Incontri con giovani progettisti italiani: Burnazzi Feltrin | Architetto.info

Incontri con giovani progettisti italiani: Burnazzi Feltrin

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Davide Feltrin ed Elisa Burnazzi, classe 1974, hanno fondato nel 2003 lo studio Burnazzi Feltrin Architetti, con sedi a Trento e Rimini, finalista del Premio Fondazione Renzo Piano nel 2010, vincitore a pari merito di “LineaGiarch – Progetti di giovani architetti italiani” nel 2011, esposto alla 13. Biennale di Venezia nel 2012 e selezionato al premio Costruire il Trentino nel 2013. Sono questi due giovani architetti a inaugurare il nostro ciclo di incontri con i progettisti under 40 per parlare di presente e futuro della professione, tra formazione e opportunità lavorative in Italia, con uno sguardo oltreconfine

In rapporto ai vostri esordi lavorativi, come giudicate il vostro percorso formativo? Quanta distanza c’è tra il dire e il fare?

La distanza tra università e lavoro è poca o molta, dipende. I corsi universitari generalmente curano molto l’aspetto del progetto, ma non tutte le altre competenze necessarie a realizzarlo, come ad esempio la gestione dell’ufficio, o a difenderlo, come il diritto d’autore. Fortunatamente abbiamo avuto l’occasione di formarci presso professionisti che hanno arricchito il nostro bagaglio di conoscenze. Noi cerchiamo di fare la stessa cosa con gli studenti che svolgono il loro stage presso il nostro studio, e che spesso tendono a non valorizzare il proprio operato. Così cerchiamo di motivarli, di responsabilizzarli. Li mettiamo davanti al cliente: devono esporre e spiegare il loro lavoro ma soprattutto devono imparare a comunicare, ascoltando e rispondendo alle osservazioni che via via emergono durante l’incontro.

Che cosa fate per tenervi aggiornati? Che cosa pensate della formazione continua?

Per tenerci aggiornati… Semplicemente lavoriamo! Riteniamo che il tema della formazione sia importante, ma non può diventare una somma di crediti. La vera formazione un professionista la acquisisce sul campo, certo viaggiando ma soprattutto lavorando, facendo esperienza. Se ci fosse la possibilità di realizzare quanto progettato, allora l’acquisizione di nuove conoscenze diventerebbe «quasi» automatica. Ovviamente per fare ciò sarebbe necessario rinnovare e innovare in molti campi: ad esempio dare spazio ai bravi progettisti, soprattutto se giovani, e definire nuovi obiettivi per la filiera delle costruzioni, ferma a cinquant’anni fa. Rispondere che ciò non è possibile a causa del budget del cliente è riduttivo e fuorviante. Nei progetti che stiamo realizzando e in quelli in fase di elaborazione certamente ci è stato imposto un budget, ma una parte importante del nostro lavoro consiste nell’ottenere il massimo dall’importo stanziato dal committente.

Facendo riferimento allo specifico ambito della filiera delle costruzioni, compresi gli aspetti normativi e politico-economici, illustrateci tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna.

Continuare a lavorare in Italia vale ancora la pena almeno per queste tre ragioni. Ci sarebbero moltissime cose da fare, ad esempio la tutela del territorio e del paesaggio, la loro valorizzazione, la riqualificazione energetica dell’esistente, il ripensare le periferie. Sicuramente non basterebbe la nostra generazione, ce ne sarebbe anche per quelle future. Sembrerebbe un problema, invece è un’opportunità e una sfida: progettare in Italia vuol dire confrontarsi con la diversità e la varietà, e tutto a breve distanza. Questo comporta la necessità di progettare sempre al massimo delle proprie possibilità. Anni fa l’architetto altoatesino Werner Tscholl raccontava che, quando poteva, sceglieva i lavori in base alla distanza tra il cantiere e il suo ufficio. Questo gli garantiva di controllare l’esito della progettazione andando di persona tutte le volte che lo riteneva necessario e di perdere meno tempo possibile negli spostamenti, dedicandosi così alla progettazione. Della serie: progettare, anche solo nel proprio quartiere, ma bene.

Smettere di lavorare in Italia perché non ne vale più la pena per queste tre ragioni. Banalmente perché non ci sono più le risorse per tutti e probabilmente, negli stessi termini di qualche anno fa, non ci saranno più. Per capire le modalità con cui si lavora all’estero, per poi magari tornare, cercando di ottimizzare tutta la filiera dell’edilizia. La frammentazione e le dimensioni degli studi italiani sono un problema, e le energie impiegate dai progettisti sono sproporzionate ai compensi ottenuti. Per dare spazio alle nostre inclinazioni, ai nostri sogni e alle nostre capacità, e perché ci piace sentirci cittadini del mondo che oggi è sempre più piccolo.

Qual è il vostro sogno nel cassetto?

Continuare a fare il nostro lavoro. Sappiamo che questo periodo sarà per noi di svolta. È necessario trovare le forze e le possibilità per continuare a percorrere la strada intrapresa circa dieci anni fa. Oggi è difficile se non impossibile fare previsioni per il medio-lungo periodo ma vorremmo arrivare in fondo alla nostra carriera e girandoci vedere quello che abbiamo realizzato, orgogliosi perché consapevoli di aver fatto del nostro meglio. 

Chi sono Davide Feltrin ed Elisa Burnazzi

Davide Feltrin (Ascoli Piceno, 1974) ed Elisa Burnazzi (Rimini, 1974) si laureano all’Università Iuav di Venezia nel 2001. Uniti nel lavoro come nella vita, dal 2003 fondano lo studio Burnazzi Feltrin Architetti, con sedi a Trento e Rimini. Dopo un praticantato presso l’architetto altoatesino Karl Spitaler, dal 2002 al 2007 Feltrin collabora con l’architetto Ugo Bazzanella (Trento), mentre dal 2010 è Esperto in Pianificazione territoriale e tutela del paesaggio della Provincia autonoma di Trento e nel 2011 è membro della Commissione per la Pianificazione territoriale e il paesaggio della Comunità della Valle di Cembra. Dal 2001 al 2004 Burnazzi collabora con vari studi d’architettura tra i quali Gueltrini e Stignani Associati (Ravenna) e Land (Milano). Lo studio Burnazzi Feltrin è stato finalista del Premio Fondazione Renzo Piano (2010), vincitore a pari merito di «LineaGiarch – Progetti di giovani architetti italiani» (2011), esposto alla 13. Biennale di Venezia (2012) e selezionato al premio Costruire il Trentino 2009/2012 (2013).

Edificio plurifamiliare GI a Pergine Valsugana, Trento (2009–2012)

L’autore


Luca Gibello

Si laurea presso la Facoltà di Architettura di Torino nel 1996 e consegue nel 2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica. Luca Gibello svolge attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia ed è stato docente presso il Politecnico di Torino di Storia dell’architettura contemporanea e Storia della critica e della letteratura architettonica. Dal 2004 è caporedattore de «Il Giornale dell’Architettura», mentre da settembre è titolare del corso di Architettura dei rifugi alpini presso la facoltà di Ingegneria edile – Architettura dell’Università di Trento. Autore e co-autore di libri e saggi, ha svolto il coordinamento scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (a cura di Carlo Olmo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003). Nel 2011 pubblica il libro Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, primo studio sistematico sul tema e dal 2012 è presidente della neocostituita associazione Cantieri d’alta quota.

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