Essere architetto deve essere un pubblico servizio: intervista a Ines Lobo | Architetto.info

Essere architetto deve essere un pubblico servizio: intervista a Ines Lobo

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Dopo aver vinto la seconda edizione dell’ArcVision Prize (il premio internazionale di architettura al femminile istituito da Italcementi), l’architetto portoghese Ines Lobo torna a Bergamo per un workshop all’i.lab, il centro di ricerca e innovazione del gruppo. Sono i primi giorni di luglio. Piove e non fa caldo. Una cornice inconsueta che però accompagna bene il suo altrettanto inconsueto modo di essere, riservato e generoso allo stesso tempo, e diventa il fondale della nostra chiacchierata. Rispetto all’ipotesi di un’intervista incentrata esclusivamente su questioni di architettura risponde con un sorriso: “Questo è un altro problema che gli architetti hanno: tendono a parlarsi troppo addosso. Lo trovo stupido”. E attacca raccontando delle impressioni avute camminando per Bergamo la sera prima.

Girando per il centro storico in ogni angolo si può incontrare un incredibile edificio che è allo stesso tempo la copertura di una piazza o scoprire la stupenda facciata di una chiesa. Penso che l’architettura italiana sia, o meglio, sia stata, la migliore nel costruire la città come sistema di spazi complesso e articolato: architettura e città allo stesso tempo. A volte è difficile dire dove inizia l’una e dove finisce l’altra. Tutto appartiene allo spazio pubblico. Per me è incredibile riscoprire queste qualità ogni volta che viaggio in Italia.

A un certo punto però è successo qualcosa. E nonostante abbiate anche un’eccellente architettura moderna – e Roma è la città italiana che mi piace di più perché c’è architettura di qualità ovunque e in ogni periodo della sua storia, dall’antichità fino al moderno: una città molto bella dove tutto, pur realizzato in tempi differenti, è legato in un insieme armonico – mi sembra che questo percorso virtuoso si sia fermato. Da un po’ di tempo ormai avete smesso di guardare le vostre belle architetture e avete iniziato a interrogarvi su cosa fare di tutto questo patrimonio.

Dico ciò perché in Portogallo è un po’ differente: non abbiamo la stessa qualità che avete qui e siamo più pragmatici nel decidere se demolire o continuare a utilizzare gli edifici antichi. A volte con buoni risultati, altre meno, ma siamo abituati a pensare ciò che la storia ci ha lasciato come qualcosa da usare. È molto importante continuare a utilizzare, che l’architettura sia utilizzata per vivere e che l’utilizzabilità resti una categoria dell’architettura.

Hai lavorato molto sul tema del riuso, una delle questioni centrali della contemporaneità: in che modo si affronta questa sfida?

Mi piace la parola “riuso”: parla di qualcosa che riconnette una doppia dimensione (scala e tempo) e che riguarda tutto ciò che viene riutilizzato (penna, telefono, edificio). Per riusare qualcosa bisogna essere intelligenti e avere la capacità di capire la sua essenza e le sue caratteristiche prima di proporre il modo di riutilizzarla. Se non si fa una corretta diagnosi e non si capisce con cosa si ha a che fare il progetto di riuso può fallire. Non sempre gli edifici possono infatti adattarsi ai nuovi usi come sembrerebbe a una prima impressione. Bisogna stare attenti e agire nel rispetto del nostro patrimonio: un intervento sbagliato può cancellare definitivamente la natura originaria dell’edificio. Se vogliamo aggiornare tutto (impianti, materiali, ecc.) l’edificio rischia di sparire. Oggi, con le poche risorse che abbiamo, siamo obbligati a riutilizzare gli edifici esistenti, che abbiano 10 o 100 anni. In Portogallo ci sono molti edifici costruiti 10 anni fa che sono già vuoti. Potremmo non costruire più per parecchio tempo.

Come in altre realtà uno dei principali problemi attuali di Lisbona – città che conosco molto bene – sono le aree dismesse. Le città sono sistemi complessi all’interno dei quali tantissime cose funzionano contemporaneamente. Il problema è che anche quando si tratta di città bellissime con spazi di grande qualità e relazioni incredibili con la topografia e il territorio oggi non funzionano più. Esistono problemi di compatibilità tra sistemi (e loro logiche) e tessuti urbani analoghi a quelli della prima modernità (XIX secolo) che dobbiamo affrontare e risolvere con nuove soluzioni. A Lisbona manca una dimensione di prossimità: è difficile trovare posti dove si possa contemporaneamente vivere, andare a scuola, avere servizi e parchi vicini. Spesso, per accedere ai servizi, bisogna scavalcare intere parti di città separate dalle infrastrutture. Si tratta di un sistema nel quale gli spazi pubblici sono in sofferenza. La sfida è dunque la riconnessione: è necessario ricreare accessibilità e prossimità.

Ho fatto un progetto urbano a Lisbona, uno studio per la Colina de Santana, una grande collina nel centro della città vicino a Baixa Pombalina. Oggi nel quartiere ci sono 5/6 ospedali attivi. Si tratta di vecchi conventi sorti in quell’area nel XVI secolo e convertiti in seguito in ospedali, ospizi e scuole. Per continuare a svolgere la loro funzione questi edifici hanno bisogno di tecnologia. Troppa per le loro caratteristiche: non essendo più compatibili non possono essere recuperati ma solo demoliti. La collina è destinata quindi a rimanere piena di edifici antichi vuoti, alcuni dei quali di grande qualità, non più in buono stato ma molto importanti per la storia della città. Per decidere cosa fare sono state fatte grandi discussioni. Non ci sono abbastanza soldi per grandi operazioni ma è incredibile vedere come un’area immensa nel centro della città sia diventata quasi inaccessibile. Abbiamo fatto uno studio per definire i programmi compatibili con quest’area, cosa mantenere e cosa demolire: è una questione molto delicata, che ha coinvolto fortemente l’opinione pubblica.

Sede società Costruzione Ferrera a Porto. Foto di Leonardo  Finotti

Gli architetti hanno partecipato alla discussione?

Non granché. Spesso gli architetti non vogliono prendere partito per non mischiarsi con i politici, ma per me questo è stato un errore. In quanto architetti siamo “animali politici”, siamo obbligati a partecipare alla discussione. Non averlo fatto per molto tempo ci ha fatto perdere gran parte della nostra credibilità. Bisogna tornare a farsi ascoltare. Non siamo solo progettisti, siamo costruttori: siamo totalmente coinvolti nel processo di costruzione della città e tutto è importante.

Facendo architettura in effetti definiamo il modo in cui si costruisce la città. Questo è stato storicamente e culturalmente l’obiettivo principale della ricerca italiana fino a qualche anno fa anche se oggi è difficile riconoscere tutto ciò nella città realizzata… Anche nelle scuole portoghesi esiste questa riflessione?

La caratteristica dell’architettura portoghese è una riflessione non solo sulla città, ma anche sul tema della trasformazione. Per costruire qualcosa bisogna necessariamente modificare il luogo dove si sta per intervenire. L’operazione è doppia: prima si pensa a come trasformare il suolo, poi a come costruirci sopra. Una riflessione quindi che riguarda le preesistenze e la loro relazione con il nuovo, non solo quando costruiamo nella città ma anche quando costruiamo in contesti completamente inedificati.

Se parliamo di spazio pubblico l’architettura italiana resta comunque il riferimento principale, un riferimento che ci insegna molto su come progettare le città. Perché non si tratta dell’architettura delle grandi città del XIX secolo del nord Europa o della Francia – esperienze incredibili ma difficilmente imitabili -, ma di esempi precedenti e soprattutto di un’altra scala, più umana. Architetture sempre in grado, anche se non realizzate in un unico momento, di connettere sistematicamente lo spazio. Non un progetto quindi, ma una maniera di operare, un modo di fare. Un modo a cui dovremmo tornare quando progettiamo le nostre città, ora che mancano le risorse per le grandi opere. Fare cose più piccole, sempre connesse a ciò che già esiste. Utilizzare l’esistente per informare ciò che stiamo costruendo.

Il problema è che invece negli ultimi 30 anni gli architetti hanno risposto al mercato, ai soldi. Abbiamo iniziato a progettare edifici-oggetto che rispondono esclusivamente a logiche di immagine. Io non credo in quel tipo di architettura, non sono interessata. Anche se in alcuni casi può essere necessario (per esempio per le cattedrali), deve restare un’eccezione, non la regola. Abbiamo dimenticato la regola, in questo momento non sappiamo più cosa sia: dobbiamo pensare molto più all’insieme, al modo di lavorare sull’insieme, a come crearlo.

Ogni tanto provo a immaginare Lisbona senza il quartiere Baixa Pombalina. Sarebbe terribile. Pur trattandosi di un progetto ingegneristico, fu un intervento molto forte, sistematico e preciso. Quando all’inizio degli anni novanta Álvaro Siza fece il progetto per il Chiado (distrutto nel 1988 da un gigantesco incendio ndr) si sollevò un grosso dibattito tra gli architetti: si sosteneva che conservandolo si sarebbe persa l’occasione di progettare un nuovo pezzo di città. Siza si oppose alla demolizione sostenendo che la natura della Baixa Pombalina era quella di un grande edificio unitario che doveva essere conservato così com’era, limitandosi a ripensarlo come spazio adatto al XX secolo. In questo modo scoprì una qualità nascosta del quartiere prima poco sfruttata: funzionare da tessuto connettivo per collegare meglio le parti di città che lo circondavano, i differenti livelli, gli interni con gli esterni (aprendo le corti dei blocchi). In definitiva Siza ha progettato un grande interno urbano. Ed è stata una scelta vincente.

Riconnettere quindi è assolutamente cruciale (antico e moderno, alto e basso, suolo e sottosuolo…), la strategia urbana più interessante della contemporaneità. I principali progetti in corso a Lisbona in questo momento si occupano di ciò. Penso a un bellissimo progetto di Aires Mateus in Costa de Castelo che collega Avenida da Liberdade con il giardino botanico: un progetto di riuso di un luogo oggi molto difficile da raggiungere e non attraversabile. Attraversare gli spazi è importantissimo. A Londra, per esempio, per andare da una parte all’altra della città si attraversano sempre i giardini: un modo di vivere lo spazio e conoscere la città.

Riconversione dell’ex pastificio Leões, oggi Dipartimento di Architettura – Évora

Ho sempre visto le tue architetture come luoghi in attesa di persone, una conferma dell’idea che questo carattere sia la vera natura di un progetto riuscito – penso alle opere di grandi maestri come Aldo van Eyck o Lina Bo Bardi. Trovo interessante che uno degli elementi di attenzione del premio arcVision sia la componente sociale dell’architettura. C’è bisogno di riaffermare l’importanza dell’architettura come spazio della vita.

Per me architettura significa naturalmente costruire spazi per le persone e nient’altro. Penso che sia questa la vera ragione per cui costruiamo. Ma penso anche che c’è stato un momento in cui abbiamo costruito per soldi e non per la gente e speso moltissimo per costruire edifici incredibili (e costosi) che non sono propriamente edifici pubblici. E questo è un problema. Essere architetto è innanzitutto un pubblico servizio. Quando pensiamo lo spazio complementare all’edificio siamo tenuti a fare qualità. Dobbiamo riportare l’architettura alla costruzione dello spazio pubblico.

A questo proposito è curioso notare come mentre quando stiamo disegnando un progetto diciamo “questo è il mio progetto”, quando la costruzione è terminata pensiamo “questo non è più il mio lavoro, ma un edificio che appartiene a tutti”. Spesso, quando visiti l’edificio al termine dei lavori, non vieni nemmeno riconosciuto. Quello è il momento in cui capisci di non aver costruito per te stesso ma per il mondo, per la città, per le persone.

In questo senso ciò che mi è successo con “Parque escolar” (programma governativo di modernizzazione dell’edilizia scolastica pubblica, NdR) è stato molto bello: un’esperienza umana straordinaria. Alla fine dei lavori gli utenti (studenti, docenti…) erano veramente felici: quello che abbiamo fatto ha cambiato la realtà e costruito nuove possibilità di insegnare, di utilizzare o di intendere lo spazio. Un altro modo di relazionarsi con esso. È stato incredibile perché loro hanno potuto esprimerlo. Questo è il motivo per cui preferisco progettare edifici pubblici. È difficile avere una risposta simile quando si costruisce una casa… È strano, non mi piace molto costruire case (ride)! Il rapporto con il cliente è completamente differente: costruire qualcosa per qualcuno in particolare (che esprime un senso di proprietà) non è il massimo quando si fa architettura. Per chi progettiamo quando costruiamo edifici pubblici? Non so, ma comunque per molti.

Scuola superiore Avelar Brotero a Coimbra. Foto di Leonardo Finotti

L’autore


Paolo Vitali

Nato nel 1971, dopo alcune esperienze all’estero si laurea in architettura al Politecnico di Milano, dove consegue successivamente il dottorato di ricerca in Progettazione architettonica e urbana. All’attività di ricerca sulle forme dello spazio della città contemporanea e all’attività didattica (dal 2012 è professore a contratto presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano) affianca il lavoro di progettista freelance e pubblicista, con interessi che spaziano dalla progettazione alla grafica, dalla ricerca storica sul “secondo modernismo” (anni cinquanta/settanta) all’architettura industriale. Dal 2010 al 2012 ha diretto la rivista ARK, supplemento trimestrale di architettura dell’Eco di Bergamo, coniugando contenuti riferiti alla realtà locale e attenzione al territorio con riflessioni critiche sui temi del dibattito disciplinare contemporaneo. Ricerca che dal 2013 prosegue sulla pagina culturale del Corriere della Sera (edizione Bergamo). Dal 2014 collabora con il Giornale dell’Architettura.

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