Fabrizio Carola e l'Africa: la cupola ogivale oltre i suoi confini | Architetto.info

Fabrizio Carola e l’Africa: la cupola ogivale oltre i suoi confini

L’esperienza in Africa dell'architetto Fabrizio Carola si concretizza in sperimentazione di tecnologie e forme adatte al luogo di realizzazione, in particolare rispetto alla geometria della cupola ogivale

Vista di insieme dell'Ospedale di Kaedì (Mali)
Vista di insieme dell'Ospedale di Kaedì (Mali)
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L’Arch. Fabrizio Carola ha sperimentato, in numerosi contesti dell’Africa caldo arida, la costruzione di grandi insediamenti basati sulla geometria della cupola ogivale, rendendo nei suoi lavori concreti e accessibili alcuni criteri di base per la progettazione e la produzione edilizia nei paesi in via di sviluppo, primo fra tutti l’importanza e il ruolo della tecnologia in un percorso di progettazione che si ponesse nel rispetto del contesto in cui opera.

Tutte le architetture costruite da Fabrizio Carola sono caratterizzate da un forte carattere di sperimentalità; egli non ha mai utilizzato un vocabolario e un linguaggio precostituiti e preesistenti alle singole opere, ma di volta in volta ha disegnato e costruito forme che nascevano come soluzioni di problemi tecnici ed organizzativi specifici e strettamente collegati al contesto climatico e materiale in cui sono state costruite. Il suo lavoro è un esempio di come l’attenzione alla tecnologia possa diventare fondante per l’architettura.

Ad esempio, la forma a cupola ogivale che è l’elemento base di numerose opere importanti di Carola, tra le quali l’Ospedale di Kaedì (in Mauritania) e la moschea di Gao (in Mali), è la risposta tecnologica ad alcune specifiche condizioni dei luoghi dove è stata adottata:
• l’importanza di usare risorse che siano largamente disponibili nel contesto e di evitare l’uso di risorse in esaurimento: per realizzare le cupole a tutto sesto occorre una casseratura in legno, ma a causa della crescente desertificazione dei paesi caldo aridi africani, il legname è difficile da reperire;
• l’importanza di ricorrere a tecnologie costruttive semplificate in contesti dove la manodopera non ha modo di essere qualificata.

Nella tradizione costruttiva di molte aree africane le coperture di forma curvilinea sono molto frequenti; a volte nelle architetture primitive si trovano coperture realizzate posando uno sopra l’altro corsi circolari su piani orizzontali; i mattoni o le pietre sono posizionati in ogni corso successivo a sbalzo verso l’interno della costruzione rispetto al corso successivo: la forma che ne risulta è un cono (come quella dei trulli della tradizione pugliese in Italia).

In seguito, nella tradizione costruttiva delle regioni calde africane, la copertura viene realizzata con la geometria di semisfera perché questa è la forma che offre la minima superficie alla radiazione solare rispetto al volume che racchiude e che meglio favorisce il raffrescamento grazie alla tendenza dell’aria a fluire verso l’alto (spesso le cupole terminano con un foro nella parte alta per favorire il ricambio). In questa soluzione i corsi dei mattoni o delle pietre non sono più orizzontali ma sono inclinati nella direzione della radiale, vale a dire del raggio di base su cui è impostata la forma della cupola. Per la loro costruzione sono necessarie delle centine in legno con la funzione di sostegno; tali centine si possono togliere solo quando l’ultimo mattone chiude la forma e, solo allora, serrando l’insieme, rende attiva una distribuzione delle forze e la cupola che “sta in piedi” senza sostegno.

La maggior parte di queste coperture circolari sono impostate su murature verticali rettilinee (per lo più su spazi chiusi di forma quadrata) e per raccordare la forma circolare con il muro quadrato occorre realizzare angoli e geometrie (pennacchi, ad esempio) di completamento.

Carola, soprattutto nell’Ospedale di Kaedì, sperimentò questa soluzione scoprendone la ricchezza formale e le diverse possibilità spaziali: modulando, ruotando, intersecando cupole ogivali di diverse dimensioni, l’ospedale risulta un organismo di insieme costituito dall’aggregazione di una serie di unità sferiche o di porzioni di sfera; ogni unità è diversificata a seconda delle esigenze funzionali: camere di degenza da 4 a 12 letti, blocchi operatori, servizi, unità di sosta e di snodo dei percorsi.

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Corridoio dell’ospedale di Kaedì realizzato con sezioni di archi

Dal punto di vista architettonico, Carola è riuscito a diversificare, lavorando soprattutto sui numerosi possibili modi di intersecare tra loro le cupole. Le aperture del volume di una cupola corrispondono infatti geometricamente a sezioni generate dai piani che intersecano verticalmente la cupola e disegnano parti di cerchio realizzabili per lo più con archi; l’arco, anch’esso spesso di forma ogivale, diventa l’elemento formale ricorrente.

La creatività di Carola non è stata tuttavia solo quella del “giocare” con la geometria: immaginare curve con centri disassati, intuire la possibilità risolutiva di avere corsi dei mattoni meno inclinati, ideare un compasso che ruota su un centro che a sua volta ruota su una circonferenza ecc… tutto questo gli è servito per coniugare semplicità costruttiva ed espressività del linguaggio architettonico; ma è stato necessario anche un approccio sperimentale sul mezzo di produzione del modulo base: il mattone. Nello specifico caso della costruzione dell’Ospedale di Kaedì in Mauritania, Carola ha dovuto trovare il modo più appropriato per produrre mattoni cotti. Non era infatti pensabile di costruire l’intero edificio in terra cruda poiché non vi poteva essere garanzia che le autorità avrebbero messo in essere le necessarie attività di manutenzione periodica previste per tale materiale; l’opzione del mattone cotto era inevitabile.

Quindi Carola ha affrontato diverse esigenze:
• cuocere i mattoni localmente senza farli arrivare da lontano: Kaedì è una città in mezzo al deserto a molti chilometri di distanza dalla più vicina città; i costi di trasporto e di acquisto del laterizio sarebbero stati insostenibili;
• ideare e costruire un forno adeguato alla cottura dei mattoni crudi, che funzionasse con qualcuno dei pochi combustibili disponibili localmente;
• garantire le adeguate prestazioni dei mattoni, tenuto conto delle temperature di cottura raggiungibili con tali combustibili.

Dopo varie sperimentazioni, Carola scelse e realizzò un forno verticale nel quale cuocere i mattoni usando la pula di riso come combustibile. Uno scarto, la buccia del riso, diventava una risorsa.

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