L'architetto è sceso in strada: Luca Gibello sulla Biennale 2016 | Architetto.info

L’architetto è sceso in strada: Luca Gibello sulla Biennale 2016

Il commento di Luca Gibello, direttore de Il Giornale dell'Architettura, a "Reporting From The Front", la Biennale di Architettura di Venezia inaugurata il 28 maggio 2016 e diretta da Alejandro Aravena

La partecipazione nazionale del Paraguay, curata da Gabinete de arquitectura, premiata con il Leone per il "Miglior partecipante"
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Luca Gibello è direttore de Il Giornale dell’Architettura. Lo storico magazine come di consueto ha seguito dal vivo la vernice e l’inaugurazione della Biennale di Architettura di Venezia 2016, con uno speciale ricco di foto e video dalla mostra, che si può visitare qui. A Gibello, che ha documentato per Architetto.info anche la Biennale del 2014 e altri eventi come il Mi/Arch, abbiamo chiesto una riflessione a posteriori su “Reporting from the Front” e più in generale sul ‘senso’ della Mostra di Architettura di Venezia, oltre i premi, in un’edizione che in molti segnalano come cruciale.

Mi chiedo spesso che senso abbia tutto ciò. Ovvero, l’organizzazione di mostre, la riflessione critica, la pubblicistica, i progetti patinati e griffati, le parole e manifestazioni di solidarietà se confrontati alle emergenze umanitarie dell’oggi. Che, “banalmente”, riguardano il garantire condizioni decenti di accoglienza e vita a ogni essere umano: un habitat. In altre parole, la Biennale è un grande baraccone, per uno sperpero di soldi che girano sempre tra i salotti buoni, mentre là fuori c’è gente che muore di fame, affoga su un barcone o è vittima di forzate migrazioni? Con l’aggravante, per questa edizione della Biennale, che il tutto sia presentato nella salsa buonista dell’impegno sociale. E con il grande rischio della deriva ideologica; della serie: “Vi coinvolgiamo, con la partecipazione e la condivisione, tiriamo su un muro insieme non importa come, poi voi alloggiate nelle baracche e noi rientriamo al Marriott”.

Eppure questa Biennale ha segnato, con tutte le eccezioni del caso e i rischi di cui sopra, un avvicinamento tra la cultura architettonica e il mondo reale, i non addetti ai lavori, gli utenti. Ha visto l’architetto scendere in strada e sporcarsi le mani. Immergendosi nel contesto. Che non è solo quello culturale, legato alla reinterpretazione di una koiné linguistica data dalla sedimentazione di storie e saperi ma è anche, più prosaicamente, quello del saper fare buona cucina con i modesti ingredienti che ci si ritrova in dispensa.

Architettura a km0 o quasi ma pur sempre architettura, ovvero sottesa da un progetto, magari concretizzato attraverso il fattivo apporto della comunità che poi ne disporrà. Come sui luoghi l’architettura svolge un ruolo pedagogico di sensibilizzazione, prefigura un’alternativa alle condizioni dell’habitat, così a Venezia la mostra può svolgere un ruolo di sensibilizzazione nei confronti del pubblico, riportandogli l’esito di un’esperienza, la proposta di un metodo di lavoro, ancor prima e ancor più che la reificazione di un oggetto che magari sta a migliaia di chilometri di distanza e che in Biennale rimarrà sempre virtuale e non riproducibile. Ecco il senso delle installazioni che sostituiscono forme più canoniche di rappresentazione e che restituiscono lo spirito di una ricerca, di un approccio.

Con buona pace di storici e critici e della loro ansia di catalogare ed etichettare tendenze in nome di una necessità di ri-conoscere – magari senza conoscere per davvero. Qui non importa coniare un nuovo quanto fatuo -ismo accomunante. L’estetica non sta in un discorso sulle forme – che pure ci sono e ci devono essere, proprio per non tirar su un muro “tanto che sia” – ma in un modo di guardare alla cruda realtà ed escogitare soluzioni.

 

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