L'architettura è un’esperienza collettiva: intervista a Steven Holl | Architetto.info

L’architettura è un’esperienza collettiva: intervista a Steven Holl

Incontriamo l’architetto statunitense a margine dell’assegnazione della Laurea Magistrale ad Honorem in Architettura, conferitagli dal Politecnico di Milano

Steven Holl durante la lectio in occasione della laurea ad honorem del Politecnico di Milano – photo courtesy of Politecnico di Milano
Steven Holl durante la lectio in occasione della laurea ad honorem del Politecnico di Milano – photo courtesy of Politecnico di Milano
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Lo scorso 18 Novembre a Steven Holl è stata tributata la Laurea Magistrale ad Honorem dal Politecnico di Milano. Al termine di un’eccezionale lecture sul tema “Il tempo in Architettura”, l’architetto statunitense ci ha confidato alcune brevi riflessioni sulle affinità tra musica e architettura, sull’importanza della luce nel costruito e un ricordo del compianto Lebbeus Woods.

Steven Holl, architetto, teorico e docente di fama internazionale, nella sua lunga carriera ha abbinato la progettazione di oltre 90 edifici in tutto il mondo alla stesura di numerosi testi, tra cui Anchoring e Parallax, oltre all’insegnamento presso la Graduate School of Architecture, Planning and Preservation della Columbia University a New York.

La lecture, incentrata sul valore del tempo all’interno dell’opera architettonica, ha articolato le proprie basi teoriche a partire da alcune riflessioni condotte sul testo “Space, Time and Architecture” di S. Giedion, edito nel 1941, e su “Transparency: literal and phenomenal”, di Colin Rowe e Robert Slutzky del 1963. In oltre trent’anni di attività progettuale e di riflessione teorica, alcuni aspetti legati alla percezione visiva del colore tramite la luce e lo scorrere del tempo sono stati condensati e discussi all’interno del volume intitolato: “Color – Light –Time”, edito da Lars Müller nel 2012, in cui compaiono anche contributi del docente Jordi Safont-Tria e del critico Sanford Kwinter. In particolare, il ricorrente tema del tempo, curato dal progettista statunitense, ha rappresentato l’anima della lectio magistralis, incentrata sull’individuazione e classificazione delle differenti tipologie in Architettura. L’esamina delle 9 componenti da lui numericamente individuate è scorsa attraverso la presentazione di casi-studio costituiti da opere da lui realizzate, le quali hanno incarnato con pragmatismo la linea teorica esposta. Eccole a seguire, in abbinamento con le opere:

1. il Tempo diurno (Sliced Porosity Block, Cina, 2007-12);
2. il Tempo delle stagioni (Knut Hamsun Center, Norvegia, 1994-2009);
3. la durata delle fasi di concept/progetto/costruzione (Knut Hamsun Center, Norvegia, 1994-2009; Visual Arts Building, University of Iowa, USA, 2010 – in corso; Lewis Center for Arts, Princeton University, USA, 2007-17);
4. la ciclicità / la linearità del Tempo (il Nelson-Atkins Museum of Arts, USA, 2007; il Museum of Fine Arts a Houston, USA, 2012);
5. la durata dell’opera architettonica (Portara, il portale di Apollo, Naxos, Grecia; il Crystal Palace, Londra, 1851-1936; The Snow Show: Oblong Voidspace, Rovaniemi, Finlandia, 2003);
6. la durata della vita / il tempo sperimentale (Tomba Brion a San Vito d’Altivole, Carlo Scarpa; la Necropoli ChinPaoSan a Taiwan, 2013);
7. il tempo sul posto / il tempo rispetto al contesto (Maggie’s Center, St. Bart’s, Londra, 2012; l’espansione del J. F. Kennedy Center per le Performing Arts, Washington DC, 2012);
8. l’incommensurabile (Cappella di Sant’Ignazio, USA, 1994-97; Citè de l’Ocean et du surf, Biarritz, Francia, 2005-11; Ex of in house, Rinebeck, New York, 2014);
9. il Tempo compresso (concorso per il Palazzo del Cinema di Venezia, 1990).

Alcuni progetti di Steven Holl: la “Cité de l’Océan et du surf”,“The LM Project”, Linked Hybrid di Pechino

Al termine della lectio magistralis, assediato da studenti richiedenti chi una dedica su uno dei tanti testi in cui campeggiano suoi progetti o chi una semplice foto, siamo riusciti ad ottenere alcune brevi dichiarazioni del progettista, che così ha risposto ai quesiti sollevati:

Lei afferma che il progetto deve partire dall’analisi dei vuoti e dagli spazi comuni, dalla loro nudità. In un’Europa in cui il valore dello spazio pubblico rischia di venir eroso sempre più da fattori economici e di sicurezza, quali strategie devono essere messe in campo per invertire tale tendenza?
Credo che il problema dello spazio pubblico, o ciò che possa essere connesso a tale dilemma, sia molto diffuso in Cina, dovuto alla sempre maggiore ascesa di grandi investitori che si arrogano anche il diritto di plasmare tale spazio. Viceversa, noi, a Chengdu, abbiamo realizzato un grande giardino ad uso collettivo, e così lo stesso abbiamo pensato per il Vanke Center a Shenzhen e così a Pechino. Ritengo che una grande necessità progettuale risieda nel dare forma al concetto di rendere la morfologia affine alla plasmazione degli spazi pubblici all’interno di ampi progetti.

Lei sostiene dello stretto legame che intercorre tra architettura e musica, entrambe pervase da una forte energia collettiva, specialmente l’ultima. È sintomatico, quindi, che proprio i recenti attentati di Parigi abbiano voluto arrestare un flusso emozionale in un evento privo di strategie concettuali come un concerto. Come chiosava il suo amico Lebbeus Woods nel testo “War and Architecture”, solo confrontandosi con la violenza si potrà avere una qualche speranza di cambiarne il contenuto?
Circa il rapporto tra Architettura e musica, direi che una delle grandi emozioni che esprime quest’ultima è la sua energia. In ogni momento della vita, la musica è in grado di fornire questo optimum, e il solo godere dell’esperienza musicale penso possa portare ad ampliare la comprensione dello spazio in architettura. Sono 2 campi tra loro affini. E questo può permettere di tracciare reciproci parallelismi, in termini artistici, tra loro molto vicini.

Su Lebbeus Woods… mi sono confrontato con Lebbeus in molte occasioni. Lui ha sempre avuto uno scambio critico con me, in un rapporto durato 40 anni incentrato sulla causa dell’architettura.

Lei parla dell’importanza della luce naturale per la percezione dell’ambiente costruito, come già Le Corbusier, Aalto e molti altri. La forza evocativa della luce naturale è un mezzo essenziale per dare qualità allo spazio architettonico al fine di determinare una reale esperienza immersiva?
La luce naturale, ovviamente, è “super” importante soprattutto al giorno d’oggi, in cui si trascorre, all’incirca, il 99% del tempo quotidiano all’interno di edifici. Penso sia molto importante, per noi, conservare il senso del tempo, scandito dallo scorrere delle ore del giorno e ritmato dal volgere delle stagioni… Noi (Steven Holl Architects ndr) ricerchiamo il miglior utilizzo della luce naturale in ogni progetto.

Lei, in gioventù, sognava di fare il pittore. Tale vocazione è tuttora presente nei suoi schizzi, elaborati non a caso con la tecnica dell’acquerello per dare vitalità e senso della luce al progetto. Nell’era del digitale avanzato, in cui la grafica computerizzata padroneggia, qual è il reale apporto della rappresentazione manuale? Si potrebbe correre il rischio di subire un’obsolescenza tecnica?
…e lo sono un pittore! Dipingo ogni giorno. Ho acquerellato 2 disegni solo oggi, quindi … non sono mai rifuggito dall’idea di poterlo divenire. Cerco solamente di trasformare i miei quadri in edifici, ecco tutto. Ma ho sempre pitturato.

Elia Zenghelis è stato suo professore alla Architectural Association, come lo fu anche per Rem Koolhaas e per Zaha Hadid. In che modo tale componente “radicale” ha influito nella sua attività di architetto e fino a che punto?
Esattamente. Al netto di quell’esperienza, credo di poter dire che Elia intendesse dare al costruito la propria visione. Uno dei suoi grandi meriti fu l’insistere, rispetto a quella che allora era la corrente di pensiero dominante, sulle possibilità di un’architettura in movimento, deformabile in qualsiasi momento. Nel 1976, quando incontrai per la prima volta Elia, capii che essa era una delle possibili forze motrici. Ha una mente sorprendente, in grado di trasformare le connessioni tra il tempo e l’architettura.

Steven Holl riceve la laurea ad honorem del Politecnico di Milano – photo courtesy of Politecnico di Milano

Steven Holl riceve la laurea ad honorem del Politecnico di Milano – photo courtesy of Politecnico di Milano

Di seguito, le motivazioni della Laurea Magistrale ad Honorem in Architettura, a cura del prof. Angelo Torricelli, Preside della Scuola di Architettura Civile

“Nell’arco degli ultimi quarant’anni, attraverso la riflessione teorica, il progetto professionale, la ricerca sperimentale, l’insegnamento universitario, Steven Holl ha fornito un contributo fondamentale allo sviluppo dell’architettura contemporanea.

Le sue opere testimoniano la costante ricerca della fusione e dell’intreccio fra le diverse scale dell’architettura, della città e del paesaggio, la capacità di avventurarsi sul terreno della sperimentazione, l’ideazione di un linguaggio architettonico affermato attraverso la chiarezza di forme e spazi combinati nella luce e nei luoghi.

Attraverso un procedimento di assonanza e dissonanza, ispirato dalla composizione musicale, i progetti per residenze, uffici, strutture educative, spazi museali, realizzati nei diversi contesti, combinano l’ancoraggio al sito e la capacità di plasmare lo spazio con la ricerca sulle tecniche e i materiali dell’architettura, pervenendo a un’esemplare progettazione sostenibile.

La qualità indiscussa dei progetti realizzati e la loro rilevanza sul piano internazionale costituiscono un esempio fondamentale per le nuove generazioni.

Per tutte queste ragioni il Politecnico di Milano conferisce all’architetto Steven Holl la Laurea Magistrale ad Honorem in Architettura.”

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