Mario Cucinella e la sostenibilità: troppa teoria, servono dati concreti | Architetto.info

Mario Cucinella e la sostenibilità: troppa teoria, servono dati concreti

Conversazione con Mario Cucinella, tra modelli urbani, design Ikea, i rammendi urbani di Renzo Piano e il vero valore della cultura

Mario Cucinella (foto di Luca Maria Castelli)
Mario Cucinella (foto di Luca Maria Castelli)
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La struttura realizzata dell’asilo di Guastalla (Reggio Emilia) ha confermato le attese generatesi al tempo del disvelamento dei render: questo nido d’infanzia nato nel cuore dell’Emilia colpita dal sisma del 2012 è a conti fatti davvero uno dei progetti più innovativi realizzati in Italia negli ultimi mesi. Un progetto che, lontano dai proclami ad effetto, ha rivelato un modo di pensare ‘realmente’ sostenibile, attuabile nella concretezza della vita quotidiana. Proprio nel momento in cui i decreti governativi vorrebbero spianare la strada a un nuovo modo di progettare il disastrosamente vetusto parco edilizio scolastico italiano. Dietro l’ideazione del nido di Guastalla c’è uno tra gli architetti più rappresentativi della sua generazione e al contempo tra i più pionieristici, già in tempi non sospetti attento a una progettazione che tenesse concretamente conto dell’elemento ambientale. Del contesto di inserimento. Dell’elemento umano: Mario Cucinella. Ecco il resoconto della nostra conversazione, tra Africa e Italia, sfide sociali e conflitti a natura politica, inedite densità abitative e Ikea.

Da sempre, è particolarmente interessato ai temi della progettazione sostenibile. Per contro, la sua attività, anche divulgativa, sul tema non è mai approdata a una riflessione teorica testuale. Ad oggi è ancora importante la dimensione teorica per la definizione di una nuova etica futura della bellezza?
Il tema di teorizzare un processo, specie sulla sostenibilità, è difficile, perché non esiste un modo per definirla in maniera classica. La sostenibilità è un modo di pensare, di vedere, di avere empatia nei confronti dei luoghi. Sono restio alle definizioni universali, perché le abbiamo già viste e hanno dato risultati drammatici. Credo sia importante legare la letteratura a risultati concreti, perché la sostenibilità non è una cosa di cui bisogna solo parlare, ma è qualcosa che ha a che fare con risultati veri sul territorio, sull’efficienza, sui comfort. Passerei più da una fase teorica, anche necessaria, al focalizzarne meglio i problemi e i temi. Darei poi, invece, spazio narrativo alle molte e diverse esperienze che sono la ricchezza di ciò che dovrebbe essere questa definizione, dato che vi sono temi legati all’efficienza energetica degli edifici, all’impatto sociale che hanno i piani urbanistici, al paesaggio. È molto importante quindi dare l’idea che la sostenibilità non sia una semplificazione, anche se a volte si è tentati. Sono molto pragmatico su questo tema perché negli ultimi trent’anni è stata edita tanta letteratura in cui tutto e tutti hanno dato indicazioni. Vero è che l’interesse della letteratura sta nel fatto che è costituita da tante facce, con ognuno che cerca di dire, di scoprire la sua definizione, e ho l’impressione che non sia così interessante.

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Nuova sede dell’Agenzia Regionale per la Prevenzione e l’Ambiente di Ferrara (concorso 2006, ©MCA Archive)

Nuova sede dell’Agenzia Regionale per la Prevenzione e l’Ambiente di Ferrara (concorso 2006, ©MCA Archive)

Guardando l’impronta ecologica dell’Italia, con allarme ci accorgiamo che per mantenere gli attuali standard di vita è necessario uno stato 9 volte più grande di quello attuale. In una recente conferenza, lei guardava al Sud del mondo quale modello per uno sviluppo sostenibile. Potrà arrivare da quell’emisfero una lezione utile a una trasformazione radicale? Se si, quale?
Una trasformazione radicale sarà molto difficile. Quello che impariamo dai paesi del Sud, che chiamiamo ancora “in via di sviluppo”, è che loro potrebbero avere l’opportunità d’immaginare uno sviluppo diverso da quello che abbiamo avuto nel dopoguerra, squisitamente industriale e di profitto, era che è cambiata anche in Europa dove abbiamo una grande inerzia verso un cambiamento difficile ma inesorabile. Dai paesi del Sud impariamo che esistono anche un’economia diversa e un modo diverso, per esempio, di utilizzare e riusare le materie. Nelle micro-economie non si butta via niente, mentre le macro-economie sono basate su un consumo che diventa una delle ragioni del loro fallimento: l’economia gira quando si consuma e si butta via. Abbiamo molto da imparare da culture simili a quelle, sobrie, della tradizione agricola italiana, nelle quali c’erano valori molto importanti rispetto alla natura e alle famiglie e non si buttava via niente. Noi stiamo quindi soffrendo per un modello che era un sogno, ma è costato carissimo. Credo che da quelle “parti” possa arrivare anche la visione di uno sviluppo assolutamente necessario perché non ci sono altre strade: se l’Africa dovesse crescere 9 volte come l’Italia, si mangerebbe tutto il pianeta. C’è un equilibrio da trovare, e forse è anche una delle ragioni se gli equilibri attuali vengono mantenuti così… Gli indirizzi europei, le attenzioni ai temi delle nuove economie dal basso sono visioni che tuttavia stanno venendo alla luce dentro una struttura sociale con un’eredità e un passato molto difficili da sostenere.

Schema nuova sede dell’Autorité de Régulation de la Poste et des Télécommunications (Arpt, concorso 2013, ©MIR)

Schema nuova sede dell’Autorité de Régulation de la Poste et des Télécommunications (Arpt, concorso 2013, ©MIR)

L’Italia, nota internazionalmente quale patria del design d’autore, è protagonista del dilagare del fenomeno Ikea, al punto da esserne uno dei migliori clienti mondiali. Persa la sfida di natura democratica, può il design dello spazio pubblico essere l’ultima grande chance di riscatto nostrana?
Sicuramente sì. Il problema vero è che l’Italia ha avuto nel campo del design una politica esclusiva e di alta gamma, mentre i paesi europei e del nord Europa hanno fatto una politica quasi contraria, del design di alta qualità accessibile a tutti: il successo di Ikea è tutto qui. Il fatto che l’Italia sia uno dei paesi che frequentano maggiormente l’Ikea è un segnale interessante, perché vuol dire che c’è una società che apprezza molto la qualità del design. Lo apprezza, quindi compra cose di design, innovative, nuove e non è solo legata all’immagine del design di vecchia tradizione. La differenza è che, se negli anni ottanta e novanta potevamo permetterci mobili laccati che costavano milioni di lire, oggi l’Ikea interpreta una società che ha altre risorse e un’altra organizzazione familiare. È un argomento molto interessante perché apre a una forma di democratizzazione della scelta della propria casa che ha un valore sociale enorme. Noi abbiamo una tradizione in cui in città c’erano i mobilieri e i mobilifici e si andava a comprare quello che loro vendevano. Da Ikea scegli le cose, decidendo se vuoi la cucina della nonna o il salotto moderno e questa possibilità di essere l’attore nella tua casa è un fenomeno molto importante. Noi abbiamo però anche altre chanche, altri segmenti. Lo spazio pubblico, che in Italia ha una tradizione secolare, ha bisogno di essere ripreso in mano, perché non siamo poi più riusciti a esprimere la qualità e la bellezza dello spazio delle città storiche in periferia. Di spazio ce n’è ancora molto, e di grandissimo interesse.

Lei, insieme a Maurizio Milan e Massimo Alvisi, è stato uno dei tutor di G124, il progetto promosso da Renzo Piano per il recupero delle periferie di tre città italiane. Quanta importanza date al dibattito urbano per tessere nuovi collegamenti fra le trame della città esistente, con i vostri interventi?
Va detto che l’esperienza di G124 non aveva né l’ambizione né l’arroganza di pianificare o ripensare la città periferica, che era un argomento che andava al di fuori della fucina del tavolo. Si partiva, invece, dal presupposto che la pianificazione, condotta per anni attraverso strumenti urbanistici figli di un’idea del secolo scorso, ha dato risultati insoddisfacenti e che forse è stata uno dei più grandi fallimenti nella cultura della città. Le città che guardiamo le hanno fatte i cittadini non un pianificatore. Non avevamo l’ambizione di riproporre l’ennesimo e sconfinato modello nuovo, ma abbiamo preferito prenderci cura della nostra città e vedere quello che c’era da fare. Non c’è più da crescere e da progettare chissà quali città future, ma c’è da fare molto lavoro su quello è stato fatto, anche attraverso una lettura più minuta. Questo era il tema del rammendo: andare a vedere le trame, i collegamenti e promuovere un’urbanistica fatta insieme agli altri. Una politica di ascolto, che cerca di risolvere problemi molto semplici, quotidiani e ha avuto un enorme successo, anche perché era la prima volta che qualcuno decideva di ascoltare quali fossero i problemi. Non imporre, ma ascoltare, perché la progettazione è uno strumento di responsabilità. È attraverso il progetto che si interpretano i bisogni veri, anche quelli quotidiani. Da un certo punto di vista intellettuale era una cosa di grande semplicità, ma, a forza di fare le cose complicate, si è persa la capacità, tutta italiana, di dialogare, capire e usare il design e l’architettura come strumenti d’interesse comune. L’architettura è un bene comune e bisogna condividerlo, no?

Il nido d’infanzia a Guastalla (RE, gara appalto integrato 2014): render interno (Cristian Chierici)

Il nido d’infanzia a Guastalla (RE, gara appalto integrato 2014): render interno (Cristian Chierici)

Schema funzionale del Nido (©MCA Archive)

Schema funzionale del Nido (©MCA Archive)

Vista notturna del Nido

Vista notturna del Nido

Lei sostiene una necessaria revisione dell’impostazione dell’urbanizzazione, citando, ad esempio, il caso di San Paolo in Brasile. Verso quale modello propende, ad alta o bassa densità? Per quali motivi?
Un modello unico è difficile, perché il Brasile è un paese che ha una crescita demografica e una popolazione più del triplo rispetto alla nostra. San Paolo è un caso interessante, perché sono nati fenomeni di co-progettazione nei quartieri per riappropriarsi dello spazio pubblico. In una megalopoli come quella, tali atti sono un antidoto a una progettazione/pianificazione globale della città. Quindi, dentro questo grande magma urbano, emergono tutti questi fenomeni locali. Le risposte sono poi diverse, perché ci sono paesi che ancora crescono, con un’enorme domanda abitativa. Noi avremmo bisogno, più che di un processo di espansione, di un processo d’implosione, cioè di stare dentro i confini. La densità è quindi molto importante, perché la storia delle nostre città è una storia di città dense, con centri storici molto densi. E, in tali contesti, assume un certo valore di sostenibilità, perché le cose sono connesse, vicine. Quindi, nella nostra città contemporanea, l’idea di densità non necessariamente passa attraverso il costruire quello che è vuoto, ma inserire dentro alla città funzioni nuove o mancanti, anche nello spazio pubblico. Stavamo parlando della differenza fra paesi in cui c’è una domanda demografica e bisogni abitativi diversi; noi non abbiamo più quel problema, ma dobbiamo agire per densificare le nostre parti di città. Questo è, perciò, un tema di prossimità, di vicinanza, che è in rapporto con la tesi della sostenibilità, per via della riduzione delle distanze dei trasporti, della prossimità degli eventi urbani, che aiutano le persone a stare prossime. Quindi, sicuramente l’ipotesi più interessante è quella di disegnare la città possibile che dobbiamo costruire, un’idea che nasce dal fare una riga intorno alle aree della città e costruire lì dentro per completarle con funzioni anche di natura abitativa. C’è, però, il tema di una società che chiede un nuovo modo di ragionare, oltre a quelli che possono anch’essere propri delle aree di completamento, quali attività di natura culturale, sportive ecc. La città contemporanea ha anche una grande opportunità per fare cose che altrove non si possono fare. Quindi, secondo me, dobbiamo solo avere questa attitudine, che chiamo empatia, verso il territorio delle città. Molto spesso si parla sempre e solo di “hardware”, di quello che si costruisce, e non si parla di quelle che sono le relazioni, le economie, i desideri. Bisogna far sì che l’idea del “prendiamoci lo spazio della città” sia il desiderio delle persone, e questi concetti sono poco considerati. Spesso mi rifaccio a una frase dell’ex sindaco di Nantes, in Francia, che dopo trent’anni di esperienza politica ha capito che “la città si fa con gli altri”, e questa frase è molto importante, perché aiuta a capire che quello che dobbiamo fare dentro alla città lo dobbiamo fare insieme. Il risultato più interessante dell’esperienza che abbiamo avuto in G124 è il lavoro fatto insieme agli altri, di discussione di desideri e problemi, e poi è l’architettura a dare una risposta che ha un senso.

Parlando della Kwame Nkrumah Presidential Library ad Accra, in Ghana, lei ricordava il valore assoluto della cultura per ripensare a un paese migliore. È ambiguo notare proprio come, per contro, il recente conflitto nella striscia di Gaza non abbia risparmiato il centro d’infanzia a Um El Nasser, da lei co-progettato. Perché la cultura fa così paura e qual è la sua reale implicazione?
La cultura fa paura perché rende consapevoli, e il pensiero che si possa dire “questo non mi piace” fa paura a chi governa in maniera autoritaria. Kwame Nkrumah è importante perché dopo secoli di colonizzazione inglese prese in mano il paese e lo volle ricostruire facendo due scelte fondamentali: la scuola, per la crescita culturale senza la quale non c’è innovazione e politica di visione, e l’autonomia energetica, senza cui le politiche nazionali e internazionali sono difficili. C’era un uomo che pensava che l’indipendenza e la crescita passassero anche dall’indipendenza e dalla crescita culturale. La cultura, aumentando conoscenza, i livelli qualitativi delle persone, ricerca e competitività, è il grande motore delle democrazie mentre nelle dittature crescono solo le lobbies che detengono il potere. Quando c’è una guerra, si distruggono i simboli che fanno più paura. Dove si insegna, si costruisce un pensiero critico e o luoghi in cui le persone s’incontrano sono luoghi di civiltà. Anche se quella di Gaza è una vicenda più complicata, quanto è successo è un atto di violenza estrema e un atto politico molto forte, anche se non c’era nessun bisogno di demolire una scuola.

Kwame Nkrumah Presidential Library - render (fonte: MCA Archive)

Kwame Nkrumah Presidential Library – render (fonte: MCA Archive)

Schema

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In chiusura, uno sguardo alle sfide dei prossimi anni. In che modo la nostra società riuscirà a interpretare il concetto della sostenibilità come unica opzione per continuare a crescere?
Non esistono altre alternative. Ormai anche il framework europeo su quale sarà l’economia dei prossimi anni è orientato sui temi della sostenibilità, sulla riduzione dei consumi energetici, per una ragione anche economica, al fine di spostare alcune risorse in altri campi. Se si risparmia il 20% di tutto il consumo energetico si ha in mano una leva economica enorme per fare cultura, poiché l’Europa punta su quello, no? In sostanza, l’obiettivo è trasformare il consumo inefficiente in efficiente, per investire le risorse in altri settori, come l’innovazione e la qualità della vita. La strada è molto segnata e tutti i bandi di affidamento di risorse europee vanno in quella direzione: più consapevolezza verso i territori, più attenzione alle culture territoriali, ai temi idrogeologici e alla salvaguardia del nostro ecosistema. Dentro la definizione di ecosistema non c’è soltanto la natura, ma tutto il rapporto tra il mondo costruito e i consumi di energia, e bisogna ritrovare questo equilibrio, che può dare enormi benefici. Quindi nascerà, a seguito di un periodo transitorio in cui stiamo lasciando dietro di noi un’economia industriale, un’economia verso la natura, che darà enormi benefici a tutti.

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