Fare l'architetto al Sud: incontriamo Mattia Antonio Acito | Architetto.info

Fare l’architetto al Sud: incontriamo Mattia Antonio Acito

wpid-2852_fotoAcito.jpg
image_pdf

Un reportage nitido e oggettivo di chi vive e lavora al Sud, fra potenzialità e debolezze, presunte e reali. Ne emerge un quadro intenso, sincero e diretto, fra esperienze personali di lavoro sul territorio e commesse estere. In tre puntate incontriamo altrettanti protagonisti del mondo dell’architettura: iniziamo con Mattia Antonio Acito (studio Acito & Partners, Basilicata) e proseguiremo con Beniamino Servino (Campania) e Gregorio Indelicato (studio Cottone & Indelicato, Sicilia).

Base locale, ma con occhi e attività progettuali nel mondo, passando per Russia, Cina e Montenegro. Il tutto condotto lontano dai luoghi canonici dello star-system italiano. Quanto ha inciso la sua scelta di rimanere a vivere ed operare nella città in cui è nato, anche a fronte di una situazione di contesto difficile, ma con evidenti potenzialità?

Noi ragazzi di Matera, finito il Liceo nel 1977, dovemmo scegliere la disciplina universitaria e la città dove “migrare”. Questa scelta (in quegli anni obbligata) ci impose di misurarci con culture locali diverse, da studenti meridionali. Io scelsi Architettura e Firenze. Partii da Matera, città con ancora impressa sulla pelle il marchio di “Capitale del mondo contadino” (per gli intellettuali) e di “Vergogna Nazionale” (per la politica). I Sassi erano abbandonati; noi andavamo lì con un po’ di paura e di curiosità, ma sentivamo già gli adulti colti battersi per il loro giusto riscatto, che avverrà con la “Legge dello Stato 771/86 per il recupero dei rioni Sassi di Matera”. Faccio questa premessa per collocare la mia preparazione che, guardando al centro storico di Firenze, vedeva possibile il recupero del cuore antico materano. Sono della generazione di nuovi architetti che, per casualità temporale, si è trovata ad avere l’opportunità di mettere in pratica le basi teoriche studiate. Non c’era tradizione professionale da seguire, ma c’erano i mastri muratori che il tufo lo avevano cavato e messo in opera già da bambini. Avevamo l’apprendistato (così diremmo oggi) sul campo e, con grande responsabilità, portammo energie nuove, con l’entusiasmo di chi aveva visto che il recupero era possibile ed era anche bello.

Tornai a Matera e aprii a 24 anni il mio studio di architetto “condotto”, come mi definirà Renzo Piano, con cui ho avuto la fortuna di sognare i Sassi recuperati a nuova vita. Racconto questo per dire che io, figlio di professionisti locali, ebbi il modo di capire che si poteva fare l’architetto anche qui senza sentirsi culturalmente isolati, anzi, pensando che la forza evocativa delle architetture rupestri rappresentasse la palestra dove imparare, studiare, sognare. Da qui la caparbia disponibilità a cercare tutte le occasioni per andare in qualsiasi luogo del mondo senza paure né di lingue, né di culture. Iniziarono i concorsi, gli incontri con altri architetti, e crebbe la convinzione, con alcuni progetti ben valutati, che stavo facendo il più bel lavoro possibile, che i miei sogni non avevano confini fisici ma, al contrario, necessitavano di continui stimoli. Se una rivista di architettura s’accorgeva di noi, certo ci gratificava, ma non credo di aver mai tramato per farmi notare da chi, in fondo, non voleva vedere che, anche nel Sud più profondo, si lavorava e si lavora con la forza e l’organizzazione di seri studi “più visibili”. Abbiamo avuto indubbiamente meno pagine patinate, ma maturato la coscienza di aver contribuito al recupero materiale e culturale della terra dei nostri padri. Ancor oggi, dal mio studio, guardo i Sassi che sono stati e sono la fonte creativa dei miei progetti esteri, da Pechino a Monterey, da L’Avana a Mosca o in Montenegro.

Lavorativamente, lei è stato impegnato nella riscoperta e valorizzazione dei Sassi di Matera, patrimonio dell’umanità dell’Unesco dal 1993 e città candidata a Capitale europea della Cultura 2019. Quali sono stati i punti di forza e di debolezza con i quali si è confrontato localmente, fra abbandono e riscoperta? In relazione anche con altri centri storici di realtà internazionali con i quali si è misurato, come per esempio L’Havana, quali strategie ha recepito e trasmesso nella sua attività lucana, e viceversa?

Quando visitai per la prima volta l’Avana, non potei non mettere in relazione, in una mia lucida follia culturale, la promiscuità riscontrata nei grandi palazzi del Malecón con quella dei palazzotti nobiliari 700eschi dei Sassi di Matera. I primi erano passati dall’ospitare vite lussuose di ricchi americani, a essere alveari per decine di cubani, che ne occupavano le stanze vivendo lì con figli e animali, così come accadde a Matera, vissuti da una popolazione contadina povera e numerosa che ne condivideva lo spazio con i “preziosi” animali, unico mezzo di locomozione per raggiungere i campi. Vidi ciò che non avevo mai vissuto, io, figlio di professionista che, uscito dai Sassi, avevano dato a noi una casa bella, pulita, asciutta. Ho visto con in miei occhi ciò che avevo solo letto nei libri di Levi e lo avevo visto a 10.000 Km di distanza. Ho condiviso con Eusebio Leal, historiador de l’Avana, l’idea di un confronto tra due realtà, diverse sì nelle forme fisiche, ma uguali in fondo nella difficoltà di vita. È nato così il progetto “Materavana”, folle e magnifica esperienza di scambio e di crescita. Ho intuito che alcuni valori, quali la condivisione degli spazi comuni (le camere urbane), potevano essere linfa per progetti di “sostenibilità” che iniziavano a essere richiesti anche, per esempio, dalla civile California. Ho immaginato un brano di città a Monterey, oggetto di un concorso internazionale, come un luogo di vita per americani che valutasse come sostenibile non solo il recupero dell’acqua e dell’energia del sole, ma, anche, il “vivere sociale” e il condividere spazi comuni, dove per spazio non si parlava più solo di stanze e volumi, ma di piazzette, corti e aria. I giornali locali, salutando il lusinghiero risultato del concorso, scrissero de “I Sassi in America”! Mi attribuirono un merito che sapeva tanto di atteso riscatto culturale. Forse era troppo, ma quel progetto valeva per me come una luce di una “stella di un sistema”.

A Pechino, negli anni che precedettero la “vandea” distruttiva abbattutasi sugli hutong per far posto ai grattacieli International style, mi sono trovato a parlare dell’importanza di salvare la storia, fino al punto di proporre una “Cristal Box”, una moderna teca trasparente dove racchiudere una preziosa architettura cinese ormai circondata da anonimi palazzoni in acciaio. Follia visionaria o profonda convinzione? E chi, se non la mia terra, mi ha condotto a formulare tale proposta?

In un Montenegro invaso da valigie di rubli che tutto potevano e tutto avevano, ho proposto di realizzare il progetto “Green Hospitality”, in cui piccole case, riunite in un modello di villaggio mediterraneo, avrebbero potuto ospitare chi desiderasse speciali cure sanitarie in una cornice wild beauty. Ancora una volta, la mia matita seguiva le tracce di un’architettura percorsa a piedi nei Sassi e nei paesi del Sud, dove anche la salute veniva condivisa in una sorta di convalescenza, fatta sì di cure mediche, ma anche di parole e di partecipazione.

Secondo le recenti stime Inarcassa, il reddito medio degli architetti operanti in Basilicata è di 18.412 euro, in calo del 17.7% rispetto al 2007.  In tale scenario, quanto è difficile lavorare localmente, nonostante la presenza di Fondi strutturali Europei, anche destinati al recupero dei Sassi materani?

Io non so quale sia il reddito medio, lo apprendo dalla domanda postami. So che oggi è difficile per tutti, e se a Milano si soffre la mancata uscita a cena, qui a Matera io soffro per non poter dare lavoro ai neo laureati che, come feci io, tornerebbero a vivere qui dopo gli anni universitari. Fondi strutturali, aree obiettivo 1, politiche promettenti, sappiamo che ci sono ma, concretamente, non abbiamo contezza. Soffriamo della scarsa presenza d’imprenditori pronti a fare la loro parte, forse demotivati un po’ per cultura e un po’ per disillusione. I Sassi sono ormai visitati da turisti di tutto il mondo e questo appaga i “modesti” politici e professionisti, ma noi sappiamo che tanto c’è ancora da fare e che tanto ancora possono dire. Matera è oggi tra le 6 città finaliste candidate per essere la Capitale Europea della Cultura 2019. A mio avviso, è giusto che l’Europa la adotti, perché, solo chi ci guarda con occhi lucidi può emozionarsi all’immateriale, forza dei segni del tempo.

Chi è Mattia Antonio Acito

Nato a Matera il 16 giugno 1957, si laurea in architettura presso l’Università degli Studi di Firenze il 14 aprile 1983. Svolge la sua attività professionale nei settori: riqualificazione degli spazi urbani, restauro, ristrutturazione ed architettura d’interni, allestimenti temporanei.

Riceve dall’Amministrazione Comunale di Matera l’incarico per il “Progetto di riqualificazione delle piazze centrali della città di Matera”. Molti i restauri nei Sassi, tra cui il progetto di recupero funzionale della “Casa del Pellegrino delle Monacelle”, seguito dallo studio di prefattibilità per il “Museo dell’Habitat Rupestre”, uno studio per il recupero di un comparto del rione Sassi da destinare a “Centro di  Interpretazione del Territorio Rupestre e di Documentazione della città di Matera”. Fra gli interventi di riqualificazione degli spazi urbani il Piano dei Lidi e di valorizzazione del lungomare di Scanzano Jonico.

Responsabile del progetto di riqualificazione e riuso della Cava della Palomba a Matera; della progettazione esecutiva e direzione lavori del Parco a tema “Felifonte” a Castellaneta Marina (Taranto). Recentemente, l’attività si è concentrata sulla sostenibilità energetica ed ambientale, progettando l’eco-villaggio “Sira Resort” a Nova Siri, il restauro della tenuta dei Medici di Cafaggiolo in Toscana; in ambito socio-sanitario il progetto di un borgo per disabili denominato “Borgosole” in agro di Miglionico; il progetto di restauro e riqualificazione funzionale dello storico “Mulino Alvino” a Matera.

In ambito internazionale, è risultato vincitore della 1 fase del Concorso per un’edilizia economicamente e bio-compatibile, indetto dalla Contea di Monterey, in California, aggiudicandosi il Premio al merito nella 2 fase e la realizzazione del quartiere. In Finlandia, a Turku, si è aggiudicato un menzione speciale per un progetto di recupero degli antichi edifici carcerari e di realizzazione di nuova edilizia residenziale. È impegnato negli ultimi anni nel confronto in campo internazionale è presente con progetti in Cina, in USA, in Montenegro.

Progetto Monterey, Usa

Progetto Montenegro Green Hospital

L’autore


Fabrizio Aimar

Architetto libero professionista, si laurea a pieni voti in Architettura presso la Facoltà di architettura del Politecnico di Torino. Collabora in un noto studio di ingegneria civile ed infrastrutturale di Torino e, dal 2009, come articolista per la rivista “Il Giornale dell’Architettura”. Dal 2010 è membro della commissione cultura dell’Ordine degli architetti P.P.C. della Provincia di Asti, per la quale ha co-organizzato il Festival dell’architettura Astifest nel 2013.

Copyright © - Riproduzione riservata
Fare l’architetto al Sud: incontriamo Mattia Antonio Acito Architetto.info