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Incontri con giovani progettisti italiani: Mab Arquitectura

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Nati entrambi a Palermo dove si laureano nel 2003, Massimo Basile e Floriana Marotta, classe 1976 e 1977, fondano lo studio Mab arquitectura a Barcellona nel 2004. Lo studio ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali, finalista al Premio europeo Mies van der Rohe 2011, al Premio Fondazione Renzo Piano 2011, alla Medaglia d’Oro per l’architettura della Triennale di Milano 2012, progetto menzionato al Premio Ugo Rivolta 2011, premio Nazionale In-Arch/Ance per il social housing. Il lavoro di Mab arquitetura è stato esposto al Padiglione Italiano della XII Biennale di Architettura di Venezia nel 2010, a Parigi presso il Pavillion de l’Arsenal e la Cité de l’Architecture et du Patrimoine. A Milano ha partecipato alle mostre “Dreaming Milano” e “Milano work in progress#2”.

In rapporto ai vostri esordi lavorativi, come giudicate il vostro percorso formativo? Quanta distanza c’è tra il dire e il fare?

La nostra storia professionale nasce a Barcellona nel 2001, quando da studenti della Facoltà di Architettura di Palermo ci siamo trasferiti per trascorrere un periodo di tirocinio negli studi Mbm arquitectes e Oab Carlos Ferrater. È stata un’intensa immersione nella pratica professionale, in un periodo in cui Barcellona era un grande laboratorio di architettura e costruzione. La distanza tra la nostra formazione accademica e la pratica professionale era enorme; soprattutto quando ci confrontavamo con chi aveva studiato in università spagnole, dove la formazione maturata era molto più tecnica e orientata alla pratica professionale, anche se a discapito del bagaglio storico-umanistico della scuola italiana che in questo ambito ha sempre vantato un primato in Europa. Abbiamo anche avuto occasione di studiare e lavorare in Francia, a Marsiglia, dove la formazione era molto influenzata dalla scuola Beaux-Arts (creatività, plastica, colore, materia), ancora una volta diversa sia dall’Italia che dalla Spagna. Abbiamo sempre cercato di mettere a frutto queste esperienze, assorbendo tutti gli stimoli locali che hanno contribuito alla nostra personalità per creare spesso delle opportunità all’estero, e ritornare a lavorare in Italia e Francia come stiamo facendo ormai da diversi anni; il che rappresenta per noi un enorme arricchimento.

Che cosa fate per tenervi aggiornati? Che cosa pensate della formazione continua?

Ci aggiorniamo su temi specifici ogni volta che ci confrontiamo su temi nuovi da affrontare. Spesso il contatto e lo scambio con studi partners con cui collaboriamo ci indirizza verso nuovi interessi o ci apre punti di vista inaspettati. Allo stesso modo cerchiamo di fare evolvere il nostro linguaggio e la nostra personale ricerca con l’obiettivo di essere “contemporanei” rispetto alle esigenze della società attuale e dei committenti di oggi.

Oggi è quanto mai urgente ripensare il processo costruttivo attraverso un dialogo stretto con i costruttori e i fornitori per trovare soluzioni architettoniche e tecnologiche in grado di offrire al mercato un prodotto di qualità con costi che siano sostenibili rispetto al momento storico che stiamo vivendo. In funzione di questo la nostra ricerca in ambito residenziale si sta orientando anche verso il tema del riuso del patrimonio immobiliare, la trasformazione di edifici per uffici in residenziale, o la riqualificazione di ambiti ex industriali, come strategia di sviluppo sostenibile delle città e riduzione del consumo di suolo.

Facendo riferimento allo specifico ambito della filiera delle costruzioni, compresi gli aspetti normativi e politico-economici, illustrateci tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna.

Vale la pena di lavorare in Italia, o di cercare opportunità in Italia, se ci si sente a proprio agio e si ha qualcosa da offrire in termini professionali. Il nostro è un punto di vista peculiare, visto che come italiani con sede in Spagna per noi si tratta di un “ritornare” piuttosto che di un “restare”. L’Italia ci ha offerto buone occasioni di lavoro e a Milano abbiamo costruito la nostra prima opera, da cui sono poi nate nuove opportunità interessanti e oggi continuiamo a investire gran parte delle nostre energie per rendere ancora più solide nel tempo le relazioni instaurate.

Quello che di sicuro non funziona in Italia è il sistema dei concorsi pubblici, che a differenza di altri paesi in Europa rimane troppo vincolato al rispetto dei requisiti tecnico-finanziari dei professionisti, e quindi estremamente penalizzante nei confronti degli studi giovani che non posseggono un grande curriculum di opere realizzate o fatturati elevati. Ad aggravare la situazione, negli ultimi anni la normativa ha consentito alle amministrazioni di potenziare la formula degli appalti-concorso, a scapito delle gare di progettazione che invece sono l’unico strumento per garantire veramente la qualità dei progetti e dei risultati.

Qual è il vostro sogno nel cassetto?

Continuare a divertirci facendo il nostro lavoro, con la stessa energia di sempre. Oggi è tutto più faticoso, e la sfida più grande è provare a dare un senso nuovo al lavoro che facciamo. Capire in che modo il nostro ruolo di architetti, di urbanisti, di paesaggisti può essere utile o anche indispensabile nel contesto socio-economico che stiamo vivendo.

Patronage Laïque e residenze temporanee a Parigi – Con LAPS architecture

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