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L’evoluzione dell’ecodesign nell’esperienza di Matrec e del suo ideatore

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Marco Capellini, architetto, è tra i primi ad occuparsi in Italia di design sostenibile e oggi opera come libero professionista per lo sviluppo di prodotti e strategie ambientali presso il suo studio Capellini Design & Consulting, con sedi a Milano, Roma e consociata a San Paolo in Brasile. Collabora con aziende, consorzi, ministeri e centri di ricerca a livello nazionale e internazionale. È direttore generale dell’Associazione Remade in Italy e presidente di Matrec (EcoMaterials Library), la prima banca dati internazionale sui materiali ambientalmente sostenibili, intesa come servizio per imprese, architetti, designer e liberi professionisti. Ha raccontato alla redazione la sua esperienza nel campo dell’ecodesign e il suo punto di vista sull’evoluzione dell’impiego di materiali riciclati in Italia.

Nei primi anni del 2000, quando a palazzo Bagatti Valsecchi presentava le sue prime realizzazioni di design in materiale riciclato, era una scommessa che sembrava un po’ eccentrica. Quali risultati ritiene le abbiano dato ragione?

I primi anni 2000 il tema della sostenibilità ambientale di prodotti e servizi era ancora visto da molte imprese come “argomento trendy”. La maggior parte dei regolamenti comunitari in materia di prodotto e ambiente erano in fase di discussione e quindi in pochi avevano compreso la reale trasformazione che sarebbe avvenuta da li a poco. Le argomentazioni sui “prodotti ecologici” spaziavano in diversi settori e la qualità di una serie di materiali riciclati non permetteva ancora di raggiungere certi risultati. Diciamo che i segnali di quanto avvenuto dopo non erano cosi forti e tali da spingere le imprese a investire nella “green economy”. Tra scetticismo industriale, evoluzione legislativa e attenzione della stampa, è iniziato un mio percorso in continua evoluzione. Ci avevo creduto allora ci sto credendo oggi e i risultati mi hanno e mi stanno dando ragione.

Quello che più mi entusiasma è che le trasformazioni in atto, e quelle attese per i prossimi anni, saranno ancora più decise e incisive. In dieci anni il concetto di “ecodesign” è cambiato molto. Non utilizzo più questo termine (se non raramente), in quanto decisamente incompleto per descrivere a pieno quelli che devono essere i nuovi valori intrinseci al design dei nuovi prodotti. Basta guardare i mercati internazionali più maturi e quelli in via di sviluppo per capire che prodotti e servizi non possono essere più quelli di una volta, ma non solo dal punto di vista del contenuto e della funzionalità ma soprattutto per l’aspetto di sostenibilità ambientale e sociale. Parole? Per chi non sa guardare in avanti si. Oggi mi trovo a raccogliere i frutti di quanto fatto in passato ma nel contempo a seminare per i prossimi anni e vi garantisco che la semina oggi è molto più veloce e ciclica.

Secondo lei spingono di più verso il recupero /riciclo: gli obblighi di legge, gli incentivi e finanziamenti, la necessità di un uso attento delle materie prime, una nuova moda non meno ricercata delle precedenti?

Il tema del recupero e riciclo dei rifiuti e le problematiche ad esso connesse sono vecchie e conosciute da tutti. Al contrario di quanto detto in precedenza, in questo settore abbiamo gli stessi problemi di 10/15 anni fa con la differenza che prima era più facile gettare tutto in discarica, mentre oggi,giustamente, è quasi sempre più difficile. In questi anni in Italia hanno cercato di inventarsi di tutto per non risolvere il problema. Sono stati spesi milioni e milioni di euro (e molti ancora se ne spenderanno), per raccontare che la raccolta differenziata è cresciuta di qualche punto o meglio ha raggiunto i limiti imposti dalla legge, motivo per cui non è più necessario crescere o fornire dati. Ci sono organizzazioni sul territorio preposte alla raccolta e recupero di diverse tipologie di rifiuti, che fanno lo stesso identico lavoro da anni ma badano bene a non pestarsi i piedi ed a evitare che qualcuno rompa il meccanismo. Un meccanismo pagato dal cittadino. Tutto questo per dire che il problema deve essere risolto seriamente a livello legislativo (senza collezionare infrazioni comunitarie) e che gli interessi economici di pochi non possono prevaricare gli interessi del paese. La domanda di materiali riciclati è sempre esistita ed è in crescita. L’Italia ha un comparto del riciclo molto significativo e costituito da piccole e medie imprese che sono in grado di produrre materiali riciclati di qualità. Materiali riciclati già ad oggi impiegati in molti manufatti industriali presenti sul mercato, perché esiste in molti casi la convenienza economica ad utilizzare riciclato rispetto al vergine. Fortunatamente nuovi regolamenti, bandi pubblici e privati premiano la componente ambientale di progetto e questo a favore della crescita di una domanda di prodotti “green”.

Quali esigenze del settore l’hanno indotta a ideare Matrec. Quali sono i servizi di Matrec più apprezzati da aziende e professionisti.

Inizialmente Matrec – che nasce nel 2002 grazie alla collaborazione con i consorzi nazionali Cial, Comieco e Corepla – aveva l’obiettivo di far conoscere ad architetti, designer ed imprese italiane, le caratteristiche dei soli materiali riciclati e le modalità di lavorazione degli stessi. Oggi, dopo undici anni, Matrec si è trasformata completamente pe rispondere nel migliore dei modi alle richieste del mercato internazionale, ed è una piattaforma con oltre 1.400 materiali ambientalmente sostenibili (naturali, riciclati e bio), 9.000 iscritti e visite mensili al sito da oltre 100 paesi. Ciascun materiale è accompagnato da una scheda descrittiva dove siamo gli unici a mettere in evidenza le diverse performance ambientali dei materiali. Abbiamo ricevuto diversi riconoscimenti internazionali da Università e Centri di Ricerca con cui collaboriamo quotidianamente. Matrec oggi è anche un osservatorio internazionale su scenari e tendenze del design sostenibile che è messo a disposizione di imprese e architetti per capire le novità sui materiali e le loro valenze ambientali.

I servizi più apprezzati sono diversi: collaboriamo puntualmente associazioni di categoria, Camere di Commercio e imprese, anche a livello internazionale, per la ricerca di nuove soluzioni materiche sostenibili, nell’affiancamento allo sviluppo del design di nuovi prodotti, per le analisi di mercato, per realizzare analisi del ciclo di vita, carbon footprint e social footprint. Quest’ultimo in particolare è un approccio ideato e sviluppato da noi e già applicato a livello nazionale ed internazionale in collaborazione con il ministero dell’Ambiente. Ci siamo presentati in nuovi mercati come il Brasile e il Messico riscuotendo un grande successo. Ma le sorprese non sono finite. Il mio obiettivo è di creare nuovi strumenti innovativi di supporto ad architetti ed imprese per favorire la conoscenza e l’utilizzo dei materiali ambientalmente sostenibili. Un esempio? Da due anni stiamo sviluppando gli indicatori di rinnovabilità, che permetteranno di capire la rigenerazione temporale dei diversi materiali impiegati per un progetto. Oggi si parla molto di sostenibilità ambientale di prodotto e per questo motivo c’è stato un proliferare di esperti del settore. Purtroppo, come mi è già capitato, le imprese poi si trovano a dovere rifare due volte lo stesso lavoro pagandolo il doppio.

Dopo anni di sprechi e di esibizione, la sobrietà, sia dei materiali sia delle forme, sta diventando la nuova misura del ‘bello’?

Io parlerei più di “sobrietà economica” e necessità di razionalizzazione. Il consumatore è cambiato: siamo cambiati. Siamo stati abituati a degli standard di vita al di sopra delle nostre possibilità ed ora è molto dura tornare in dietro o accettare la situazione attuale. Si sta creando una spaccatura sociale sempre più evidente che vede il ceto medio (o quello che ne è rimasto) andare sempre più in basso. A fronte di questa situazione, il mercato si deve adeguare, di conseguenza i prodotti e quindi il design. Le aziende investono solo nelle scelte sicure di un ritorno e questo non favorisce certo l’innovazione e la ricerca. Sicuramente la strada della sobrietà riduce il rischio e questo è un aspetto che non mi dispiace affatto. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di prodotti da “spazzatura urbana”, senza senso funzionale e sociale. La speranza è che con la ripresa dei mercati qualcosa cambi. Sicuramente il sistema Italia, che ha sempre avuto nel Dna, creatività e capacità di innovativa, sta già reagendo ma i risultati li vedremo solo tra qualche anno.

 

 

 

 

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