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Incontri con giovani progettisti italiani: Studio EXiT

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Sono Francesco Loschi (Treviso, 1977), Giuseppe Pagano (Brescia, 1977) e Paolo Panetto (Treviso, 1977) a fondare lo studio EXiT architetti associati a Treviso nel 2006 dopo varie collaborazioni tra Italia, Spagna e Portogallo. I tre architetti, tutti classe 1977, nel 2009 e nel 2011 sono stati selezionati da Giarch tra i migliori giovani architetti italiani e nel 2010 i progetti dello studio sono stati esposti presso il Padiglione italiano all’Expo di Shanghai. Le principali realizzazioni sono state pubblicate nelle principali riviste internazionali (Wallpaper*, Mark, A10, C3, il Giornale dell’Architettura, L’Arca, Domusweb, Archdaily) e selezionate al XII Premio Architettura Città di Oderzo e per Archdaily Building of the Year 2011. Nel 2011 EXiT ha vinto il Premio Barbara Cappochin – sezione provinciale.

In rapporto ai vostri esordi lavorativi, come giudicate il vostro percorso formativo? Quanta distanza c’è tra il dire e il fare?

Non crediamo ci sia molta distanza tra il dire e il fare, c’è invece molta differenza tra quello che dice una parte del mondo accademico nelle aule universitarie e la pratica professionale. Da un lato l’incapacità di una parte dei docenti strutturati di mettersi in gioco e di andare oltre i temi e le lezioni di trent’anni fa, dall’altro la poca consapevolezza di buona parte degli architetti italiani di avere la fortuna di fare un lavoro che prima di tutto è una pratica culturale, saper andare oltre le mille fatiche e acrobazie burocratiche, economiche e comunicative di ogni giorno.

Nel nostro lavoro tra il dire e il fare ricerchiamo una certa comunanza di intenti; ci interessa molto individuare il tema progettuale e cercare di mantenerlo vivo fino alla fine del processo costruttivo. Ovviamente col tempo troverà ostacoli, si deformerà fino ad arrivare a declinazioni diverse. Crediamo sia un fatto generazionale, in questi anni abbiamo conosciuto molti colleghi che condividono questo approccio.

Per quanto riguarda il nostro percorso formativo. Abbiamo studiato a Venezia seguendo ottimi corsi di progettazione e storia, ma senza mai aver come riferimento una figura in particolare. Ci siamo costruiti percorsi lavorativi differenti con importanti collaborazioni in Italia, Spagna e Portogallo che hanno completato la nostra formazione accademica. Parallelamente abbiamo partecipato a numerosi concorsi di architettura a partire dal quarto anno di università, un’esigenza fondamentale per costruire una nostra identità, fino a fondare EXiT nel 2006.

Riqualificazione di una porzione del cimitero di Sant’Anna, Asolo (Treviso), 2010-in corso

Che cosa fate per tenervi aggiornati? Che cosa pensate della formazione continua?

Continuare a studiare è proprio di ogni professione. Si tratta di una cosa personale e non omologabile, ogni professionista deve essere libero di seguire le proprie necessità culturali o completare in modo autonomo eventuali temi da approfondire. Gli Ordini professionali si sono inventati questa cosa della formazione continua per questioni prettamente economiche. È inoltre vergognoso il costo di molti corsi proposti e come tutte le cose obbligatorie non porterà nessun beneficio.

In studio ci sono molte occasioni di confronto e riflessione che derivano principalmente da letture, osservazioni e viaggi che ognuno di noi condivide con soci e collaboratori. Un libro, un viaggio, un film, una mostra o un edificio e, perché no, pure un regolamento edilizio, possono generare racconti da condividere che aprono nessi logici e collegamenti costanti con la pratica professionale del nostro studio.

Facendo riferimento allo specifico ambito della filiera delle costruzioni, compresi gli aspetti normativi e politico-economici, illustrateci tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna.

Vale la pena lavorare in Italia perché ha un patrimonio culturale che è un tesoro prezioso e che dobbiamo custodire e riscoprire continuamente. È un territorio fragile e purtroppo parzialmente compromesso a cui sono state provocate profonde e violente manomissioni e che va curato con delicatezza e conoscenza. La nostra generazione ha il dovere di rivalutare una figura professionale che da troppi anni ha costruito male e “in deroga a”; bisogna tornare a costruire bene e con coscienza, staccarsi da alcune pratiche consolidate che da anni hanno intaccato la figura dell’architetto, figura che è stata svilita di ogni connotazione intellettuale.

Bisognerebbe gettare la spugna principalmente per questioni legate a una burocrazia opprimente, tassazioni asfissianti e molti altri motivi, ma non ci interessa particolarmente elencare lamentele o considerazioni negative. Una capacità prettamente italiana è lamentarsi in modo da aver sempre una buona scusa per giustificare le proprie mancanze.

Qual è il vostro sogno nel cassetto?

Fare bene il nostro mestiere è l’intento principale. I sogni rientrano nella sfera privata e personale e si confidano a pochi.

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