Legno, oggi. Come? Risponde Gian Luca Brunetti | Architetto.info

Legno, oggi. Come? Risponde Gian Luca Brunetti

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L’orientamento oggi prevalente alla produzione edilizia basata sull’utilizzo del materiale rinnovabile legno richiede un ripensamento e, in particolare, una ri-valorizzazione e ri-perfezionamento, alla luce dei progressi tecnico-scientifici recenti

Da vari decenni il legno non può più essere inteso come un singolo materiale, ma come una famiglia di materiali che comprendono sia la risorsa di base, sia i suoi numerosi semilavorati e derivati. Questa necessità di distinzione si è però fatta impellente negli ultimi tre decenni.

Gran parte dell’innovazione avvenuta nel campo dei materiali lignei negli ultimi tre decenni è dovuta a tecniche che prevedono l’incollaggio. Questo è un dato molto importante, perché per fornire durabilità ai semilavorati, i collanti devono essere caratterizzati da un’assenza di biodegradabilità (perlomeno in riferimento ai tempi di vita potenzialmente – e auspicabilmente – lunghi di un edificio).

La non-biodegradabilità può essere letta, in questo senso, come una pre-condizione per l’elevata durabilità delle connessioni realizzate mediante incollaggio. Ne è prova il fatto che i collanti ad alte prestazioni utilizzati per la produzione di semilavorati del legno non sono biodegradabili. Questo fatto genera la necessità distinguere i semilavorati incollati del legno dai legni segati; che devono la loro riconosciuta durabilità non a una assenza di biodegradabilità, ma a un processo di mineralizzazione. Questa differenza di condizione non è però ancora introiettata come significativamente rilevante dalla collettività (tanto dei committenti, quanto degli utenti, quanto dei progettisti) e questo genera equivoci nelle dinamiche di utilizzo dei semilavorati prodotti con incollaggi.

Si tratta di una situazione massimamente evidente nel caso dei pannelli in compensato di tavole, che sono i componenti che più hanno caratterizzato l’innovazione negli ultimi decenni. Questi componenti, come è noto, possono dare luogo a consistenti vantaggi strutturali e a semplificazioni di montaggio, ma pagano uno scotto in termini di biodegradabilità rispetto a componenti assemblati con l’ausilio di connessioni metalliche o lignee.

Anche la odierna grande diffusione dei componenti lineari (pilastri e travi) in legno lamellare è dovuta a una loro superiorità prestazionale sugli equivalenti segati, relativa per esempio all’affidabilità, alla resistenza meccanica e all’ampiezza della scelta dimensionale. Questo ha determinato una prevalenza di elementi lamellari per l’approntamento di membrature strutturali lineari anche rispetto agli elementi in legno massiccio, e a quelli composti (formate da differenti parti collegate meccanicamente), e a quelli reticolari. (Rispetto agli elementi reticolari, in particolare, le soluzioni lamellari consentono una maggiore resistenza allo svergolamento e una maggiore resistenza al fuoco a parità di protezione.)

L’altra faccia della situazione è che i consistenti vantaggi del legno lamellare ne oscurano oggi, nelle dinamiche di mercato, gli svantaggi, in misura perfino eccessiva. Io credo che la direzione di marcia che porta all’utilizzo del legno in sostituzione di materiali non rinnovabili sia sotto tutti gli aspetti positiva, e probabilmente, in prospettiva futura, inevitabile. Quello che osservo è però che questo giusto indirizzo tecnico è oggi spesso ancora adottato senza rimettere in discussione le modalità di approccio alla produzione fortemente impattanti proprie del XX secolo, caratterizzate dalla crescita per la crescita, a qualsiasi costo.

Il dato piano e nudo delle dinamiche odierne è che la riduzione dell’impatto ambientale perseguita nel nome della costruzione naturale, passepartout per un mercato appena acculturato alle problematiche legate alla sostenibilità, è perseguita lavorando il legno in un modo che lo rende non più biodegradabile.

Ci sono sorprendenti similitudini tra questa dinamica e quella che ha caratterizzato la diffusione del modello Passivhaus negli scorsi decenni. Il tipico edificio progettato a immagine del modello Passivhaus è un edificio attivo, il cui buon funzionamento termico è dipendente dalla presenza di impianti di climatizzazione, che in genere incorporano grandi quantità di energia. Non è un edificio passivo nel senso letterale del termine; nel senso, per esempio, perseguito per esempio dalla molto sottovalutata architettura solare anni ’70.

Non è forse un caso che oggi spesso l’utilizzo delle tecnologie lamellari incollate e l’adozione del modello Passivhaus si incontrino negli stessi edifici. La forza di questo connubio sta in gran parte nella forza nelle parole e dei concetti semplici. Dal punto di vista della comunicazione, si tratta di un compito facile come sfruttare la gravità su un piano in discesa. Legno: basso impatto. Assenza di fabbisogno energetico per il riscaldamento e il raffrescamento: basso impatto.

Ma la definizione di criteri per il perseguimento di una autentica riduzione dell’impatto ambientale non può limitarsi all’adozione di concetti efficaci per l’immaginario. Deve dare risposte giustificate da un punto di vista scientifico rispetto all’intera gamma dei problemi in gioco. Risposte che nel caso della riduzione del consumo energetico tengano anche in conto dell’investimento energetico richiesto dall’adozione dei sistemi impiantistici; e nel caso dell’impiego del legno, ne preservino la biodegradabilità.

Per quanto detto, è mia convinzione che l’orientamento oggi prevalente alla produzione edilizia basata sull’utilizzo del materiale rinnovabile legno richieda un ripensamento; e, in particolare, una ri-valorizzazione e ri-perfezionamento, alla luce dei progressi tecnico-scientifici recenti, di soluzioni una volta innovative, come quella dell’adozione di configurazioni reticolari per la produzione di elementi di solaio, di parete e di colonna o pilastro (questo a sua volta stimolerebbe lo sviluppo di ricerche per il perfezionamento delle loro prestazioni, per esempio di quanto concerne la resistenza al fuoco); e una valorizzazione delle tecniche di produzione di componenti in legno composti di nuova generazione assemblati con connessioni meccaniche non incollate; con particolare riferimento alle soluzioni non gravate da brevetto, e dunque utilizzabili senza carichi economici aggiuntivi.

Questo passaggio non implicherebbe un ritorno al passato prossimo, ma il perfezionamento di soluzioni tecnologiche del passato prossimo alla luce dei progressi scientifici e tecnici odierni. Perfezionamento che potrebbe oggi per esempio giovarsi dell’impiego di strumenti di calcolo ad elementi finiti, in grado di rendere più precisa e attendibile la simulazione (sia strutturale, sia termica) di sistemi complessi, e che potrebbe giovarsi di tecniche di produzione basate su processi CAD/CAM.

E’ anche mia opinione che questo ripensamento dovrebbe necessariamente coinvolgere alcune scelte relative a coltivazione delle essenze da costruzione, portando a privilegiare specie a rapida crescita, come il pioppo o la robinia. Che non sono certo esenti da svantaggi rispetto alle essenze più utilizzate in edilizia ai fini strutturali (ridotta resistenza meccanica nel caso del primo, instabilità di forma e ridotte dimensioni nel caso del secondo); e che genererebbero, di conseguenza, ulteriori necessità di adeguamento delle tecniche costruttive.

Penso che un ripensamento di questo tipo oltre ad dare luogo a conseguenze positive per l’ambiente potrebbe gettare le basi per un periodo di proficua creatività progettuale e produttiva.

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