Maurizio Milan e Renzo Piano, una collaborazione che dura da oltre trent'anni | Architetto.info

Maurizio Milan e Renzo Piano, una collaborazione che dura da oltre trent’anni

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Renzo Piano Building Workshop – Pezzo per pezzo”, la mostra in corso a Padova, sta portando all’attenzione dei non addetti ai lavori gli esiti di un lavoro di progettazione pluridecennale, che ha portato Renzo Piano a diventare, oltre che Senatore della Repubblica, un emblema della italianità nel mondo: così lo giudica Raphael Moneo. Alle spalle di Piano si trova però un lavoro di équipe che coinvolge altri architetti, designer, modellisti, disegnatori, ingegneri: tutti attorno a un tavolo rotondo, immersi nella discussione. Ne abbiamo parlato con Maurizio Milan, ingegnere veneziano che da trent’anni collabora con l’architetto. Nel suo portafoglio troviamo più di 1.000 progetti, tra cui, per ricordarne alcuni dei più recenti, il restauro della Basilica Palladiana a Vicenza (2006-2012, progetto di Paolo Marconi, Eugenio Vassallo e altri), il nuovo quartiere Santa Giulia, Milano (con Norman Foster & partners), le collaborazioni con Michele De Lucchi per il Padiglione Zero per Expo2015 e con Rem Koolhaas per la Fondazione Prada a Milano; esempi di progettazione sanitaria come il nuovo ospedale di Monselice (Padova), di Aymeric Zublena, oltre che numerosi altri nomi di spicco dell’architettura mondiale (Von Gerkan, Marg und Partner, Arata Isozaki, Herzog & De Meuron, Matteo Thun, Bolles+Wilson, Mario Cucinella, Parisotto e Formenton). Milan, ingegnere, specializzato in progettazione strutturale, è un esempio di quella creatività italiana, esportata e riconosciuta in tutto il mondo, che trova “Soluzioni semplici ai problemi complessi” (è il suo motto), in questo caso veneziana, applicata al mondo dell’ingegneria.

La sua collaborazione con Renzo Piano è nata all’insegna dell’interconnessione tra pragmatismo ingegneristico e creatività artistica.

Potremmo dire di si. Risale alla realizzazione dell’impianto scenico per l’opera “Prometeo. Tragedia dell’ascolto” di Luigi Nono. Si era nel 1983, l’attività professionale era iniziata da poco con Sandro Favero (nello studio Favero&Milan, nel 1982); Renzo Piano cercava un ingegnere a Venezia, gli sono stato presentato ed è cominciata così, in maniera molto semplice. In quell’occasione si sono amalgamati architettura, musica, ma anche arte: Luigi Nono era il compositore, Claudio Abbado il direttore d’orchestra, Massimo Cacciari ha curato la stesura del testo ed Emilio Vedova ha realizzato le scenografie. Realizzare la struttura è stato molto divertente: non c’erano attrezzature di cantiere, eravamo all’interno di una chiesa. Bisognava fare tutto con le mani, e con qualche paranco per sollevare gli elementi.

Come si lavora con Piano?

Attorno ad un tavolo rotondo! Non c’è un capo, sono tutti uguali. Con Piano è facile lavorare, sa quello che c’è da fare, conosce le materia. Ma appunto per questo sbagliare un dettaglio può essere pericoloso. Piano filtra ciò che è buono da ciò che non lo è. A volte è meglio prendersi del tempo per rispondere in maniera adeguata, piuttosto che parlare troppo in fretta. Ed ha un istinto naturale nell’individuare la potenzialità e il senso dei luoghi: una visita, l’assorbimento del luogo, uno schizzo, un modello, le verifiche e le modifiche.

La scala dei lavori ai quali lavorate generalmente è molto grande: musei, quartieri urbani, ma in alcuni casi è più contenuta (Auditorium de L’Aquila) per non dire minuscola. Penso ad alcuni lavori recenti, alla scala micro: il generatore eolico, lo Spazio Emilio Vedova a Venezia, l’unità abitativa Diogene.

Si, ma questo non significa che cambi l’intensità della riflessione dedicata al progetto. Mi trovo sempre di fronte alla ricerca della mia risposta preferita: Soluzioni semplici a problemi complessi. Nel caso del generatore la scommessa era di arrivare ad ottenere in generatore eolico che impatta poco e che generi energia anche con brezze leggere, di 3, 4 nodi; quelli grandi, a tre pale, alti parecchie decine di metri, funzionano solo con venti dagli 8 nodi in su. Il problema consisteva nel compattare in dimensioni contenute la meccanica necessaria; la soluzione si è trovata nel rendere la struttura e le pale leggere, in fibra di carbonio, nell’usare due generatori piccoli (che quindi possono funzionare in coppia o singolarmente, in relazione alla velocità del vento). Il risultato è una macchina a consumo zero (il rotore di coda serve a generare l’energia necessaria per far funzionare i meccanismi di base del sistema) che può essere localizzata in qualsiasi luogo dove ci sia un filo di brezza.

In questo caso i tempi di progettazione e realizzazione sono stati relativamente rapidi, un paio di anni. Nei grandi progetti i tempi sono più lunghi, decennali se si considerano anche i tempi di preparazione al progetto vero e proprio. Il quartiere Le Albere a Trento, sempre con Renzo Piano, potrebbe essere un esempio vicino a noi.

Si, e in questo caso vorrei mettere in evidenza il fattore dell’evoluzione del progetto nel mentre lo si realizza. A Trento, grazie ad un mock-up di una porzione terra-cielo degli edifici residenziali, si è avuto modo di evidenziare potenziali difetti, correggendoli, cambiando a volte i materiali, migliorando dettagli e ridefinendoli.

Una sorta di learning by doing, come i migliori artigiani.

Si, non si abbandona mai l’aspetto artigianale della professione.

Che compare in lavori come quello del restauro della Basilica Palladiana a Vicenza. In effetti, nella sua vita professionale non c’è solo Renzo Piano: come si adatta, se si adatta, alle esigenze diverse di diversi architetti? Dall’approccio al restauro di Marconi e Vassallo per la Basilica a Citterio e Viel per Palazzo Turati; dalle scuole di C+S; Zaha Hadid, Rem Koolhaas, Arata Isozaki, Michele de Lucchi, Matteo Thun, Mario Cucinella, Paolo Desideri, … Come si costruiscono questi diversi rapporti?

Un ingegnere, che lavora con gli architetti, sa dove deve intervenire, è sempre un gioco di squadra. Per stare nella squadra devi prima di tutto ottenere fiducia e rispetto dai partner. Partecipa alla discussione, sii sempre propositivo. Non è facile, ma nemmeno difficile, fa ciò che ti senti in grado e non strafare, non proporre ciò che non serve. Prendi il tempo giusto per approfondire. Trasferisci le informazioni e controlla l’operato dei tuoi collaboratori.

Semplicemente lasciati appassionare dal tuo mestiere, ma ciò è facile; quando vedi un’ idea uno schizzo che viene affinato, diventa un progetto esecutivo, ne curi i dettagli, avvii la realizzazione e ti accorgi che si concretizza proprio ciò che avevi pensato, la soddisfazione non è poca, penso sia simile a quella del medico che ha salvato una vita, dell’ artista che ammira la sua opera d’arte.

Mi chiede come si costruiscono questi rapporti. Ciò di cui sono certo è che sempre deve esserci onestà intellettuale; questo principio consente appunto di lavorare insieme, convergere nelle soluzioni migliori, ottenere risultati di eccellenza. In una parola usare, ognuno per la propria parte, la giusta dose di creatività, materia di cui disponiamo e che va incanalata in maniera appropriata.

L’autore


Julian Adda

 Architetto, editore, Julian Adda collabora dal 2003 con il Giornale dell’Architettura e altre testate on-line. Ha svolto attività didattica presso lo Iuav di Venezia.

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