Ha pubblicato “Legno – Manuale per progettare in Italia”.

 

Copyright © - Riproduzione riservata
Cosa significa usare il legno in edilizia: intervista a Davide Maria Giachino Architetto.info