La conoscenza nei luoghi: intervista a Alessio Battistella di studio ARCò | Architetto.info

La conoscenza nei luoghi: intervista a Alessio Battistella di studio ARCò

Intervistiamo Alessio Battistella, tra i soci fondatori di studio ARCò – Architettura e Cooperazione, cooperativa di architetti e ingegneri operante in contesti di emergenza umanitaria nel mondo, dalla Striscia di Gaza alla Bolivia

Foto Battistella
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di Fabrizio Aimar

Alessio Battistella, architetto e Ph.D, è uno dei 6 soci fondatori di ARCò, cooperativa composta da un gruppo di ingegneri e architetti impegnati nella progettazione architettonica, urbana e paesaggistica basata su principi della sostenibilità ambientale. I lavori di ARCò hanno ricevuto riconoscimenti nazionali e internazionali, quali il 2° posto al Premio Fondazione Renzo Piano per Giovani Talenti 2011 con il progetto “la scuola nel deserto”, il Global Holcim Awards for Sustainable Construction 2012 con il progetto di rinnovamento sostenibile di una scuola primaria a Wadi Abu Hindi (Territori Occupati Palestinesi) e il 3° posto sez. A del concorso RI.U.SO 05 promosso dal CNAPPC con il progetto “Città inclusive” nel distretto di Hebron (Palestina). Ne emerge un’attenta ricerca della sostenibilità sociale, economica e ambientale, la quale passa per un’impegnata cura della tecnica, dei materiali e del processo costruttivo. Un dialogo intenso, che narra anche di delicate esperienze in zona di guerra.

Spesso, parlando di sostenibilità, lei afferma come non vi sia sostenibilità ambientale senza quella sociale ed economica. Tuttavia, pur adottando il coinvolgimento della comunità attraverso metodi di autocostruzione e bramando allo sviluppo della stessa, lei rivendica la tecnicità della professione dell’architetto rispetto alla sociologia. Quali sono gli approcci e le modalità di intervento in contesti di emergenza?
Da sempre, ho definito e dichiarato il nostro essere tecnici più che cooperanti. Chiamandoci però noi “Architettura e Cooperazione”, alcuni pensano si faccia cooperazione nel senso più stretto del termine, come partecipare a bandi o entrare in logiche che, spesso, sono anche di tipo politico. Quello che rivendico io, invece, è il nostro essere tecnici. Noi siamo, comunque e prima di tutto, architetti e ingegneri. Dunque, il nostro modo di affrontare l’architettura in quei luoghi è legato, semplicemente, ad una nostra visione architettonica che non può prescindere anche da quella sociale e, di conseguenza, economica. Pertanto, rivendichiamo il fatto che si è architetti e perciò operiamo in quel modo, mentre le etichette di “cooperanti”, o altri aspetti a noi attribuiti da altre persone, ci interessano il giusto.

Andando più nello specifico, sicuramente prestiamo attenzione all’aspetto sociologico, creando percorsi di accompagnamento quando edifichiamo in auto-costruzione e pensiamo alla trasformazione o alla rigenerazione di un’area. Però, è sempre un aspetto complementare al fare l’architetto, in cui la propensione tecnica e architettonica rimane la nostra specificità: risolvere problemi tecnici con un alto contenuto estetico. L’estetica è un concetto assimilabile al fare esperienza dei luoghi, è un modo di arrivare alla conoscenza parallelo e indipendente alla conoscenza razionale studiata a tavolino. E’ un processo di conoscenza fatto attraverso la ricerca applicata, la pratica, il fare, che per me possiede la stessa dignità di quella ottenuta attraverso un percorso accademico, o più convenzionale. Giusto per chiarire: per noi la sociologia è importante ma è propedeutica al progetto, e serve a definire i temi che saranno poi sviluppati da tecnici. Quindi, una grande attenzione alla tecnica e alla sua estetizzazione.

scuola Al Khan al Ahmar (2)

Circa gli aspetti legati al mio lavoro, in quanto operante in zone di guerra, posso raccontare alcuni aneddoti. Durante la costruzione della scuola (ora distrutta) di Gaza, in cui abbiamo seguito la Direzione Lavori, personalmente sono stato evacuato d’urgenza 3 volte, poiché il grado di tensione era aumentato esponenzialmente in modo improvviso. Ci sono dei canali di comunicazione, come ad esempio alcune ONG, che si occupano d’informare le persone all’interno della Striscia di Gaza del grado di pericolo. Quando cominciano ad intensificarsi gli sms, che scrivono per dirti: “è stata bombardata quell’area”, inizia ad esserci un “pericolo rosso” e allora ti comunicano che, forse, è meglio andarsene. Se poi anche l’unità tecnica locale, il consolato, chiama per ribadirti che è meglio spostarsi, allora tu, da un momento all’altro, devi prendere e allontanarti. Io, una volta, non sono neanche riuscito ad andare a prendere la valigia nella casa dove stavamo! Sono dovuto trasferirmi direttamente verso il gate di Eretz e di lì siamo fuggiti.
Altre volte, per esempio, se cominciano già a bombardare, sei costretto a rimanere dentro casa finché non si calmano le tensioni. Questo perché dentro la Striscia di Gaza vi sono 5 milizie armate, legati ai vari gruppi politici, più almeno 6 gruppi salafiti completamente fuori controllo. In base al percorso che tu fai, dalla casa in cui vivi fino al gate di uscita verso Israele, rischi che qualcuno spari in modo non molto esperto o che un razzo ti arrivi sull’auto. Sono tutte cose che accadono piuttosto frequentemente. E quindi, a quel punto, sei congelato e devi rimanere in casa perché sei sicuro che è stata comunicata la tua posizione all’esercito israeliano e speri che questi non ti bombardino. Al contrario, non sei sicuro che qualche pazzo, all’interno della Striscia di Gaza, non spari un razzo un po’ fuori controllo. C’è poi anche l’evacuazione stile action movie americano, in cui si esce con l’auto, riunione di coordinamento per l’evacuazione e colonna di veicoli che corrono su percorsi alternativi, in modo tale da non farsi trovare da persone che potrebbero bloccarti.
Altra questione è la quotidianità del lavoro. Noi, ad esempio, per recarci in cantiere, ogni mattina dobbiamo fare un percorso diverso, in quanto non si deve creare una routine per la quale la gente possa sapere che, con regolarità, passi di lì. Ci sono tutta una serie di protocolli di sicurezza, per noi assurdi, legati più ad uno 007, che però lì devi mettere in atto. Quando lavoriamo in Area C, invece, che è quella più ‘dura’ fuori dalla Striscia, hai continui check-point dell’esercito israeliano, per cui sai quando parti ma non sai quando arrivi. Puoi metterci delle ore per fare un percorso che, normalmente, richiederebbe 10 minuti.

Il tema dell’emergenza umanitaria è sempre più pressante in molti Paesi mondiali, in cui la necessità abitativa gioca un ruolo centrale. A questi bisogni sono seguite delle risposte come, ad esempio, il “Better Shelter”, rifugio temporaneo sviluppato da Ikea Foundation insieme a UNHCR. Lei ritiene sia possibile applicare l’architettura al sempre più pressante tema dell’emergenza umanitaria, e se sì, come?
Assolutamente sì. Come? L’architetto, in emergenza, è una figura professionale abbastanza peculiare, diversa da come la si immagina fare architettura in questa parte del mondo. C’è una complessità diversa. Però è sicuramente possibile, trasponendo l’essenza del fare architettura, cioè il design, la progettazione intesa come proiezione in avanti, quale previsione di un qualcosa che può avvenire. Invece, la progettazione intesa in termini spaziali nell’architettura fatta in cooperazione, per quanto possa sembrare un paradosso, mediamente non ha questo contenuto. Spesso si risolvono problemi di emergenza semplicemente con i containers, i quali non contemplano aspetti legati alla qualità della vita e come questi elementi possano trasformarsi in qualcosa di più duraturo. Nelle mie esperienze di cooperazione, ho visto strutture costruite per l’emergenza rimanere decenni. E questo, chiaramente, è un problema, un errore nelle procedure in cooperazione. Se l’architettura riuscisse ad entrare nel meccanismo dell’emergenza umanitaria, vorrebbe dire riuscire a avere tempi certi, oltre a progettare già strutture che contengano, o prevedano, la possibilità di adattarsi essendo resilienti alle contingenze. Noi lo stiamo cercando di fare, al fine di mantenere alta la qualità della vita attraverso il prodotto architettonico che si realizza.

Nuovo asilo Um al Nasser (3)

Nelle sue interviste, lei ricorda la marcata differenza di operare in emergenza rispetto alla condizione europea, sottolineando la specificità di ARCò di lavorare in tali contesti. Alla luce delle recenti calamità che hanno colpito l’Italia, dai sismi ai disastri idrogeologici, può l’esperienza da voi maturata essere proposta e applicabile anche nel nostro Paese?
Anche qua, assolutamente sì. E auspichiamo ciò avvenga, prima o poi, ossia che le conoscenze maturate in contesti di emergenza umanitaria internazionale si possano declinare a quella che è la realtà europea. In Italia, in questo momento, stiamo assistendo ad un modo non corretto di reagire all’emergenza nell’area delle Marche e del Lazio. C’è una grande confusione, non c’è assunzione di responsabilità e le procedure, che spesso sono poco chiare, non sono risolutive. Anche qui servirebbe, per quanto mi riguarda, un approccio più analitico, definendo da subito le procedure da seguire nel momento in cui avvenga una calamità di tale portata. Attualmente, nelle Marche sono ancora lì a chiedersi cosa e come si debba intervenire, seguendo percorsi surreali per un momento di emergenza. E la gente continua a vivere dentro ai containers o lontano da casa. L’architettura, in questo senso, e soprattutto l’esperienza maturata in contesti di emergenza umanitaria, può dare quel valore aggiunto legato alla rapidità di azione e alla qualità del risultato ottenuto. Per l’appunto, stiamo cercando di lavorare in questo modo con la S.O.S. – School of Sustainability fondata da Mario Cucinella, in cui sono il Direttore del corso “Quality Shelter”, in cui trattiamo temi legati all’emergenza. Qui, stiamo provando a fornire una risposta metodologica attraverso un approccio progettuale applicabile in casi come questi.

In diverse vostre realizzazioni, la non convenzionalità dei materiali impiegati (pneumatici, bottiglie, lattine, cartone, terra cruda, macerie ecc.) si abbina ad una provvisorietà del costruito in termini di durata. Un compito difficile, possibile solo grazie all’ottima conoscenza delle tecniche costruttive, passanti anche per la realizzazione di mock-up, in scala reale, di ogni opera che vi apprestate a costruire. Ci può descrivere il vostro modo di operare?
Il nostro modo di operare è molto legato alla realizzazione, in scala 1:1, di ciò che andremo a fare, come sorta di verifica sul campo. Per noi, la ricerca applicata, connessa al fare e verificare toccando con mano i materiali, è fondamentale. Quando siamo in emergenza, ritengo sia normale procedere così, anche perché, lavorando in contesti come quelli di guerra, abbiamo dei tempi ristrettissimi per poter agire e costruire un edificio con il più alto livello di qualità possibile. Qualità anche in termini di sostenibilità e confort ambientale, in quanto non vogliamo costruire scuole, ad esempio, vissute male dai loro alunni. Quindi, creiamo delle sorte di manuali d’istruzione prodotti nei workshop che teniamo tra di noi prima di partire, qui in Italia. Tali workshop ci servono per verificare il grado di complessità della tecnica che abbiamo deciso di utilizzare. Tale decisione è il frutto di un’analisi dell’architettura vernacolare e dei materiali che sappiamo già di poter trovare in loco. In seguito, con uno strumento combinato tra grafica e le foto scattate durante i workshop, realizziamo un manuale d’istruzioni, utile a costruire l’edificio con le comunità locali. Cosa che abbiamo visto essere importantissima è, soprattutto, dare uno strumento a tali comunità per mantenere l’edificio nel tempo, quindi apportarne tutte le modifiche, le variazioni e gli aggiustamenti attraverso le opere che necessitano tali architetture.

Nuovo asilo Um al Nasser (1)

Per ARCò l’importanza del processo realizzativo è sostanziale, con un forte legame tra tecnica, materiale e forma, in cui il costruito presenta un basso contenuto tecnologico. La tecnica tradizionale locale, da voi re-interpretata in chiave contemporanea, viene restituita alle comunità locali arricchita nei contenuti. Penso, ad esempio, alla volta nubiana o all’impiego dei pneumatici. Ci può spiegare il perché di tale volontà e le sue applicazioni pratiche?
L’idea è di intervenire con un approccio da architetti nell’ambito della cooperazione internazionale, mettendo insieme questi 2 pilastri del nostro agire. L’obiettivo è lasciare conoscenza nei luoghi e far in modo di aumentare la qualità della vita nelle zone in cui operiamo. Pertanto, ogni nostro cantiere è anche una scuola, in cui cerchiamo di sperimentare una tecnica, adeguarla al contesto e spingerla un po’ oltre. Dunque, è creare una sorta d’innovazione tecnologica per il luogo in cui andiamo ad intervenire. E’, soprattutto, lasciare un know-how che sia possibile portare avanti e re-interpretare, divenendo una specificità e un’occasione di lavoro per le persone che collaborano con noi. Ciò è fatto utilizzando materiali facilmente reperibili in loco e, attraverso la progettazione, combiniamo sistemi costruttivi inusuali per l’area, riuscendo a creare delle specificità che producono poi lavoro e qualità della vita.

Per approfondire, leggi anche l’articolo “L’Architetto italiano dell’anno 2016 è Werner Tscholl

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