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Incompiuto Siciliano: 10 anni per il censimento del non finito

Compie 10 anni “Incompiuto Siciliano”, che dal 2007 mappa e cataloga le opere pubbliche incompiute in Italia. Ad oggi ne conta più di 600, ma il numero è in continua crescita

palestra Valguarnera © Incompiuto Siciliano
palestra Valguarnera © Incompiuto Siciliano
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La fenomenologia dell’incompiuto ha Patria e radici in un sistema socio-culturale, quello italiano, che dal secondo dopoguerra ad oggi ha registrato un proliferare di opere che si basano su di una promessa evasa, quella di una fisicità, sospesa e disattesa nel tempo. Ancora da indagare con accuratezza e profondità, è tuttavia “uno strumento per interpretare la storia recente del nostro Paese”, come afferma Andrea Masu, tra i soci fondatori dell’Associazione “Incompiuto Siciliano”.

Formata da un collettivo artistico, Alterazioni Video, quest’ultimo è composto da 5 membri complessivi, di cui due residenti in Germania e uno a New York, i quali collaborano insieme da 15 anni nel campo dell’arte contemporanea. Il progetto culturale venne avviato nel 2007 insieme ad Enrico Sgarbi e Claudia D’Aita, ai quali si sono affiancate, oggi, altre 2 realtà, ossia lo studio di architettura Fosbury Architecture e l’architetto Antonio Laruffa.

“E’ iniziato tutto contandole”, afferma, “cercando di capire quante opere incompiute vi sono sul territorio italiano. E, a distanza di 10 anni, ancora non lo sappiamo! Grazie a diverse fonti quali archivi, dossier e segnalazioni, possediamo un archivio online di circa 600 opere incompiute distribuite in tutta Italia, di cui la maggior parte si trova in Sicilia. Sei anni dopo la nostra iniziativa nacque il S.I.M.O.I. (Sistema Informativo Monitoraggio Opere Incompiute) presso il Ministero dei Lavori Pubblici, il quale riceve le segnalazioni dagli Enti locali e compila un’anagrafe delle opere incompiute ogni anno. Ad oggi ne conta oltre 800. Ebbene, sappiate che i nostri 2 archivi ne condividono solo 24! Solo 24 opere sono presenti in entrambe gli archivi!”

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Un fenomeno esteso dunque, che origina nel secondo dopoguerra italiano fino a giungere ai giorni nostri, con un periodo intenso tra gli anni ’70 e la metà degli anni ’90. Immediatamente, quanto esposto apre ad alcune riflessioni, sia nei numeri complessivi di ciò che si è riuscito a mappare che nelle interpretazioni differenti su cosa può essere un’opera incompiuta. Ad esempio, Andrea Masu ci riferisce che, diversamente dal SIMOI, “Incompiuto Siciliano” non considera come tali le opere di urbanizzazione primaria quali reti stradali e fognarie propedeutiche ad un complesso edilizio, così come la sua ristrutturazione o la variante progettuale. “Noi, invece” riferisce lo stesso, “teniamo in considerazione tutte quelle opere incompiute che si possano identificare visivamente come tali. Per cui ancora nessuno sa, in Italia, quante esse siano veramente.”

Viadotto, Milazzo (ME) © Incompiuto Siciliano

Viadotto, Milazzo (ME) © Incompiuto Siciliano

“Esiste una specificità italiana, legata alle opere pubbliche, che non esiste in nessun altro territorio del mondo” ci fa osservare Masu, con gravità. “Stiamo parlando di opere civili e infrastrutture di ogni ordine e grado: ponti, stadi, cavalcavia, autostrade, teatri, dighe, scuole, velodromi, palasport, tanti ospedali e case di cura ecc.” Ma non è un fenomeno solo italiano, che infatti trova similarità e testimonianze anche oltre il confine nostrano. “Negli anni ’80, fino a metà dei ’90, a causa della bolla edilizia, in Spagna è esploso il fenomeno dell’incompiuto, legato però all’edilizia privata. Lì, appunto, abbiamo molti alberghi, residence e centri commerciali. Basti dire che, proprio l’anno scorso, il Padiglione Spagnolo alla Biennale di Venezia vinse il Leone d’Oro con un progetto legato ad una riconversione di un’opera incompiuta. Ma così accade anche in Ucraina, Grecia, Albania e America Latina, ove però si hanno altre tipologie di opere incomplete.”

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Ma perché dare un preciso riferimento geografico nel nome a tale progetto culturale, ossia quello della Sicilia? Quali sono le motivazioni? “Siamo partiti dalla Sicilia perché lì il fenomeno è tipico, nel senso che c’è un numero percentuale di opere incompiute straordinario rispetto all’Italia”, ci confida Masu. “Nell’analisi che abbiamo condotto, abbiamo catalogato opere su tutto il territorio nazionale, ma in Sicilia è successo qualcosa di differente. Lì, il fenomeno ha fatto sistema. E’ il prodotto di un’economia specifica, parassitaria, basata sui finanziamenti pubblici, che ha sì distribuito ricchezza attraverso il lavoro, ma che non ha creato valore.”

Dunque, è proprio dalla ricognizione delle opere incompiute presenti sul territorio nazionale che ha dato loro modo di individuare questo fenomeno e così di nominarlo, restituendo un’immagine nella sua complessità e nell’articolazione attraverso il tempo e lo spazio. “Proprio per questo noi l’abbiamo definito ‘stile architettonico’” afferma provocatoriamente Andrea Masu, “anche se creatosi indipendentemente dalla volontà dei propri progettisti. Ad oggi è possibile, a distanza di 40 anni, individuarne infatti gli elementi ricorrenti, un’estensione territoriale, processi nell’uso dei materiali così come veri e propri stilemi. Questo tipo di operazione ci ha permesso, nel corso dell’ultimo decennio, di scrivere un manifesto di questo stile: lo stile dell’incompiuto.”

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A celebrare questo “stile”, negli anni, vi sono state mostre, incontri, conferenze, workshop, performance, un film e anche un festival tenutosi all’interno di tali opere. A distanza di 10 anni, la ricerca complessiva svolta finora verrà condensata e pubblicata, per la prima volta, in un libro. Proprio in questi giorni è partita una campagna di crowdfunding a supporto diretto dell’iniziativa. Ma quale sarà la prossima fase? “Senza dubbio è quella dell’intervento diretto sulle opere incompiute” secondo la voce diretta dell’intervistato. “Da diverso tempo, abbiamo avviato una collaborazione con architetti, ingegneri, urbanisti, ma anche antropologi, musicisti e filosofi, al fine di capire come possiamo intervenire su questa eredità che riceviamo dal passato.

Cosa puoi fare con le opere incompiute? Abbiamo individuato 4 possibilità:
1) le finisci, laddove è possibile ed è economico, ma solo se questo completamento ha una ragione;
2) cambi destinazione d’uso, ossia quell’opera la fai diventare qualcos’altro rispetto al progetto iniziale;
3) le demolisci, quando riesci ad affrontare questa opzione nei costi di demolizione, di smaltimento dei detriti e di bonifica dei terreni;
4) le lasci così come sono, cercando di intervenire ad un grado zero, minimo, mettendole in sicurezza e aprendole di nuovo agli scambi col resto del sociale. Le opere incompiute sono, sostanzialmente, dei cantieri mai terminati, inaccessibili a chiunque, e perciò delle vere e proprie porzioni di territorio sottratte alla rete delle relazioni, degli scambi. Questo è il primo passo rispetto a questi luoghi, monitorando quelli che possono essere gli usi informali che si sviluppano all’interno di tali spazi. Essi possono dare delle indicazioni su una nuova vocazione di queste strutture, tutta da scoprire e sulla quale tornare a progettare, perché di fatto non sono mai state nulla.”

Si aprono, dunque, varie possibilità con le quali operare, ma da valutare caso per caso. “Uno dei primi passaggi che abbiamo cercato di definire in un protocollo d’intervento, da noi elaborato, prevede, per esempio, una mappatura aggiornata dei bisogni del territorio.” Continua Masu: “quell’ospedale, quel palasport, quella piscina, iniziato a costruire 30 anni fa, è ancor oggi necessario? E che cosa, invece, lo è? E se non lo sono, che cosa invece lo sarebbe? Questo rompe un po’ una sorta di tensione ideologica, se vogliamo anche populista e demagogica, legata alle opere incompiute, scandita da slogan come: ‘Le finiamo tutte!’”.

In conclusione, e parallelamente a questo filone, “in questo momento stiamo cercando di fare una ricognizione attraverso un incompiuto storico” ci rivela Andrea Masu, “come il complesso della Chiesa di Venosa, di San Petronio a Bologna o la Chiesa dei Benedettini a Catania. Queste opere, rimaste incompiute ma appartenenti al tessuto sociale e di vita, tuttavia non scandalizzano neanche più e tale segno è stato socialmente assimilato.”

Per ulteriori informazioni, si consiglia di consultare la pagina web e la pagina Facebook

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