Fare l'architetto al Sud: incontriamo Beniamino Servino | Architetto.info

Fare l’architetto al Sud: incontriamo Beniamino Servino

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Un reportage nitido e oggettivo di chi vive e lavora al Sud, fra potenzialità e debolezze, presunte e reali. Ne emerge un quadro intenso, sincero e diretto, fra esperienze personali di lavoro sul territorio e commesse estere. Dopo Mattia Antonio Acito (studio Acito & Partners, Basilicata), il nostro ‘viaggio’ tra i protagonisti del mondo dell’architettura che vivono e lavorano al Sud prosegue con Beniamino Servino (Campania).

 

Nel suo testo “Monumental Need”, lei afferma: “E’ una città che parla la lingua di chi la abita, di chi l’ha costruita. Una lingua non semplificata ma povera, che racconta non il degrado ma l’arroganza di chi non ha storie da raccontare. […] E’ la lingua dell’analfabetismo di ritorno che restituisce forme ingoiate senza essere masticate […] E’ la città del futuro. E’ la città di tutti contro tutti. Dell’uomo troppo distratto [troppo poco ancora uomo] per la rivoluzione.” In uno scenario sociologico e culturale del genere, qual è il ruolo reale che può giocare l’architettura, specialmente al Sud? Riscatto, testimonianza o abbandono?

Lingua parlata e linguaggio architettonico sono perfettamente sovrapponibili (qualche volta). Se la percorri (questa specie di città) a occhi chiusi e fai attenzione ai rumori sgraziati delle voci, puoi ricostruire -tenendo gli occhi chiusi- le sagome delle case. E’ la lingua dell’analfabetismo di ritorno che restituisce forme ingoiate senza essere masticate e cacate così, solo sporche di merda. E’ la città del futuro. E’ la città di tutti contro tutti. Dell’uomo troppo distratto (troppo poco ancora uomo) per la rivoluzione.…L’abbandono è una condizione non ascrivibile a un luogo (non ascrivibile in modo esclusivo a un luogo preciso, al Sud per esempio). Tutte le elaborazioni del pensiero sono generate da un luogo ma aspirano a essere universali. Conservarle e analizzarle (le elaborazioni del pensiero) in un ambito geografico e culturale preciso significa indagarle come fenomeni del pittoresco. E questa cosa non mi interessa. Anzi mi offende. La dimensione umana di una città (europea) non è (solo) quella della sua estensione (contenuta) ma è quella dell’equilibrio delle parti sociali e delle parti fisiche che alle parti sociali corrispondono. Non (solo) un equilibrio di pesi (di forze) ma anche di simboli. “L’architettura non protegge, non ripara, non difende. “L’architettura costruisce simboli”.

 

In una sua recente intervista, alla domanda su quale sia la cosa che più disprezza nell’architettura di oggi, lei risponde “non riconoscere le inflessioni dialettali.” Venendo perciò al caso specifico della sua Campania, quali sono gli elementi architettonici dell’inflessione partenopea notevoli da riformulare all’interno di un percorso contemporaneo di ricerca?

 

Ecco. Ritorniamo alla tribù nella riserva. Alla catalogazione per appartenenze. (Giusto per chiarire io non sono partenopeo ma casertano). L’inflessione a cui mi riferisco non è quella colorita della pizza e del mandolino (che mi fa schifo!). L’inflessione è la traccia della storia personale, autobiografica, che ritorna (si manifesta) nella architettura. La architettura parla sempre la lingua del suo autore, ne racconta la storia. Chi adotta una lingua che non è sua, racconta storie che non sono sue. E l’effetto è di un film di serie B mal doppiato, con continui fuori sincrono.

 

Le difficoltà contingenti di lavorare in luoghi afflitti da problemi atavici quali disoccupazione e risorse economiche limitate, in che modo possono aver influito sulla maturazione del suo linguaggio architettonico? Arricchendolo di strategie o riducendolo all’essenziale?

Vedo che il tono delle domande ha questa unica filigrana. Del reportage dai territori guerra. La cosa non mi interessa.

 

 

Chi è Beniamino Servino

 

Beniamino Servino (San Giuseppe Vesuviano, Napoli 1960), vive a Caserta. Si interessa di progettazione architettonica e urbana. E’ invitato alla Biennale di Venezia negli anni 2002, 2008 e 2010 e in questa del 2014. Nel 2002 realizza un micro-edificio di 4x4x4 m di legno truciolare, prototipo inutilizzabile di un ricovero per un senzatetto. Nel padiglione italiano del 2008 ha presentato Obusincertum, monumento residenziale estensibile nel paesaggio italiano, e nel Padiglione Italia  della XII Mostra di Architettura 2010 un allestimento dal titolo L’Osservatore Veneziano, sulla versatilità d’uso degli archetipi.

Per la casa a Pozzovetere ha ricevuto l’International Award architecture in Stone 2007, il Premio di architettura Arch&stone’08: architetture in pietra del nuovo millennio, e The Special Honour del German Natural Stone Award 2011. Ha pubblicato, tra l’altro: “La città eccentrica” (La Nuova Arnica 1999), sul rapporto fra centro e periferia nella città-territorio; “Elementare-Superficiale” (Skira 2008), una retrospettiva sulla sua produzione attraverso i filtri di modello, forma e linguaggio; “Architectura simplex” (Letteraventidue 2012), una guida al progetto di architettura; “Monumentalneed” (Letteraventidue 2012), sulla città e sulla non-ancora-città, sul paesaggio lasciato al suo destino e su come il monumento popolare potrà ricostruire un nuovo equilibrio; “Obvius” (Letteraventidue 2014), una teoria dell’architettura sotto forma di diario. Infine, SERVèN, attivo dal 1994, è un motore di pensiero costruito intorno a Beniamino Servino. Elabora teorie sulla dimensione monumentale dell’architettura per una città-territorio post-ecologista della sovrapposizione. Recentemente, come conseguenza della crisi economica mondiale, definisce e aggiorna un manuale di Estetica della Miseria Dignitosa.

 

 

 

 

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