Incontri con giovani progettisti italiani: Studio B15A | Architetto.info

Incontri con giovani progettisti italiani: Studio B15A

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Andrea Desideri (Avezzano, 1975) e Silvia Guzzini (Roma, 1976) si laureano all’Università di Roma “La Sapienza” nel 2004. Uniti nel lavoro come nella vita, dopo la laurea si trasferiscono a Londra dove lavorano fino al 2011 nello studio Foster+Partners dedicandosi a progetti in Medio Oriente e in Europa, affrontando le varie fasi di progettazione dal concept alla realizzazione. Forti dell’esperienza maturata, nel 2011 rientrano in Italia e aprono lo studio B15A Architettura a Roma. Nello stesso anno vincono il Premio Catel 2011 organizzato dall’Ordine degli architetti di Roma e dalla Fondazione F.L. Catel, mentre nel 2012 si aggiudicano (con LP studio) il terzo premio al concorso per l’Auditorium di Acilia (Roma) e la menzione di merito al concorso per il recupero dell’ex convento di Scandriglia (Rieti).

In rapporto ai vostri esordi lavorativi, come giudicate il vostro percorso formativo? Quanta distanza c’è tra il dire e il fare?

Riteniamo di essere stati fortunati ad aver avuto la possibilità, appena laureati, di confrontarci con un’esperienza lavorativa importante e reale, in un’ambiente internazionale di grande scambio professionale culturale e interpersonale. In un certo senso è stata una continuità formativa con quanto studiato all’università, però applicato in modo concreto e diretto alla professione. Ora in Italia cerchiamo di riportare l’esperienza e la metodologia acquisita a progetti di scala minore, ma altrettanto validi e interessanti.

Che cosa fate per tenervi aggiornati? Che cosa pensate della formazione continua?

Abbracciando pienamente l’idea di formazione continua, dal 2013 Andrea è dottorando al dipartimento D.R.A.CO. presso l’Università la Sapienza di Roma portando avanti una ricerca in Progetto e Costruzione in Architettura. Per quanto sia difficile conciliare lavoro e formazione, riteniamo che sia un passaggio obbligato per riflettere, mettersi in discussione e rinnovarsi con più consapevolezza. Così non mancano attività di ricerca progettuale e occasioni per partecipare a concorsi di progettazione per confrontarsi con altri professionisti e su temi architettonici nuovi e stimolanti. La formazione continua deve essere quindi motivo di crescita, confronto e stimolo intellettuale.

Residenza privata a St. Ives in Cornovaglia, Regno Unito (2012, in corso). In collaborazione con lo studio Travers Bell Architects

Facendo riferimento allo specifico ambito della filiera delle costruzioni, compresi gli aspetti normativi e politico-economici, illustrateci tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna.

Avendo scelto consapevolmente di tornare in Italia dopo anni di professione all’estero, sentiamo questa domanda particolarmente vicina. Lavorare come architetto in Italia non è senza dubbio semplice, tantomeno in un periodo di profonda crisi economica come quella che stiamo vivendo. A volte ci domandiamo se nel pensiero comune siano chiare le competenze professionali e le mansioni dell’architetto in Italia: un paradosso, considerando che siamo il paese europeo con maggior numero di architetti e patrimonio architettonico! La burocrazia e le normative non sono certo punti a favore, mentre la politica promette di aiutare i giovani progettisti quando l’accesso a progetti di opere pubbliche rimane pura utopia riservata ai soliti noti. Crediamo che il problema più grande sia la mancanza di opportunità anche per persone che, seppur meritevoli e preparate, non possono accedere a progetti significativi. Perché quindi tornare in Italia? Per abbracciare la sfida di poter svolgere la professione nel nostro paese, dove ci sarebbe veramente tanto da fare e dove poter portare l’esperienza acquisita continuando a formarci come professionisti. E di nuovo ci riteniamo fortunati di aver incontrato persone lungimiranti che mettono la nostra stessa passione nelle loro attività e che ce la mettono tutta per “fare la differenza” nel loro settore; e lavorare con loro ci rende uniti verso un obiettivo comune: fare bene il nostro lavoro!

Qual è il vostro sogno nel cassetto?

Fino al 2011 era aprire il nostro studio; ora che ci siamo dentro è semplicemente quello di trovare soddisfazione nella nostra professione e stimoli sempre nuovi per poter essere felici di ciò che realizziamo, indipendentemente da cosa ci riserverà il futuro.

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