L'architettura 'balsamo' per le ferite dei luoghi: Marco Ermentini parla di G124 | Architetto.info

L’architettura ‘balsamo’ per le ferite dei luoghi: Marco Ermentini parla di G124

L'architetto Ermentini è uno dei tutor di G124, il progetto lanciato da Renzo Piano per il 'rammendo' delle periferie. Abbiamo parlato con lui di laboratori di quartiere, di progetti 'dal basso' , del Giambellino. E di una celebre 'medicina'

Marco Ermentini
Marco Ermentini
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Abbiamo parlato con Marco Ermentini, architetto e tutor di G124, il gruppo di lavoro sulle periferie istituito nel 2014 dal sen. Renzo Piano. L’esperienza precedente ha visto coinvolti i tutors Maurizio Milan, Massimo Alvisi e Mario Cucinella, i quali hanno affrontato le problematiche dei quartieri di Borgata Vittoria a Torino, Nuovo Salario a Roma e di Campo San Teodoro di Librino a Catania. Ermentini, fondatore della Shy Architecture Association che raggruppa il movimento per l’architettura timida, ha vinto nel 1995 il Premio Assisi per il miglior restauro eseguito in Italia e nel 2013 la menzione speciale del Premio Internazionale Domus Restauro. Ha all’attivo differenti pubblicazioni, tra cui: Restauro timido, architettura affetto gioco (2007), Architettura Timida, piccola enciclopedia del dubbio (2010), Esercizi di astinenza (2011), La piuma blu, abecedario dei luoghi silenti (2013). L’architetto cremasco ci racconta l’attuale esperienza di riqualificazione del quartiere Giambellino di Milano, nuova sfida del gruppo di lavoro G124, condotta con l’ausilio del tutor Ottavio di Blasi e il team progettuale dato da Alberto Straci, Francesca Vittorelli, Chiara Valli e Matteo Restagno.

Dopo anni di esortazioni verso un approccio “timido” all’Architettura, con coerenza la ritroviamo all’interno del progetto per le periferie del sen. Renzo Piano. Interventi a basso costo, quasi di “agopuntura urbana”. E’ questa una delle possibili risposte etiche all’architettura contemporanea, frutto dell’assunzione concettuale del provocatorio “farmaco” di sua invenzione, la Timidina?
La Timidina, il farmaco che ho lanciato sul mercato oltre dieci anni fa, è una risposta all’atteggiamento arrogante che l’architettura e gli architetti hanno da tempo assunto. Nata dopo una lunga “sperimentazione clinica”, è stata studiata in un primo momento come “farmaco” per la prevenzione dal restauro. In effetti, questa disciplina è spesso caratterizzata dalla spettacolarità e dalla esagerazione, perciò la regolare assunzione ne corregge le “patologie”. La lettura del foglietto illustrativo è molto istruttiva e la consiglio vivamente. Certo, dopo che Renzo Piano l’ha esibita lo scorso anno nella trasmissione di Lilly Gruber (osservare su YouTube l’espressione smarrita della conduttrice) è divenuta il principale “farmaco” prescritto per le degenerazioni architettoniche contemporanee. Il bello è che, nei giorni successivi, in diverse farmacie in tutta Italia è stata richiesta sul serio, e questo fatto la dice lunga! La Timidina è una metafora, un modo scherzoso per suggerire un atteggiamento più umile e attento, in un settore in cui tutti si prendono molto sul serio.

Renzo Piano mostra 'La Timidina' durante la trasmissione Otto e Mezzo (screenshot da YouTube)

Renzo Piano mostra ‘La Timidina’ durante la trasmissione Otto e Mezzo (screenshot da YouTube)

L’architettura timida dà voce a ciò che resta silente, presta attenzione alle cose minime, ai luoghi dimenticati e periferici, ai materiali poveri, agli abitanti emarginati, alla penombra. Questa attenzione ci libera dall’arroganza del nostro io, dal suo troppo pieno e ci suggerisce umiltà e timidezza, compagne necessarie di ogni cammino di conoscenza. La timidezza non è una malattia, ma bensì una virtù preziosa che insegna a maneggiare il mondo con delicatezza, a porci molti dubbi e a chiedere permesso prima di agire. La vera ricchezza dell’architetto timido è data dal saper intervenire con poco, del quale poco non vi è mai penuria, utilizzando la conservazione dell’esistente e la stratificazione del nuovo con cautela, attenzione, affetto, umiltà e intelligenza. Il pensiero timido è una sfida costante all’architettura pesante, egoista, astratta, spettacolare e grossolana, la quale tende a calpestare con prepotenza la vita che incontra. L’architettura deve riprendere la sua funzione medicinale, di balsamo che cura i lembi delle ferite dei nostri luoghi. É una specie di mappa, una carta della terra per navigare tra un labirinto di scogli. È ritrovare un’amicizia perduta con le cose del mondo.
Renzo Piano ha il merito di aver proposto una riflessione sulle periferie, vera emergenza dei prossimi anni, utilizzando uno sguardo nuovo, un pensiero differente e consapevole che percepisce un aspetto positivo in queste parti della città, nonostante i tanti problemi riscontrati. In realtà, qui si sperimentano innovazioni e cambiamenti nell’abitare, nei rapporti sociali, negli stili di vita; sono presenti processi di trasformazione che sorgono dal basso e vanno incentivati con un metodo ascoltante. Qui ci sono centralità e intelligenze, mentre spesso i centri sono fermi e morti. Insomma, nella periferia ci sono “fermenti urbani”. Se guardiamo bene, ci accorgiamo che nella periferia abita la possibilità. Significa che è presente il poter divenire, che è il passaggio dall’essere possibile all’essere attuale. C’è la speranza, che è la sostanza della nostra vita, e in fondo noi siamo figli dei nostri sogni.

 

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A seguito dell’analisi di necessità ed esigenze, di potenzialità e criticità specifiche del quartiere Giambellino a Milano, sono emerse 4 tematiche utili al rammendo, consultabili sul sito internet di G124. In particolare, tra le 4 spiccano l’impegno a creare nuove centralità specifiche oltre a reti di relazioni sociali e microeconomiche. Quali saranno le risposte pratiche alle pregnanza di tesi così laboriose, tali da persistere sul territorio una volta spenti i riflettori?
È inutile illudersi, il problema è grandissimo, complesso e non si pretende certo di risolvere le difficoltà stratificate da tanti anni. Tuttavia, i primi 6 mesi, insieme all’altro tutor Ottavio di Blasi e ai 4 giovani architetti, sono stati importanti per cercare di capire come la città si laceri negli orli, proprio come un abito strappato. Così, per rammendare (il concetto base indicato da Renzo Piano) c’è bisogno di partire dai bordi, utilizzando uno sguardo eccentrico, un pensiero in cammino, che giri intorno alle cose come su di una linea curva della circonferenza, senza penetrare in centro. Penso che, per capirle, sia necessario abbracciare le cose.
Forse, per ripensare il mondo è proprio dal margine della periferia che l’architettura, che è la sintesi di tutto il sapere e del suo rapporto con il mondo, potrà rinascere dopo tanti fallimenti, riponendo fiducia nella vulnerabilità e nella contaminazione. Così, dal riconoscimento della fragilità, ne consegue la necessità di prendersi cura del creato per dare avvio ad un nuovo inizio, in grado di consegnare alle future generazioni un mondo migliore. Ma c’è di più. La periferia europea è il luogo da cui può ripartire un più ampio discorso sull’uguaglianza, sui diritti, sulla convivenza umana.
Certo, siamo consapevoli che il termine di un anno per il G124 è un tempo molto breve e che la nostra azione è molto limitata. Tuttavia, speriamo che i piccoli semi piantati possano fruttare in futuro, grazie alla collaborazione delle “scintille” locali, delle associazioni, dei gruppi, dei cittadini che sperimentano tutti i giorni le pratiche di una nuova convivenza.

Renzo Piano e il gruppo G124

Da destra verso sinistra: Marco Ermentini, Chiara Valli, Renzo Piano, Ottavio Di Blasi, Francesca Vittorelli, Matteo Restagno, Alberto Straci

 

 

I 3 casi d’intervento di G124 su Torino, Roma e Catania hanno permesso l’individuazione di linee guida comuni valide anche per il caso milanese, in termini progettuali e operativi? Se sì, quali sono?
I tre casi dello scorso anno sono stati molto importanti per mettere a punto una traccia di metodo, che viene dall’esperienza facendo esperienza. Il gruppo di lavoro G124 è composto da differenti competenze, così l’incontro con altri mondi di pensiero è importante, non nel voler acquisire altre idee ma nel conoscere differenti modi e vie del pensare e del progettare. Si tratta di un modo di ragionare insieme, in cui le specializzazioni abbandonano i rancori e si cerca di abbracciare le discipline in uno sguardo unitario. Così, ogni situazione racchiude circostanze e particolarità uniche quanto irripetibili, dove il valore della comunicazione, dell’ascolto e del dialogo rivestono altrettanta importanza rispetto alle conoscenze scientifiche e tecniche. Insomma, il metodo G124 viene dall’esperienza facendo esperienza. Si potrebbe dire anche che è una specie di guida, che è il sapere dell’esperienza. È in effetti un sapere della vita, non una fredda teoria astratta, e il tavolo rotondo della stanza al Senato testimonia questo modo differente di guardare le cose.
Grazie ai tre tutor dell’anno scorso, Massimo Alvisi, Mario Cucinella e Maurizio Milan, è stata tracciata la via maestra per il rammendo, che quest’anno è giunta ad una prima maturazione, con la concentrazione di tutte le forze su un caso specifico molto complesso e articolato come il Giambellino a Milano. Ma c’è di più: gli architetti dello scorso anno hanno dato vita ad una associazione, “insiti”, che continua ad occuparsi di problemi legati alle periferie. Dall’esperienza di questi anni, è maturata in me la convinzione che la generazione “millenaria”, ossia i nati tra gli anni ottanta e il duemila, sia speciale. È stata la prima ad affrontare la grande crisi economica. Ha imparato in tempi difficili a convivere con disoccupazione, lavori precari, scarse retribuzioni, insicurezza del futuro. Tuttavia, proprio per questo possiede capacità molto superiori alle altre generazioni, come la comunicazione istantanea grazie alla rete, agli SMS e ai nuovi media come i social network, che la orienta verso lo scambio e il commercio globale. Grazie alla selezione anonima per il G124 e il lavoro sul campo, ho avuto la fortuna di conoscere la nuova generazione di architetti e, credetemi, non c’è paragone con le precedenti (soprattutto con la mia vecchia dei baby boomers). Non è sbagliato paragonarla a quella eroica “grande generazione”, i nati all’inizio del ‘900, che ha conformato tutto il secolo. Il loro spirito di concretezza, combinato all’uso nativo delle tecnologie, riserverà molte sorprese positive. Forse, se non saremo così ciechi da impedirglielo, anche nel nostro martoriato Paese i millenials costituiranno i veri buoni germogli che matureranno nel futuro.
Infine, l’idea di Renzo Piano di far lavorare insieme tre generazioni differenti, come avviene nella tradizione Scintoista per la ricostruzione dei templi Ise Grand Shrine in Giappone, può costituire una preziosa qualità nell’affrontare problemi così complessi.

 
La voglia di nuova socialità delle persone passa attraverso idee di progettualità applicata a piccoli cantieri che partono dal basso, a laboratori di quartiere e una nuova mobilità pedonale. In sostanza, sono obiettivi che mirano al recupero della vita comunitaria. Tali esperienze sono davvero qualcosa di irrevocabilmente concluso nella società moderna o, viceversa, tornano ad essere il prodotto sociale di questa incerta fase contemporanea di transizione?
Queste idee non sono certo nuove. Già Renzo Piano a Otranto, nel 1979, le ha sperimentate con il laboratorio di quartiere. Per non ripetere gli errori del passato, dati da interventi massicci imposti dall’alto nel completo disinteresse della vita reale degli abitanti, conviene riattivare la partecipazione, poiché sono le persone quelle che contano. Occorre recuperare l’ascolto, l’umiltà dell’architetto condotto, la memoria del passato dei materiali e della sapienza non scritta dell’artigiano, utilizzando tuttavia le tecnologie di oggi. Bisogna concepire l’architettura non quale un gioco formale, ma bensì come la capacità di accrescere la qualità della vita degli abitanti. Pensiamo che, con tanti piccoli rammendi, numerose piccole “agopunture urbane”, qualcosa potrà cambiare. Forse non è utopistico cercare di ipotizzare una nuova economia del rammendo che si occupi della cura delle periferie. Così, attivare un’economia dal basso che provveda alla cura della città, contrapposta all’intervento massiccio, poderoso, calato dall’alto sulla pelle dei cittadini, può essere l’inizio di un processo di rinascita. Vivere è convivere, e, in effetti, è l’essere dipendenti gli uni dagli altri che rende necessario ricevere cura. Allora, trovare il ritmo di condivisione con altri è essenziale.

 
Storicamente, le periferie nacquero per isolare le emergenze rispetto al centro urbano, adottando tecniche pianificatorie e costruttive spesso rapaci. Assodato il policentrismo della città odierna e la relativa attenuazione del simbolismo centripeta del centro, tali quartieri acquisiscono per la prima volta importanza, trovandosi tuttavia impreparati. Giunge tardivo, quindi, il riscatto delle periferie, in una “modernità liquida” che ha sostituito le risposte collettive a determinazioni individuali?
Il fallimento dell’urbanistica moderna, e quindi delle nostre periferie, è purtroppo un’evidenza lampante. Tuttavia, il piccolo sforzo che il Senatore ci propone non è di poco conto: la ricucitura delle parti della città vuole dire connettere le parti separate, non solo quelle fisiche, ma anche eliminare le separazioni che danneggiano. Occorre rimuovere le disgiunzioni tra le discipline, poiché gli architetti debbono dialogare con gli economisti, i sociologi, gli ambientalisti. Lo scorporo tra teoria e pratica ha provocato gravi danni al nostro territorio. Le separazioni tra gli enti che decidono il governo del territorio e che si contrappongono provocano disfunzioni e paradossi. Occorre cancellare le divisioni tra le parti delle città che, costruendo muri tra i luoghi, hanno favorito la segregazione. Così anche per le separazioni tra i vecchi e i giovani: nessuno è più interessato ad essere l’anello di congiunzione tra le generazioni e a sentirsi parte di un passato condiviso. Serve annullare le separazioni tra le funzioni: da una parte la produzione e dall’altra la residenza, così come quella tra gli abitanti di diversa origine etnica e condizione sociale. Insomma, ricucire le separazioni vuole dire recuperare il significato delle cose a partire dalla loro connessione.
L’architettura è la sintesi di tutto questo sapere e del suo rapporto concreto con il mondo. Di conseguenza, recuperare l’arte della tessitura ci può essere di grande aiuto in questo momento difficile. Non dimentichiamoci che questo vocabolo, per gli antichi greci, oltre che al tessere propriamente gli abiti significava anche la tessitura del destino delle nostre vite.

 
Quant’è necessario scommettere sull’uomo relegato nella periferia per vincere la “periferia esistenziale”, come esorta a fare Papa Francesco? Tale metafora della società contemporanea, attuale riproposizione teorica del “sentirsi soli in mezzo alla folla” di Georg Simmel, come può essere vinta?
Il messaggio di Papa Francesco è di grande interesse e l’enciclica “Laudato sì” ha un valore eccezionale. La riproposizione del pensiero di Francesco d’Assisi, il quale propone una cura per ciò che è debole e che si sente intimamente unito all’esistente, porta alla conseguenza dell’assunzione della sobrietà e della cura quali virtù principali per cambiare la nostra relazione con il mondo. Le conseguenze di questo messaggio sono così importanti e radicali che non ci rendiamo ancora conto della loro portata. In realtà, se ci pensiamo bene, anche Gesù è nato in periferia.
Non vorrei essere irriverente, niente di più lontano da me, ma non so se vi ricordate all’Angelus del 17 novembre. In tale occasione, il Papa anticonformista, ad un certo punto, ha estratto una curiosa scatoletta, spiegando essere un “farmaco” dai poteri benefici, una specie di aspirina contenente un rosario e un foglietto illustrativo: la Misericordina. Nei giorni seguenti, sono stati pubblicati articoli che la mettevano in relazione con la mia vecchia Timidina. A parte le coincidenze, osservo che un Papa che sia capace di tale sottile ironia ci riserverà ancora molte piacevoli sorprese.
Vorrei terminare con un pensiero tratto dal mio ultimo libro: “La Piuma Blu”. In questo tempo di grande accelerazione delle nostre vite, forse il compito dell’architettura è proprio il contrario: rallentare. Fare una pausa e difendere la lentezza dell’esperienza, coltivando una cosa molto importante: il silenzio. Nelle nostre chiassose città, dove il rumore è fabbricato come una merce, è difficile trovare un luogo del silenzio, ma quando se ne scova uno lo si segnali con una piccola piuma blu. Forse conviene imparare come cercare i luoghi silenti, stanandoli dagli interstizi della città con l’utilizzo di tecniche timide, scoprendone gli anfratti, le crepe e le lesioni, mandando così in tilt le certezze del mondo con l’immaginazione. Il segreto è semplice: saper ascoltare il luogo senza giudicare, lasciandolo essere, mettendosi in sintonia, creando una nuova alleanza, una simpatia fatta di amicizia, pietà e confidenza. Anche noi architetti dobbiamo imparare a vedere il silenzio con gli occhi e a riconciliarci con il mondo. È una sfida: anche le rivoluzioni si fanno in maniera silenziosa.

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