Mario Botta: 'Spero di lavorare ancora qualche decennio' | Architetto.info

Mario Botta: ‘Spero di lavorare ancora qualche decennio’

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Dopo Franco Purini, Lodovico Belgiojoso, Luciano Semerani, Aimaro Isola e Pietro Derossi, nell’ambito dell’ultimo dei sei appuntamenti dal titolo “Scritture disegnate in biblioteca” – mostre curate da Gianni Contessi, docente di Storia dell’arte presso l’Università degli studi di Torino -, è toccato al “superMario ticinese” allestire alcuni dei propri schizzi progettuali nella biblioteca Arturo Graf al Palazzo del Rettorato, visitabile fino al 16 maggio. Proprio da qui parte la nostra conversazione a margine di una tavola rotonda svoltasi al Circolo della stampa lunedì 24 marzo.

In genere, gli schizzi di architettura che si pubblicano vengono realizzati dal progettista a valle della costruzione dell’opera.

Infatti, i disegni presentati in mostra stanno fuori dal contesto creativo; ovvero sono eseguiti a posteriori. Tuttavia, io sono un architetto vecchia maniera e, non sapendo utilizzare il computer, sono legato alla matita e disegno molto anche durante il processo creativo.

Però questi altri non ce li fate mai vedere…

No, perché hanno una grande differenza. Quelli realizzati in itinere, dove la matita è il prolungamento della mano che è il prolungamento del pensiero, lasciano una speranza progettuale. Mentre i disegni finali, stampati dal plotter sono per me intangibili, conclusi, finali (sebbene magari io possa non condividerli).

Qui a Torino ho portato i disegni realizzati per una galleria d’arte di Berna, ripensando a posteriori sia a vasi di ceramica che avevo realizzato, sia a mie opere costruite, rivisitate – attraverso la memoria – in pianta, sezione e veduta prospettica. Qui il disegno è usato come strumento di rappresentazione, mentre in genere l’architetto vi fa ricorso in quanto indagine di conoscenza. I disegni preliminari sono infatti sempre diversi dalla realizzazione.

A proposito di memoria, Lei non torna mai sui “luoghi del delitto” per rivedere, magari a distanza di tempo, come stanno le sue architetture?

Talvolta ci torno, ma serbo una sorta di pigrizia a vedere le cose fatte. Mentre invece la libido quasi sensoriale legata all’atto creativo sta proprio nel momento del fare. In seguito, la cosa fatta non si può far altro che accettarla, perché diventa parte della collettività e non proprietà dell’architetto.

Quindi non prova fastidio a vedere i vasi di fiori sulle finestre?

Assolutamente no. La collettività può fruire dell’opera come meglio crede; e in un certo senso è anche giusto che l’idea originaria dell’architetto venga tradita. Così come l’interpretazione di un’opera d’arte può legittimamente essere molto difforme rispetto all’istanza che ne aveva motivato la realizzazione. L’opera d’arte si presta a durare nel tempo e ad assumere significati diversi; anche la società civile fruisce di edifici che originariamente erano stati concepiti per destinazioni differenti.

Da quante persone è composto il suo studio?

25, che lavorano tutte al computer.

Come fa a controllare il lavoro di tutti, in modo che lo possa ancora ritenere Sua emanazione?

Escluse le mansioni segretariali e amministrative, e coloro che realizzano i modelli, si resta in 20, che è il limite massimo per mantenere il controllo. Grazie anche a un processo di lavoro molto arcaico: mi sposto da mattina a sera su 20 diversi tavoli di lavoro a correggere in continuazione. Ciò mi permette di far sì che non esca dal mio studio nessun disegno che io non abbia per lo meno rapidamente guardato.

Quindi non potrà mai andare in pensione?

Esatto. E poi c’è un paradosso: più collaboratori ho e più sono costretto a lavorare. Quindi sono condannato a non far vacanze; non capisco come facciano i colleghi che se le concedono. Così, si forma anche una vera e propria concezione del mondo, se vuole un po’ monomaniacale. D’altronde non so fare altro e dunque spero di continuare ancora qualche decennio. Certo, il mio approccio è molto diverso rispetto a quello dei miei tre figli che collaborano nello studio.

In genere, l’intesa tra padri e figli è difficile nello stesso ambito di lavoro.

Loro sono molto più bravi di me, pur avendo un atteggiamento di grande umiltà nel volermi aiutare. E, in merito al processo creativo, capita anche che mi correggano. Quindi, per me questo lavoro continua a essere un grande insegnamento, in quanto non si finisce mai d’imparare. 

L’autore


Luca Gibello

Si laurea presso la Facoltà di Architettura di Torino nel 1996 e consegue nel 2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Luca Gibello svolge attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia ed è stato docente presso il Politecnico di Torino di Storia dell’architettura contemporanea e Storia della critica e della letteratura architettonica. Dal 2004 è caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”, mentre da settembre è titolare del corso di Architettura dei rifugi alpini presso la facoltà di Ingegneria edile – Architettura dell’Università di Trento. Autore e co-autore di libri e saggi, ha svolto il coordinamento scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (a cura di Carlo Olmo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003). Nel 2011 pubblica il libro Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, primo studio sistematico sul tema e dal 2012 è presidente della neocostituita associazione Cantieri d’alta quota.

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