Frei Otto: l'eredita' del 're delle tensostrutture' | Architetto.info

Frei Otto: l’eredita’ del ‘re delle tensostrutture’

Chi era Frei Otto, il visionario pioniere delle tensostrutture premiato con il Pritzker nel 2015, e qual e' il suo lascito nell'architettura contemporanea

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 E’ assai riduzionista celebrare la figura di Frei Otto con il solo titolo di architetto, peraltro coniugandolo meramente alla sua nazionalità, quella tedesca. Egli fu decisamente di più, eroe di una narrazione mediatica che lo vede al centro dei riflettori mondiali per l’assegnazione del Premio Pritzker 2015 al termine della sua lunga vita. Quasi un feticcio celebrazionista, un epitaffio funebre al suo memento mori. Precipuamente, infatti, la sua attività si svolse intorno a ricerche e sperimentazioni strutturali sulla risoluzione di complesse tensostrutture con cavi, reti e membrane, oltre alle teorie pneumatiche, tutte finalizzate alla massimizzazione dei risultati funzionali mediante un ridotto sforzo nell’edificazione.

Fra le sue opere, riconducibili a particolari linee d’investigazione dell’architettura organica, si ricordano i padiglioni temporanei per le esposizioni floreali di Kassel (1955) e di Colonia (1957): quest’ultimo, progettato per durare solamente un anno, continua a far mostra di sé tutt’oggi, sempre nello stesso luogo.

Padiglione temporaneo per le esposizioni floreali di Kassel (1955)
Otto fu attirato dalla progettazione dei padiglioni fieristici per via delle condizione di temporaneità intrinseca a questo tipo di realizzazioni, postulato che gli concesse la libertà di sperimentare materiali e metodi non convenzionali. Attivo nel dialogo internazionali, proprio in quegli anni, durante un trascorso lavorativo negli Stati Uniti, ebbe modo di confrontarsi con Nowicki e Severud, i quali si stavano adoperando alla realizzazione della grande copertura sospesa della J. S. Dorton Arena a Raleigh.
La notorietà per il suo operato arrivò grazie ai grandi velari progettati per l’Esposizione Internazionale d’Ortocoltura, allestiti ad Amburgo nel 1963, a cui seguì la copertura mobile per spettacoli all’aperto di Cannes, il progetto per l’Accademia di Medicina di Ulm e il Palazzo del Ghiaccio di Dortmund (tutti realizzati nel 1965).

Frei Otto (foto: ©2015 The Pritzker Architecture Prize / The Hyatt Foundation)

Terminato il conflitto bellico, Otto tornò a studiare presso l’Università Tecnica di Berlino, conseguendo il dottorato in ingegneria civile nel 1954, per poi  fondare, dieci anni più tardi, l’Istituto per le Strutture Leggere presso l’Università di Stoccarda, a cui aderì l’amico e collega Mahmoud Bodo Rasch. Dal 1964 al 1991, egli fu professore ordinario presso l’Università di Stoccarda, e dal 1991, venne nominato professore emerito.
Frei, insieme a Konrad Wachsmann e a Richard Buckminster Fuller, fu tra i pionieri delle utopie relative alle grandi strutture in acciaio che pervasero lo scenario europeo ed internazionale tra gli anni ’60 e ’80 del secolo scorso. In tal senso, la sua declinazione lavorativa del pensiero miesiano del culto del “less is more” sfociò in una corrente del Produttivismo dedita alla costruzione di tensostrutture sospese per mezzo di esili cavi in acciaio ad alta resistenza.
Questa sua attitudine pare nacque durante la Seconda Guerra Mondiale, periodo storico drammatico che coincise con gli anni della sua formazione. In tale concomitanza, per mancanza di materiali da costruzione e per la penuria di ricoveri all’interno del campo di detenzione francese in cui fu internato, Otto cominciò a sperimentare l’impiego di grandi sistemi velari abbinandoli alle proprie conoscenze aereo-dinamiche. Fu qui che cominciò a ridurre all’essenziale le sue costruzioni, applicandolo a riflessioni teoriche sulla città contemporanea, di ieri e di oggi.
Fra le sue realizzazioni di esempi parziali, quasi sempre in partnership, troviamo l’imponente vela sospesa, su 8 piloni d’acciaio, del padiglione della Repubblica Federale Tedesca all’Expo 1967 di Montreal e gli ampi regimi membranali del Parco Olimpico di Monaco di Baviera nel 1972.

Il padiglione della Repubblica Federale Tedesca all’Expo 1967 

Il Parco Olimpico per Monaco 1972

Quest’ultima è divenuta il modello per molte realizzazioni successive, anche a piccola scala, per via del grande equilibrio da lui espresso tra form-making (di origine scultorea, derivato dalla tradizione familiare di abili scalpellini) e di form-finding, in cui la generazione della forma stessa deriva dall’ingegneria applicata. La forma come meccanismo, quindi. Interessante notare come un altro Premio Pritzker tedesco, Gottfried Böhm, fu anch’egli originariamente influenzato dalla pratica dell’arte scultorea.
Fra i molti che vennero ispirati dalle teorie del tedesco, si possono ricordare le coperture tensionate delle tribune del St. John’s Wood Cricket Ground, a Londra (Gran Bretagna), di Michael Hopkins, nel 1988 e dello stadio di calcio di Bari, firmato da Renzo Piano, nel 1989, passando per le strutture sospese dell’atrio e dei porticati dell’aeroporto di Denver, in Colorado (USA), progettato da Curtis W. Fentress nel 1994. Egli ha inoltre propugnato la necessità della comprensione dei processi fisico-biologici e tecnici generatori degli oggetti, affiancando, ai lavori citati, idee-progetto per grandi coperture a scala urbana e regionale di città (fra cui l’Artic City per 40.000 persone), strade e porti.
Echi delle sue teorie si ritrovano nell’operato di celebri architetti quali Richard Rogers (autore, ad esempio, dell’Arena a Saitama, in Giappone, del 1995 e della cupola del Millenium Dome a Greenwich, in Gran Bretagna, del 1996/99) e Nicholas Grimshaw, nel suo celebre Eden Project a St Blazey, Cornovaglia, Gran Bretagna, del 2000.

Millennium Dome, Richard Rogers (1999)

In ordine cronologico, gli ultimi ad essere affascinati dalle ricerche del maestro sono stati BIG & Heatherwick, i quali si sono recentemente aggiudicati la commessa per il nuovo campus di Google a Mountain View, in California (USA), con un progetto in bilico fra la rilettura e l’omaggio storicista dei già citati insegnamenti.

Google Campus, render (Big, Thomas Heatherwick)

Otto fu unico anche nell’approccio lavorativo. La risposta alle esigenze progettuali giungeva spesso sviluppando le proprie intuizioni su carta, spingendosi ad elaborare anche centinaia di schizzi in pochi giorni. Egli creò, così, un vasto corpus documentale relativo ai suoi 200 progetti eseguiti, composto da alcune migliaia di schizzi elaborati lungo l’arco temporale della propria esistenza. Molte vote si avvalse di modelli fisici in scala ridotta (in fil di ferro, tulle e acqua saponata), così come di mock-up in scala reale, per lo studio del processo di trasferimento del carico e la comprensione matematica delle deformazioni indotte dalla trazione sulle forme complesse concepite.
Tuttavia, con l’aumentare della scala reale dei progetti e l’ammodernarsi delle tecnologie, Otto fu tra i precursori della sperimentazione basata sull’utilizzo di software di modellazione virtuale, al fine di determinarne forme e comportamenti strutturali. Le sue tensostrutture furono, infatti, un esperimento visionario, poiché costituite da sottili membrane tese di tessuti sintetici ancorati ad una struttura reticolare leggera. Esse si rivelarono una grande intuizione, che aprì la strada allo studio delle “superfici minime” (condizione che risiede nell’annullarsi della curvatura media, calcolate attraverso equazioni differenziali), le quali affascinarono il lavoro bio-mimetico impostato da Zaha Hadid con le superfici foldate. Gli studi su cavi, reti e membrane, oggetto delle sue opere architettoniche, proseguirono con esami approfonditi delle strutture sotto carico di tensione, tra le quali anche i ponti sospesi.
Tra i suoi progetti più recenti ricordiamo i padiglioni venezuelano e giapponese all’Expo 2000 di Hannover, quest’ultimo progettato in partnership con Shigeru Ban e costituito da tubi di cartone senza giunzioni e da una copertura interamente in carta riciclata.

Padiglione giapponese per Expo Hannover 2000 (foto: Hiroyuki Hirai)

Tale struttura a guscio, dotata di a curvatura positiva e sezione ad arco, è lunga 73,8 m e larga 25 m. La consulenza strutturale venne affidata a Buro Happold, quasi un singolare omaggio proprio ad Edmund Happold, che, come Otto, fu un precursore visionario del tema legato alle tensostrutture. Quest’ultimo, infatti, insieme all’architetto tedesco e a Ian Liddell, Vera Straka, Peter Rice e Michael Dickson, istituì il laboratorio per lo studio dei comportamenti delle tensostrutture leggere nel 1964, come già citato. Come il giapponese Ban, l’architetto tedesco condivideva la sensibilità verso le persone in difficoltà, specialmente verso i bisognosi colpiti da eventi calamitosi, anche di origine naturale.
In ultima analisi, la grande lezione che ci lascia in eredità Frei Otto è la testimonianza del suo lavoro, il quale dimostra quanto il futuro sia, in realtà, ancora un progetto incompiuto. Unitamente a tale lettura, egli ci consegna un messaggio, quasi una missione di confronto dell’architettura con il metodo scientifico, senza però disconoscere se stessa. E continuando a restare in bilico tra arte e scienza, come afferma Renzo Piano. Il suo operato ci ha permesso, inoltre, di comprendere come una semplice soluzione strutturale possa creare un sorprendente spazio flessibile su ampie luci, come nel caso delle passerelle Mechtenberg, le cui campate giungono ad una luce di 30 metri. Il tedesco fu il primo a comprendere i reali vantaggi delle tensostrutture, indagandone i benefici in termini di mobilità, leggerezza, semplicità e rapidità di montaggio, oltre al basso costo. Con audacia, ha ripreso lo studio della doppia curvatura, dimenticata alla morte di Antoni Gaudí, declinandolo in un lavoro minormente materico rispetto a quello condotto dal messicano Félix Candela sul cemento armato (SCARICA L’E-BOOK). In conclusione, i suoi lavori restano a dimostrarci, senza possibilità di dubbio, quanto giovi un approccio integrato alla progettazione per la circolazione delle idee culturali.

 

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