Goncalo Byrne: l'architettura non e' spettacolo | Architetto.info

Goncalo Byrne: l’architettura non e’ spettacolo

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Incontriamo l’architetto all’aeroporto di Milano Malpensa, poco prima del suo rientro in Portogallo. Ne emerge un dialogo profondo, con un protagonista dell’architettura europea che rifugge dal divismo “da rockstar” dei suoi colleghi contemporanei, come lui afferma. Un uomo dalla cultura raffinata, che ci spiega (in italiano) la sua filosofia del realizzare edifici come “contenitori di vita”.

Il Portogallo, da tempo, è attento al tema del riuso e della valorizzazione territoriale. Ne sono un esempio le architetture turistiche locali, le pousadas, e la rivalutazione d’importanti aree come l’Alto Douro, ora Patrimonio dell’umanità Unesco. Qual è la road map necessaria per recuperare al meglio il patrimonio pubblico esistente, senza intervenire in maniera violenta sul paesaggio, con l’aiuto dei privati?

La perdita e la dismissione dei centri storici è un fenomeno profondo che affligge non soltanto Lisbona, ma tutte le città, comprese le piccole realtà di provincia, perché è il risultato di politiche, per esempio economiche, e leggi che arrivavano dalla dittatura e si è faticato a cambiare. C’è un problema, ad esempio, di controllo degli affitti, ma in generale è tutto il sistema che adesso comincia a ripensarsi.

A Lisbona in questo momento c’è un piano abbastanza strutturato di recupero del centro storico, che viene dalla nuova gestione della città, politica, quindi dal sindaco e dal Comune, ma anche dell’assessore all’Urbanistica. Il problema è il momento di fortissima crisi economica, con scarsità d’investimenti pubblici ma anche privati, che fanno fatica ad andare avanti. Adesso, grazie a piccoli segnali di ripresa, il tema della riabilitazione, anche con la compartecipazione privata, può andare avanti.

Di fatto non si può parlare di una road map per il patrimonio pubblico esistente, perché a livello di politica nazionale non ci sono misure complessive che possono portarci a parlarne. La cosa è gestita molto dai singoli comuni: qualcuno è più attento e altri lo sono meno. È vero che, nel frattempo, il Portogallo ha avuto un riconoscimento dall’Unesco, per il paesaggio ma anche per il centro storico di Coimbra e la vecchia università. Di fatto, si dovevano anche adottare misure che, ad esempio a Coimbra, parzialmente esistono, ma sono ferme. E sul tema del paesaggio c’è il Douro, tutta l’antropizzazione di un territorio molto antico e bellissimo. L’Unesco ha avuto conseguenze positive, perché in questo momento il vino e l’agricoltura sono settori ancora abbastanza attivi: qui il Portogallo produce il suo vino migliore, che riesce anche ad esportare, e ciò ha permesso all’area del Douro di diventare una sorta di Reno. Crociere di turisti percorrono il fiume, con numeri in crescita perché arrivano americani, giapponesi, cinesi.

Questo successo è stato possibile grazie alla specifica qualità del paesaggio, che abbina una valenza anche produttiva, con un indotto che favorisce il suo mantenimento.

In una lectio magistralis lei parlava di fondamenti chiave, quali l’erosione del concetto di soglia, dinamica della forma permanente di un edificio e recupero del rapporto tra la luce e l’ombra nel tempo. Come può questa dimensione teorica riversarsi in una riflessione sulla pratica, in un momento storico in cui tutti contestano l’algidità dell’imperante International Style, ma senza proporre alternative?

In architettura, l’importanza del recupero nel rapporto tra luce e ombra nel tempo, di fatto, è un tema che non è così assente nell’algidità dell’imperante International Style. Lo è invece nell’architettura diventata spettacolo, in cui vedo solo il tema della luce artificiale: la spettacolarizzazione ha come conseguenza la cancellazione della nozione di tempo, ed è un tipico valore di una cultura dell’entertainment. Le luci e le ombre, l’importanza del portare la presenza del tempo nella “solida” architettura, di fatto, non è una preoccupazione di questa architettura. Con questo, non intendo che non abbia il suo interesse, ma mi sembra che tale valore sia importantissimo nella gestione dell’architettura.

Lei afferma che ogni città ha una specifica identità se la si guarda attraverso il sistema dei vuoti che la compongono, e questa ne indica l’evoluzione, al pari dei pieni. Quant’è importante parlare di progetto e di governo degli spazi urbani, soprattutto all’interno dei centri storici, cercando un’osmosi maggiore fra il tessuto edilizio e le persone?

La tradizione architettonica guarda alla città dal punto di vista delle emergenze costruite, al contrario dell’edilizia che, in tempi più recenti, è anche diventata molto autoreferenziale. In questa architettura-spettacolo, l’edilizia crea solidi monumenti che vengono anche chiamati architetture iconiche, e a mio parere credo che in ciò ci sia uno sbaglio. L’architettura iconica è un altro tema.

Per me è molto importante guardare la città partendo da quello che c’è tra gli edifici, dallo spazio, dal rapporto fra di essi. È lì che si riconosce la sua identità e singolarità, come una sorta d’impronta digitale, è questo che rappresenta il suo codice genetico. L’altro aspetto è interpretare la morfologia urbana partendo dal sistema dei vuoti, dal punto di vista dello spazio pubblico, dello spazio connettivo, ossia dove veramente la città esiste come tale, nello spazio che viene condiviso dai cittadini, che è quello all’esterno. Questo è molto importante, perché da sempre esiste il rapporto tra la permanenza di un fabbricato e la vita che si svolge all’interno, che si re-incontra e ritrova negli spazi pubblici. Il rapporto fra le due è fondamentale, perché la vita dell’opera e la vita della città vi risiedono. Quando cessa, pezzi di città perdono d’uso e creano un problema.

Anche la perdita della comprensione dell’importanza dello spazio pubblico è una criticità, come succede oggi, ad esempio, nelle città dell’America Latina. Sono stato da poco a Fortaleza, che è in una situazione tremenda: la città è composta da “isole” di ricchi circondate da poliziotti, con loro condomini, accessi sorvegliati e militari, e dai ghetti delle favelas, altre “isole”. I ricchi girano tra le “isole” dentro vetture blindate oppure in elicottero. Gli altri, invece, occupano questi spazi sulla base dello scontro brutale, facendo diventare lo spazio pubblico luogo di violenza.

La città che si riduce a “isole”, ghetti, perde totalmente la nozione dello spazio pubblico, non solo reale e fisico, ma anche il valore mentale e culturale di spazio d’incontro. Questo è un problema della città contemporanea, ma per il momento non accade dappertutto; in Europa credo non sia ancora un problema, ma queste erosioni stanno cominciando. La cultura contemporanea, e un po’ quella del web, ha permesso alla gente lo scontro tramite una rete d’informazioni, comportando una sorta di “erosione” del valore mentale dello spazio pubblico. Ciò non avrebbe dovuto avere effetto sui luoghi pubblici della città, perché nel web non passa la gente, ma soltanto l’informazione sulla gente. Per fortuna, c’è ancora bisogno dello spazio fisico di trasporto, carnale, ma anche d’incontro della gente, ma di fatto c’è una potenziale erosione di tale concetto.

In una conferenza, tracciava un parallelismo indiretto tra Italia e Portogallo, con nuove opere che fondono topografia e architettura (come Óbidos e Jesolo), e l’emorragia abitativa che colpisce i centri storici. Impressionante il dato di Lisbona, che ha perso circa 200.000 abitanti in 20 anni. C’è un modo per rilanciare i centri storici e dar loro nuova vita, ormai quasi persa nella nuova configurazione della città policentrica?

Credo che il rilancio dei centri storici non sia in questo momento un problema di tutta l’Europa. In Portogallo è un disastro, anche se la situazione è ancora recuperabile. In Spagna ci sono problemi. In Italia, per fortuna, è presente solo in alcune città. Tra cui Venezia che, anche se non in tempi recentissimi, è diventata sempre di più una macchina turistica, causando la fuga verso l’entroterra. Ma anche a Palermo e Catania. Siena, al contrario, è una città dal centro storico vivissimo, così come Chioggia, dove sono stato da poco.

Il nodo più grave è quello delle periferie, che hanno molti problemi, d’inquinamento ed energetici fortissimi. E riprendere una sorta di “ristrutturazione urbana” in un territorio più ampio e impostato su grandi assi infrastrutturali mi sembra più difficile anche se ci sono già delle strategie in atto.

Sul suo sito web, fra 12 progetti selezionati, c’è una sola opera estera, la “Casa nel Parco” a Jesolo, proprio in Italia. Un riconoscimento onorifico importante. Quale valenza ha per lei tale progetto, in termini di rapporto fra ambiente e costruito? La chiave di lettura passa solo attraverso un calibrato inserimento paesaggistico, cromatico e materico, o c’è dell’altro?

Il tema dell’inserimento paesaggistico è sempre, di per sé, importante, specialmente quando parliamo dell’intervento su una zona come Jesolo, dove l’evoluzione urbana ha lentamente distrutto il rapporto tra il costruito, “mangiandone” la pineta e cancellando aree paesaggistiche di grande valore che bisogna riprendere.

A mio parere, anche altri sono i temi da affrontare per una strategia di sviluppo urbano: se continuare con la bassa densità, la dispersione di fabbricati a bassa altezza, oppure andare verso la densificazione e la concentrazione. Uno dei problemi è il modo veneto di gestire la città diffusa: tutta questa sorta di bassissima densità, rintracciabile un po’ dappertutto nel territorio trevigiano e sulla centuriazione del Brenta, va contro le nozioni di equilibrio ambientale e la sostenibilità energetica.

A mio parere, è però anche sui modelli culturali e di vita che bisognerebbe meditare, uno fra tutti il mito della comunicabilità tramite il web, che permetterebbe di lavorare fisicamente isolati dagli altri. È possibile, ma si può lavorare molto meglio vicini, mettendo di nuovo in luce la prossimità fisica, nei luoghi di lavoro così come nella città.

Un’interessante analisi dell’economista americano Edward Glazer (“Il trionfo della città” e del mito della tecnologia che poteva andare contro tutto) afferma che, dopo il modello dello sprawl, della Silicon Valley o di Bangalore, si debba invece riprendere il tema della densità, della prossimità urbana, avvicinandosi ai modelli della città storica. Ed è interessante che venga da uno studioso che lavora sui modelli della città americana, e mi sembra molto importante per il Veneto, ma anche per la Lombardia.

I suoi progetti in corso in Italia sono 3: il Parco pubblico a Jesolo, il complesso dell’Ospedaletto di SS. Giovanni e Paolo a Venezia e la riqualificazione di un isolato ad Albenga. Quale significato ha lavorare in Italia, per un progettista straniero?

Credo che un progettista straniero non porti nulla di nuovo. Il suo compito è, anzi, provare a capirla e capire cosa succede, in particolare nella città, per avere delle risposte misurate. Io ho sempre forti dubbi su chi paracaduta immagini spettacolari e viene per lasciare il suo “segno”, che è una parola tremenda.

Un paio di settimane fa ho letto su “la Repubblica” un articolo di architetti, credo italiani, che hanno pubblicato una sorta di rassegna su cosa fosse importante per l’architettura di oggi, su come reagire al mondo. Vengono fuori conclusioni con le quali non sono assolutamente d’accordo, quali, ad esempio, che il mestiere principale dell’architetto sia quello di lasciare segni nel mondo. E di nuovo torniamo all’architettura dello spettacolo, iconica.

Non è compito dell’architetto dichiarare che l’edificio sia un’icona. Con il tempo, può riconoscerlo come tale una società. Tanti progetti 20 anni fa erano dichiarati delle icone, e nessuno oggi li ricorda più. Perché non parlavano di sé, erano gesti autoreferenti. Incarnavano l’aspetto dell’autore, di un politico e si comportano come piccole isole non comunicanti dentro la città. Similmente alla ghettizzazione, che ha conseguenze sociali ed economiche molto gravi, facendo diventare la città un territorio di guerra e violenza. Quella è la cultura “degli architetti che guardano soltanto l’ombelico del loro mestiere”.

Nella “scuola” di architettura portoghese l’attenzione per il paesaggio, anche urbano, è una missione importante. Contro il creare spettacolo, fa comprendere come l’architettura debba dialogare con l’esistente, che sia città, paesaggio o campagna. Ma anche il deserto lo è, no? Il classico progetto scolastico di realizzare una casa nel deserto, ad esempio, può fare pensare a una “capsula marziana”, ma non è vero. Vivere nel deserto è durissimo, e non è mai in una tabula rasa.

In una situazione che vede una profonda crisi economica abbattersi sia sul Portogallo che sull’Italia, sono in molti a chiedersi se l’apporto degli architetti sia davvero essenziale. Le giovani generazioni sono condannate ad emigrare o, se restano, a vivere di precarietà?

La crisi, in Portogallo ma anche in Spagna, ha fatto emigrare molti giovani, non solo architetti, verso il centro e il nord Europa. I giovani architetti portoghesi, finora, sono molto apprezzati. Vanno in Svizzera e lavorano dappertutto, ben preparati dalle scuole di Oporto, Lisbona ma anche Coimbra. Questo è molto positivo.

L’Italia ha una grosso problema: lo squilibrio tra popolazione e numero di studenti di architettura. Negli anni novanta aveva più studenti di architettura di tutti i paesi della Comunità europea messi insieme! E non ho mai capito questo fenomeno. E lo sbilanciamento continua, rendendo la situazione ancora più critica.

In Portogallo, la situazione economica è peggiore che in Italia, spero che si possa superare, ma non so.

In chiusura, può segnalarci 3 nomi di giovani architetti portoghesi di cui sentiremo parlare nei prossimi anni, e per quale motivo?

Facilissimo: Paulo David, un quarantenne bravo, che lavora e abita nell’isola di Madeira, a Funchal. Aggiungerei anche Patricia Barbas e Diogo Lopes, una coppia che ha lavorato da me. Sono bravissimi architetti che hanno partecipato al progetto del Teatro Thalia, e hanno vinto un grande concorso a Lisbona con un bellissimo progetto.

A Porto ci sono molti giovani studi che non conosco, perché, come oggi si usa, i nomi degli studi non portano più il nome dell’architetto ma sono sigle a volte un po’ particolari. Questo fenomeno, interessante, penso avrà il risvolto positivo di cancellare un po’ l’inflazionato “rockstar system” introdotto nell’autorato. Mai prima d’ora gli architetti hanno avuto tanta notorietà, a partire dai grandi del Rinascimento come Andrea Palladio o Leon Battista Alberti, che hanno ricoperto ruoli importantissimi. Erano sicuramente bravi architetti, i principi chiedevano loro lavori ma non c’era questa sorta di ossessione della notorietà.

Nell’architettura, l’autore non è lo stesso della pittura. L’architetto lavora prima in gruppo, l’architettura arriva dopo come disciplina in cui convergono tante forme di conoscenze diverse. L’architettura, come a me piace parlarne, è una forma di conoscenza, che ha una specificità, quella di essere generalista. Solo dopo l’architetto può diventare specialista, ma come forma di apprendimento è generalista, poiché tocca degli ambiti che sono di grandissima trasversalità, d’interdisciplinarità. Risiede nell’ambito artistico, ma l’artisticità dell’architettura non è proprio la stessa della pittura, del video, di un poeta, anche se c’è poesia in architettura ma in entrambe usa altri strumenti. Essa tocca la vita della gente, tocca lo spazio pubblico. Il materiale di lavoro dell’architetto non è di sua proprietà, anzi, la città, il paesaggio, hanno un valore condiviso. E’ vero che l’architettura è un’arte, tutti lo sappiamo, ma è molto più impura, perché è di trasversalità, di relazione, di rapporti. Un grandissimo progetto è quello che ha una spinta sull’uso di quelle chiavi e che può esportarle ad altri, diventando uno spazio stimolante. E’ importante però il modo a come vi si arriva lì.

 

 

Parco pubblico a Jesolo, con Pedro Sousa Arquitectos

 

 


Progetto Albenga, con arch. Domenico Catrambone

 

Teatro Thalia, con Patrícia Barbas & Diogo Lopes Arquitectos

 

 

Venezia – Ospedaletto, con Architetti Associati BMZ

 

 

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