La normativa italiana ‘ingessa' la liberta' progettuale | Architetto.info

La normativa italiana ‘ingessa’ la liberta’ progettuale

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La normativa in Italia ha un grande impatto sulla progettazione, soprattutto delle residenze: le restrizioni che regolamenti e norme di antica concezione e mai ridiscussi impongono sono lacci e lacciuoli che imbrigliano la libertà progettuale e hanno conseguenze anche sugli aspetti energetici, oggi sempre più importanti. Ne discutiamo con Carlo Berizzi, presidente dell’Aim di Milano, Associazione interessi metropolitani, e curatore, insieme a Mario Motta, Matteo Tartufoli e Orsola Torrani, di Habito. La ricerca per il futuro dell’abitare, recentemente pubblicata.

Finalmente una ricerca che affronta il tema, molto familiare per tutti i progettisti italiani, della normativa – prima italiane e poi europea – e del suo impatto sulla progettazione del nuovo e del recupero dell’esistente e, quindi, sul costruito soprattutto residenziale. Da dove nasce Habito?

È una ricerca promossa da Aim, Associazione interessi metropolitani, che da 25 anni studia il territorio milanese e propone progetti e studi. In questi ultimi 10 anni Milano ha visto importanti trasformazioni urbane che hanno messo al centro del progetto la qualità dell’abitare. I nuovi interventi dell’area del Portello, CityLife e Porta Nuova, per citare i più noti, sono quasi interamente pedonali e hanno prodotto nuovi spazi pubblici, percorsi ciclabili, aree verdi e spazi di aggregazione a misura d’uomo elevando la vivibilità dei quartieri esistenti adiacenti. A fronte della ricchezza dei nuovi spazi aperti si riscontra però anche la presenza di edifici residenziali derivanti ancora da modelli tipologici del passato privi di quegli elementi innovativi che caratterizzano le best practice europee. Il gruppo di ricerca, costituito da ricercatori dell’Università di Pavia e del Politecnico di Milano ma anche da professionisti del mondo dell’architettura e del diritto, partendo da questa premessa ha cercato di capire quali potessero essere le cause confrontando i progetti e internazionali con quelli italiani in relazione alle rispettive normative in materia edilizia.

Come si è svolta la ricerca e a quali conclusioni è pervenuta?

La ricerca ha subito verificato che i casi studio internazionali più conosciuti, come i progetti di Mvrdv in Olanda e Spagna, quelli di Big a Copenaghen, i nuovi quartieri residenziali di Londra, Zurigo e Amburgo, in Italia non potrebbero essere realizzati a causa di un sistema normativo basato su un approccio prescrittivo che impedisce di innovare gli spazi dell’alloggio per una maggior qualità abitativa, aumenta il fabbisogno energetico ed eleva i costi di costruzione. Il recepimento delle normative comunitarie in materia energetica ha in particolare sommato ai requisiti richiesti, come i rapporti aeroilluminanti, la dimensione minima degli alloggi, l’altezza interna (tutti parametri derivanti da normative introdotte più di un secolo fa per rispondere ai problemi igienici dell’epoca), nuovi requisiti per il risparmio energetico creando un insieme di norme a volte contrastanti nei principi e di difficile applicazione. Tutto ciò ha portato all’impossibilità di sperimentare nuove soluzioni tipologiche.

Se per le nuove costruzioni le norme sono causa di una perdita di qualità ed efficienza dell’alloggio, nel caso del recupero degli edifici esistenti possono addirittura impedirne il riuso. Basta un esempio per capire in quale contesto ci troviamo ad operare; consideriamo un investitore che è interessato a impegnare i suoi soldi per trasformare una caserma dismessa in un complesso residenziale. Comparando due analoghe strutture si accorgerebbe che a Milano, dove per ogni alloggio c’è l’obbligo di un bagno finestrato, ha delle soluzioni progettuali vincolate mentre per una analoga struttura a Torino, dove non c’è questa prescrizione, il suo investimento sarebbe più vantaggioso perché gli consentirebbe una maggior flessibilità delle proposte.

Se poi lo stesso investitore si trovasse in dubbio se investire in Svizzera o in Italia si accorgerebbe che nel riuso il vincolo italiano dell’altezza interna di 2,7 metri rappresenta una perdita consistente di volume recuperabile oltre che un ostacolo progettuale.

Quale contributo spera possa dare Habito in futuro e in quali termini?

Habito ha verificato che in realtà sono pochi i parametri che bloccano in Italia l’innovazione nel progetto residenziale. Gli aspetti che riguardano l’altezza interna, i rapporti aeroilluminanti, il riscontro d’aria effettivo, la dimensione minima degli alloggi e degli ambienti, la possibilità di bagni destrutturati, la profondità degli ambienti non vincolata alla dimensione delle finestre, sono gli elementi che ingessano la nostra progettualità. Se la qualità degli ambienti fosse verificata come qualità dell’aria, della luce e dello spazio, facilmente misurabili e dimostrabili al giorno d’oggi, si potrebbero abbandonare le formule imposte per il dimensionamento e l’organizzazione dell’alloggio. Il contributo che vuole dare Habito è quello di proporre contesti di sperimentazione dei modelli abitativi legati a specifici luoghi e a specifiche utenze. Si potrebbe partire dall’applicazione di nuove norme, ad esempio nel social housing o per l’edilizia universitaria, verificando l’effettivo risparmio in termini economici, di costruzione e gestione, e la qualità degli spazi. Il modello potrebbe poi essere esteso, lavorando sulla normativa nazionale, all’intero territorio italiano.

In Italia è ormai da molto tempo che la ‘distribuzione’, intesa come momento fondativo della progettazione, è lontana dai processi ideativi al punto che l’interno degli edifici in molti casi sembra quasi solo ‘conseguenza’ dell’involucro. Crede che le considerazioni di Habito potranno dare avvio anche a un nuovo dibattito disciplinare?

Questo separazione tra l’involucro, che si aggiorna come prodotto sempre di più per rispondere alle normative europee in campo energetico, e l’interno, che risponde a normative obsolete sull’igiene degli ambienti, è probabilmente una delle questioni che più di tutte ci portano lontano dall’innovazione dei modelli abitativi, ottenendo al massimo l’innovazione dei prodotti di rivestimento. Il dibattito non dovrebbe però essere disciplinare ma pluridisciplinare, coinvolgendo non solo il mondo universitario ma anche gli attori e gli amministratori. All’interno della comunità scientifica che si occupa del progetto di architettura bisognerebbe tornare a capire che l’innovazione della casa non è una questione di gusto o di stile, ma è legata alla qualità dell’abitare e dello spazio con tutte le implicazioni tecniche, culturali, scientifiche e sociali, alla loro realizzabilità e sostenibilità.

Questa ricerca, finanziata da Cassa depositi e prestiti e Fondazione housing sociale, è stata oggetto di incontri e convegni che hanno coinvolto il presidente del consiglio nazionale degli architetti, il presidente di Ance, il mondo delle cooperative, i Comuni di Milano e di Pavia, la Camera di Commercio di Milano, gli ordini professionali degli ingegneri e degli architetti, il sostegno de Il Sole 24 Ore e del Giornale dell’Architettura. Solo attraverso la condivisione degli obiettivi finali da perseguire possiamo tornare ad essere innovativi nel progetto della residenza, come lo eravamo nel secondo dopoguerra.

 

Chi è Carlo Berizzi

 

Ricercatore in Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento di Ingegneria civile e architettura dell’Università degli studi di Pavia, Carlo Berizzi insegna Teoria e tecniche della progettazione architettonica e Composizione architettonica. È presidente dell’Aim (Associazione interessi metropolitani) che da 25 anni propone ricerche, progetti e iniziative per sostenere Milano e la sua area metropolitana nello sviluppo urbano, economico, sociale e culturale. È fondatore dell’Associazione GA-Milano che opera per la diffusione dell’architettura dell’area milanese. Svolge attività di ricerca sui temi della progettazione architettonica e urbana con particolare riferimento agli edifici residenziali e allo studio degli spazi aperti della città contemporanea. Ha organizzato e coordinato incontri di architettura, workshops, concorsi e mostre di architettura in Italia e all’estero sui temi della città contemporanea. È visiting professor presso la University of Applied Sciences di Giessen (Germania).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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