L'eredità di Zaha Hadid per le donne architetto | Architetto.info

L’eredità di Zaha Hadid per le donne architetto

Oltre il valore della sua opera, la carriera di Zaha Hadid ha rappresentato un pionieristico punto di svolta in un mondo in cui le donne rappresentano ancora una minoranza. Il nostro ricordo

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Giovedì 31 marzo 2016 Zaha Hadid è improvvisamente scomparsa a Miami. Secondo quanto riportato nell’istantaneo comunicato stampa dell’efficientissima area comunicazione del suo studio londinese Zaha Hadid Architects, ha pagato le conseguenze di una bronchite che l’ha costretta al ricovero in ospedale.

La sua dipartita ha generato, non solo nel mondo dell’architettura, un vero e proprio shock: per la sua repentinità, al punto che molti hanno pensato che la notizia diffusa fosse nulla più che uno scherzo di pessimo gusto, e per il momento in cui è avvenuta nella sua vita, che per molti e più longevi architetti appartenenti alla sua generazione rappresenta o rappresenterà una significativa e matura parte della carriera professionale. E comunque lo shock deriva anche da un altro motivo, molto più umano: in una parte del mondo in cui l’aspettativa media di vita è in costante aumento, soprattutto per le donne, 65 anni sono davvero pochi per morire.

La misura di una notorietà che ha travalicato i confini disciplinari, grazie anche al particolare momento attraversato dal mondo e dall’architettura a cavallo del nuovo millennio, e di un ruolo indiscusso nel panorama globale, è data dall’ampiezza e dalla quantità di scritti e commenti che, con più o meno sostanza e contenuti, si sono susseguiti in ogni dove sull’onda del cordoglio. Giornali e televisioni, portali e webzines, di settore e generalisti, hanno pubblicato e continuano a pubblicare e postare in tutto il mondo commenti e progetti. E se l’onnipresente ma acritico Archdaily mette in copertina su Facebook l’Heydar Aliyev Center di Baku e continua a (ri)pubblicarne i progetti, in molti tra colleghi e amici fanno pubbliche dichiarazioni. Tra di loro, sicuramente va segnalato Rem Koolhaas, suo maestro insieme a Elia Zenghelis all’Architectural Association dei primi anni settanta e al cui fianco Zaha è presente all’avvio di OMA.

Lasciando a più consone sedi le molte possibili letture di edifici, di una ricerca teorica e di un approccio progettuale strettamente legati allo sviluppo della tecnologia e dei sistemi parametrici e una collocazione nella storia dell’architettura che richiede distanza critica e capacità di ricostruzione di contesti e relazioni (soprattutto nei per nulla indagati legami con la cultura di origine di un’irachena naturalizzata britannica), in questa sede si vuole soprattutto porre all’attenzione su un’eredità, soprattutto personale, che avrà effetti indiscutibili sull’evoluzione della questione femminile in un ambito disciplinare particolarmente difficile per le donne.

Eredità lasciata da una donna di origine musulmana, seppur educata in un contesto internazionale sia a Bagdad, in una scuola cattolica, che nell’europeissima Svizzera, all’American University di Beirut e all’Architectural Association di Londra. Come ripreso anche dal sito di MoMoWo, il progetto “Women’s creativity since the Modern Movement” che sul tema ha messo in rete istituti e università in tutta Europa, per la stessa Hadid, “l’architettura è un mondo particolarmente difficile per le donne e lo è senza un motivo particolare. Con questo non voglio dare la colpa agli uomini o alla società, ma per un tempo molto lungo i clienti sono stati uomini e tutta l’industria delle costruzioni è stata maschile”.

Lei è stata la prima vera archistar in un gruppo tutto maschile il cui “brand” ha tratto ampio nutrimento dalla sua curatissima, personale e inconfondibile immagine pubblica (tema particolarmente caro agli architetti fin dai tempi di Le Corbusier) e che, nel bene e nel male, si è costruito anche attorno alle sue architetture, iconiche e criticate ma comunque sempre sotto i riflettori, e agli oggetti da lei realizzati nell’ambito del design e della moda.

In una brillante carriera vissuta e gestita al pari dei famosi colleghi, ha battuto tutti i record e annullato di fatto evidenti differenze di genere. È stata in grado di avviare e condurre con forza e personalità uno studio internazionale basato a Londra di cui è stata frontwoman indiscussa e che è riuscito a emergere ribaltando ruoli consolidati rispetto, ad esempio, alla presenza di un socio, Patrik Schumacher entrato nel 1988, il cui compito più facile è oggi forse il portare a compimento i numerosi progetti che ZHA ha in corso in giro per il mondo.

Dame Commander of the Order of the British Empire nel 2012, prima donna a essere insignita del Premio Pritzker e prima (anche se per questo 2016!) Gold Medal Riba nella lunghissima storia del premio, nel 2008 è stata inserita da Forbes fra le 100 donne più potenti al mondo, fra commesse internazionali sviluppate soprattutto al di fuori dei confini britannici, importanti committenze e qualche delusione (come la recentissima conclusione delle vicende dello stadio olimpico di Tokyo).

La sua scomparsa non permettere di conoscere l’evoluzione di un’attività che anche in Italia sta lasciando importanti segni, come la milanese CityLife che sta sorgendo sull’area dell’ex Fiera o a Napoli dove il cantiere della stazione di Afragola è ripreso l’estate scorsa per arrivare al controverso (e poco amato da parte degli amanti delle Terre Alte) Museo Messner a Plan de Corones e alla sua opera più nota, il Maxxi di Roma che, vincitore dello Stirling Prize e finalista nel 2011 del Mies van der Rohe, venne inaugurato in parallelo al Macro di quella Odile Decq, altra importante esponente dell’altra metà del cielo dell’architettura contemporanea. Italia che a breve l’attendeva per l’inaugurazione della stazione marittima di Salerno che, prevista anche se non ancora confermata il 22 di aprile, non potrà più averla tra gli invitati.

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