Luigi Caccia Dominioni, una storia ancora da scrivere | Architetto.info

Luigi Caccia Dominioni, una storia ancora da scrivere

Raffinato e rigoroso architetto e designer, Luigi Caccia Dominioni era fra gli ultimi testimoni viventi del professionismo colto milanese del secondo dopoguerra. Eppure, rispetto a nomi egualmente validi, la sua storiografia è ancora limitata

Casa Caccia Dominioni in Piazza Sant'Ambrogio (1947-49) © Arnout Fonck
Casa Caccia Dominioni in Piazza Sant'Ambrogio (1947-49) © Arnout Fonck
image_pdf

Le fotografie del servizio su Luigi Caccia Dominioni sono fornite per gentile concessione dell’architetto Arnout Fonck – Studio Felix & Partners

Luigi Caccia Dominioni si è spento a Milano appena prima di compiere 103 anni, ragguardevole traguardo in cui, nel mondo dell’architettura, è stato superato solo da Oscar Niemeyer.
Nato a Milano nel 1913, appartenente a un’aristocratica famiglia di origine novarese, al capoluogo lombardo lega una formazione e una lunga attività professionale in cui si riflettono l’Italia del secondo dopoguerra, che è riuscita a raggiungere ineguagliati traguardi nell’avanzamento dell’ingegneria e delle costruzioni, nell’architettura e nel design, e i cambiamenti di Milano, i dibattiti architettonici e gli attori dell’intera generazione di progettisti attivi nella ricostruzione e nella costruzione della città dopo la guerra, da Gio Ponti ad Asnago e Vender, da Ignazio Gardella a Vico Magistretti, da Figini e Pollini ai fratelli Castiglioni arrivando ai BBPR.

Caccia Dominioni si laurea in Architettura nel 1936 al Politecnico di Milano, dove è allievo di Piero Portaluppi, e inizia da subito un’attività che lo porta a disegnare oggetti e allestire mostre alla Triennale che legano il suo nome a quello di Livio e Piergiacomo Castiglioni, con i quali collabora fino al 1942.

luigi caccia dominioni_copy Agostino Osio

© Agostino Osio

La fine della seconda guerra mondiale, e i duri ma molto fecondi anni di una ricostruzione seguita da una crescita economica finora rimasta senza pari, segnano l’inizio dei decenni più prolifici dell’attività di un progettista che ha sempre preferito un lavoro svolto in autonomia. La sua architettura affronta in modo indipendente l’entrata in crisi del razionalismo offrendo un’alternativa agli esempi di revivalismo postbellico che stavano nascendo a Milano e soprattutto a Torino, dove la Bottega d’Erasmo di Roberto Gabetti e Amaro Isola diventa l’emblema di un neoliberty coniato sulle pagine di “Casabella continutà” amplificate da Reyner Banham sul ”The Architectural Review”.

Caccia Dominioni è autore di edifici i cui comuni denominatori sono l’alta qualità che informa tutte le parti del processo progettuale e la consapevolezza dell’importanza del contesto, unite alla funzionalistica convinzione che l’architettura debba essere prima di tutto la migliore risposta a un’esigenza. Le tipologie spaziano dalle abitazioni alle architetture per la produzione (uffici e stabilimenti produttivi) a cui, a partire dalla fine degli anni sessanta, si affiancano sempre più numerose commesse provenienti dal mondo ecclesiastico per chiese e conventi. La tematica dell’abitazione borghese, forse più analizzata da una storiografia ancora incompleta, è spesso al centro di un’elaborazione progettuale che ha prodotto eleganti realizzazioni in cui massima è la cura del dettaglio, attenta è la selezione di materiali, raffinate sono le finiture e profondo è lo studio della composizione di spazi interni a definizione di planimetrie che l’hanno portato ad autodefinirsi “un piantista… che trova l’urbanistica ovunque”.

Clicca la gallery per vedere le opere più significative di Luigi Caccia Dominioni

Le opere milanesi più riuscite, che sono oggi la guida di uno specifico itinerario architettonico offerto dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano e furono salutate dai contemporanei come segnatrici del passaggio di Milano verso la modernità, comprendono l’intervento sulla casa di famiglia in piazza Sant’Ambrogio (1947-49), l’edificio per abitazioni e negozi in corso Italia (1957-62), le abitazioni in Santa Maria alla Porta (1958-61) e l’intervento di corso Monforte (1963-66).

Casa Caccia Dominioni in Piazza Sant’Ambrogio (1947-49) © Arnout Fonck

Ambito di azione e confronto per un professionismo colto e una professione a tutto tondo vissuta in una dimensione “di bottega”, di cui Caccia Dominioni era forse l’ultimo dei testimoni, il design, la progettazione di oggetti ed arredi e la loro produzione industriale ha sempre attirato il suo interesse di un progettista che vi si dedica fin dall’anteguerra: dopo le esperienze che hanno portato il radioricevitore Phonola, sviluppato nel 1939 con i fratelli Castiglioni, nel 1949 fonda con Ignazio Gardella e Vico Magistretti la ditta Azucena, nella cui esperienza unisce il suo essere progettista al ruolo di imprenditore e produttore di pezzi di arredamento semiartigianali nelle cui lavorazioni sono impegnate maestranze locali di alto livello. Tra le realizzazioni, l’ormai classica poltrona Catilina (1958), il divano Nonario (1963) e un’ampia serie di divani, sedie, poltrone, scrivanie e lampade tutt’oggi in produzione.

La fortuna critica di Luigi Caccia Dominioni, che nel 2015 è stato insignito anche con la Medaglia d’Oro alla carriera dalla Triennale di Milano, ci restituisce un’attenzione proveniente da una pubblicistica di settore che negli anni gli si rivolge in modo puntuale parlandone prevalentemente attraverso le sue opere, a partire dallo “Stile di Caccia” firmato da Gio Ponti su “Stile” nel 1941. Escludendo l’unico lavoro monografico finora pubblicato, curato da Fulvio Irace e Paola Marini per Marsilio in occasione della mostra organizzata nel 2002-2003 al Museo di Castelvecchio, la storia è una storia ancora tutta da scrivere.

Leggi anche: Addio a Giancarlo Iliprandi, maestro del design grafico italiano

Copyright © - Riproduzione riservata
L'autore
Luigi Caccia Dominioni, una storia ancora da scrivere Architetto.info