Lo stile italiano per una cappella in Gabon | Architetto.info

Lo stile italiano per una cappella in Gabon

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Un’esperienza di vita prima che un’esperienza di architettura”: con queste parole l’Arch. Diego Quadrelli, dello studio italiano FATmaison, descrive la realizzazione “eccezionale” di un progetto in Gabon, nella capitale Libreville. Realizzata in circa un mese di tempo, per un costo di 245 mila euro, “Revival Sunset” è una cappella privata costruita per ospitare la tomba di madame Chambrier, moglie dell’ex-primo ministro del Paese equatoriale. Un progetto che è stato, su più livelli, una sfida per lo studio, non soltanto in merito alle scelte più tecniche, ma anche rispetto a risvolti più ‘filosofici’ e simbolici. Un percorso professionale ‘d’eccezione’, che Architetto.info può raccontarvi in esclusiva tramite le parole del suo protagonista.

Architetto Quadrelli, può raccontarci la genesi del progetto? Come entrato in contatto con il committente e da quali episodi si origina il coinvolgimento di FATmaison?

Tutto si può dire di questa esperienza di architettura tranne che ha delle basi e degli sviluppi ordinari. È stata una possibilità unica per una realtà giovane come la nostra, un’occasione per alzare la testa e far capire cosa siamo in grado di fare.

Siamo stati contattati dalla famiglia del Dott. Chambrier per progettare una tomba per la moglie. Per comodità abbiamo mandato i primi bozzetti via mail, alla risposta entusiasta si è aggiunta la richiesta di creare delle sedute per pregare. Spediamo gli aggiornamenti, sempre via mail, e all’ennesima risposta positiva segue una nota particolare: “… intendevamo dire che le persone da far accomodare devono essere circa 150 …”. Può immaginare la nostra reazione di stupore con conseguente prenotazione aerea sul primo volo per Libreville. Come dicevo, non vi è nulla di ordinario! Il progetto ha quindi cambiato direzione, divenendo una cappella privata di 200 mq, frutto di un’intensa discussione con il cliente, fatta all’ombra della veranda della sua villa affacciante sul terreno futuro oggetto di cantiere. Il rapporto tra la famiglia Chambrier e FATmaison è nato qualche anno prima, attraverso amicizie in comune e coincidenze del destino.

Come ricorda la sua prima volta in Gabon? E qual è stato il paesaggio urbano che, da architetto, le si è manifestato davanti agli occhi?

La prima esperienza in Gabon l’abbiamo fatta nel 2009. A circa un mese di distanza dal mio matrimonio dovevamo scegliere se partire per il viaggio di nozze o assecondare una richiesta di volontariato di architettura nella diocesi di Oyem. Ha vinto la voglia di sperimentare. Con mia moglie abbiamo trascorso 15 giorni tra foreste, trasferimenti in jeep, incontri e progettazione nel mezzo dell’Africa Sub Sahariana. Siamo atterrati a Libreville di notte, il trasferimento all’hotel è stato il primo respiro in una città estremamente europea nelle elevazioni, fatta di palazzi ministeriali, uffici e residenze private inserite però in una pianta africana, disordinata e fitta di strade, dal sapore diverso. Superato però questo primo strato urbano che collega l’aeroporto alle principali opere cittadine, si trova quello che compone l’immaginario comune di noi tutti: interi quartieri di abitazioni e negozi fatti di lamiera e legno. Guardare Libreville da lontano, vuol dire guardare un orizzonte di colori, suoni e gran disordine, il tutto inserito in una foresta fittissima che inonda ogni spazio libero. Le persone in strada sono però l’architettura locale più significante e permanente, sono loro che compongono il vero tessuto urbano moderno.

Nella concezione del luogo di riposo del defunto, ci sono differenze culturali, filosofiche o religiose che hanno rappresentato una forma di sfida per il progetto da elaborare?

I gabonesi hanno una fortissima ideologia cattolica che accompagna gran parte della loro vita. Gli edifici ecclesiastici sono ricchi di simbolismi, molto spesso mescolati con la cultura locale delle tribù. Basti pensare che il mausoleo dell’ex Presidente è un edificio composto dall’intreccio di due colombe bianche di sei metri. Nel nostro caso, la vera sfida era dettata dalla necessità di costruire la cappella attorno alla tomba già presente in loco, senza la possibilità di spostare il defunto, in quanto una volta tumulato, lo stesso non può più essere toccato. Consci di ciò abbiamo quindi optato per sviluppare il progetto assieme al Vescovo J.V. Ondo. Pensi che il loro rapporto con il cattolicesimo è talmente forte che le messe domenicali durano mediamente sei ore e vengono vissute come delle feste di quartiere che coinvolgono l’intera comunità. La cappella doveva quindi essere un luogo per pregare ma anche per riunirsi e ritrovarsi.

In che modo la scelta cromatica e dei materiali adottati per il progetto ha risentito della sua specifica natura e collocazione?

Il cliente ha espressamente richiesto che la cappella venisse progettata come un oggetto europeo che si collocasse e fosse in grado di dialogare con l’ambiente africano. Il primo paletto che ci siamo posti è stato il rigore: in un ambiente caotico, disordinato e fortemente legato alla casualità ci è sembrato doveroso dettare una regola fatta di ordine e precisione. Tutto questo viene espresso attraverso materiali puri e dai colori sobri, fortemente legati al mondo naturale: vetro, cor-ten, marmo, ghiaia, legno, azzurro, marrone e bianco. Il secondo paletto è invece stata l’emozionalità: volevamo lavorare con materiali e colori di alto livello qualitativo, che trasmettessero un senso di nobiltà, tecnica e inventiva tipici della tradizione italiana.

Quali sono state le ragioni che hanno determinato la pre-fabbricazione della cappella in Italia? Quali i vantaggi maggiori e i rischi che avete corso?

La pre-fabbricazione è stata prima di tutto una necessità: siamo abituati a gestire ogni aspetto del progetto e della realizzazione, la sola idea di non poter verificare l’edificazione in ogni sua parte di un prodotto così particolare non ci soddisfaceva. Concordemente con il cliente e grazie alla forte cooperazione con la ditta SEA Montaggi, abbiamo deciso di sperimentare un modo diverso di fare architettura. Vedere crescere questo edificio all’interno di un capannone in Italia è stata una sensazione strana, era come assistere all’anteprima di un film le cui riprese venivano fatte in tempo reale. Di sicuro questo è stato il vero vantaggio, ci ha permesso di gestire e modificare dettagli e aspetti logistici di montaggio. L’unico svantaggio è stato scoprire a Libreville che uno dei due container aveva un taglio di sei metri sul lato che ha comportato la rottura di un solo vetro.

Tra le sue esperienze professionali, si è occupato anche di architettura e relazione psicologica. Questo background ha in qualche modo influenzato la progettazione di un luogo di culto come la Chapel, per giunta in un territorio così sensibile?

Inconsciamente si. La cappella è un luogo ove sussiste un dialogo personale tra fedeli e defunto. Il nostro obiettivo era creare uno spazio che isolasse il singolo e accogliesse la massa, un luogo di ampio respiro che portasse il paesaggio all’interno e lasciasse filtrare solo gli elementi importanti. Se è pur vero che ognuno di noi osserva con la sua testa, è altrettanto vero che vi sono delle situazioni che generano percezioni comuni e condivisibili. Un edificio di culto non deve essere un libro bianco ove scrivere ciò che si vuole, ma un racconto semplice e intuitivo, alla portata di tutti.

Un’esperienza di vita prima che un’esperienza di architettura”: non è comune, in una professione sempre più “frustrata” dalla quotidianità, trovarsi a usare parole di questa natura per descrivere la realizzazione di un progetto. Arch. Quadrelli, che cosa Le rimarrà maggiormente di questa esperienza? C’è un particolare dettaglio o aneddoto che vorrebbe raccontare?

Siamo talmente giovani che per noi l’architettura è ancora un’esperienza. Nello specifico questa architettura è prima di tutto una storia, fatta di persone, materiali, viaggi, incontri e poi, solo in un secondo momento, un edificio. Questo progetto ci ha lasciato addosso un sapore di novità. E le dirò: non ci è dispiaciuto affatto! Come può immaginare, di aneddotica legata a questo viaggio c’e ne è a sufficienza per poter riempire un libro. Un evento in particolare mi ha però lasciato impressionato: l’incredibile fiducia che il cliente e la sua famiglia hanno riposto in noi. Infatti, durante l’inaugurazione della Cappella, alla presenza di settecento persone, ci hanno confessato di aver capito il progetto solo una volta che è stato completamente realizzato…

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