Incontri con giovani progettisti: Factory Architettura | Architetto.info

Incontri con giovani progettisti: Factory Architettura

Menzionate per il Premio Agibile e Bella in Biennale di Venezia, le architette di Factory credono che fare architettura significhi progettare senza compromessi che sviliscano la qualita'

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Mariella Annese (Conversano, 1976) e Milena Farina (Roma, 1977) dopo la laurea all’Università Roma Tre si impegnano sia nell’attività professionale sia nella ricerca su temi legati al progetto contemporaneo. Nel 2008 fondano a Roma lo studio Factory Architettura, che viene più volte segnalato nelle riviste di settore e ottiene diversi riconoscimenti: nel 2010 è selezionato dal premio Newitalianblood come studio emergente under 40; nel 2011 presenta il proprio lavoro al Maxxi in occasione della rassegna Architecture Talks; nel 2014 riceve la menzione al Premio Agibile e Bella. Architetture di qualità per la qualità delle scuole (Mibact – Direzione generale Pabaac, Miur e In/Arch) per il progetto Fuoriclasse in giardino.


In rapporto ai vostri esordi lavorativi, come giudicate il vostro percorso formativo? Quanta distanza c’è tra il dire e il fare?

Possiamo ritenerci soddisfatte del nostro percorso formativo. L’approccio al progetto e in particolare l’attitudine a considerare con attenzione il contesto deriva senz’altro dai bravi maestri che abbiamo incontrato all’Università. L’esercizio professionale è comunque un’attività lontana dall’insegnamento universitario, focalizzato più sugli aspetti compositivi e figurativi dell’architettura e sul dibattito teorico tutto interno alla disciplina. In fondo è giusto affrontare all’Università i temi più formativi dal punto di vista culturale, però va detto che gli altri aspetti della professione si imparano soprattutto con la pratica.

Che cosa fate per tenervi aggiornate? Che cosa pensate della formazione continua?

Da quando ci siamo laureate non abbiamo mai smesso di “formarci”, cioè non abbiamo mai perduto la voglia di conoscere e la curiosità nei confronti di tutti i campi che in qualche modo possono offrire stimoli alla nostra ricerca: anche l’arte e il cinema sono altamente formativi per un architetto.

Ci sembra un po’ assurdo imporre ope legis un’attività che dal nostro punto di vista è connaturata all’essere architetto; soprattutto la modalità che è stata scelta (attribuzione e raggiungimento di crediti) è una forzatura. Se con la formazione continua si vuole affrontare la questione della bassa qualità del costruito, forse vanno ripensate le attribuzioni di competenze tra le professioni, i percorsi formativi, la normativa di settore che per esempio contempla ancora troppo poco il concorso di progettazione. Riaprire il dibattito sulla qualità e la bellezza delle nostre città coinvolgendo attivamente la nostra categoria, anche con un richiamo all’impegno etico, sarebbe molto più utile di tanti corsi accreditati e “professionalizzanti”.

Fuoriclasse in giardino: allestimento degli spazi aperti dell’Istituto comprensivo Verga a Japigia (Bari), 2014

Facendo riferimento allo specifico ambito della filiera delle costruzioni, compresi gli aspetti normativi e politico-economici, illustrateci tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna.

Prima di tutto, la complessità del territorio italiano rappresenta una sfida stimolante in ogni occasione di progetto. In particolare nei contesti urbani più sensibili, l’operazione di selezione e valorizzazione delle tracce accumulate dalla storia comporta una forte responsabilità ma è anche un’esperienza unica. Il nostro paese ha bisogno di buona architettura e crediamo che valga la pena raccogliere questa sfida cercando le occasioni giuste all’interno del mercato. D’altronde avere una base in Italia ormai non vuol dire rinunciare a una rete di contatti che si può estendere ben oltre i confini nazionali, soprattutto nei paesi europei che – come gli architetti della nostra generazione – sentiamo culturalmente molto vicini.

Per quanto riguarda gli aspetti negativi, purtroppo sono tanti e si sa: l’Italia non è un paese per architetti; l’Italia non è un paese per giovani; l’Italia non è un paese per donne. Quando le tre condizioni coesistono – come nel nostro caso – espatriare sembra davvero l’unica possibilità. Ma per fortuna i tre motivi per cui vale la pena resistere sono sufficienti. Almeno per ora.

Progetto di concorso (secondo classificato) per il nuovo centro parrocchiale Regina Pacis a Velletri, 2014

Qual è il vostro sogno nel cassetto?

Fare architettura, con la A maiuscola. Il che non vuol dire realizzare per forza grandi opere ma riuscire a portare in cantiere i progetti senza troppi compromessi che sviliscano la qualità del risultato finale e la coerenza dell’idea.

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L’autore


Luca Gibello

Si laurea presso la Facoltà di Architettura di Torino nel 1996 e consegue nel 2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Luca Gibello svolge attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia ed è stato docente presso il Politecnico di Torino di Storia dell’architettura contemporanea e Storia della critica e della letteratura architettonica. Dal 2004 è caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”, mentre da settembre è titolare del corso di Architettura dei rifugi alpini presso la facoltà di Ingegneria edile – Architettura dell’Università di Trento. Autore e co-autore di libri e saggi, ha svolto il coordinamento scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (a cura di Carlo Olmo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003). Nel 2011 pubblica il libro Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, primo studio sistematico sul tema e dal 2012 è presidente della neocostituita associazione Cantieri d’alta quota.

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