Natura e tecnologia, per una visione positiva: dialogo con Kengo Kuma | Architetto.info

Natura e tecnologia, per una visione positiva: dialogo con Kengo Kuma

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Il 26 e il 27 settembre la Facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università di Roma “La Sapienza” ha ospitato “R.E.D.S. – Rome Ecological Design Symposium“, convegno internazionale promosso da Wolters Kluwer Italia in collaborazione con Saie 2013. Due giorni per una riflessione a tutto campo sulle nuove relazioni che la diffusione dei concetti legati all’ecologia ha determinato rispetto all’architettura, al paesaggio e al costruito.

Tra i molti relatori internazionali, nomi di fama tra i quali l’architetto e professore Mosé Ricci (leggi l’intervista qui), l’urbanista Willy Muller (leggi l’intervista qui), e poi Winy Maas di Mvrdv, Kelly Shannon, Joao Nunes, Andrea Branzi. A chiudere le sessioni, l’intervento di Kengo Kuma, l’acclamato architetto giapponese che con la sua originale riflessione sull’impiego dei materiali naturali nel costruito ha ridefinito i canoni dell’architettura contemporanea. Di seguito, l’intervista esclusiva di Architetto.info a Kengo Kuma.

Qual è la nuova direzione di ricerca definita dall’architettura di questi ultimi anni e in che modo Lei si posiziona in questo movimento?

Nel XX secolo il concetto di ‘forza’ veniva definito dalla rigidità e dalla solidità del cemento. Ma il verificarsi di un evento tragico come lo tsunami in Giappone di due anni fa ci ha dimostrato che quel modello di solidità è in realtà molto debole.

Oggi sono alla ricerca di una nuova modalità di concepire la ‘forza’, di natura differente. Dobbiamo pensare che il nostro corpo umano è ‘debole’, nel senso che è morbido e flessibile, e muta ogni giorno in modi diversi. Perciò ho voluto cercare in questi anni di ricreare quel tipo di flessibilità e morbidezza della forma, utilizzando i materiali naturali.

Quasi paradossalmente, tendiamo a concepire il ‘ritorno’ alla natura come una novità di questi anni. E’ una direzione che Lei ha sondato prima di molti altri.

Credo che ciò sia fortemente influenzato dall’atteggiamento che noi giapponesi abbiamo nei confronti dell’architettura, molto differente dal modello occidentale. La cultura dei Paesi occidentali tende a concepire l’architettura in modo ‘solido’ e ‘diritto’. In Giappone, al contrario, l’architettura è stata sempre tradizionalmente definita come un ‘ecosistema morbido’ che è parte della natura, e proprio la fusione con gli elementi naturali è il suo obiettivo.

Che ruolo ha occupato la sua personale ricerca sulla relazione tra architettura e natura nella fase iniziale del suo lavoro?

Io go studiato architettura negli anni Settanta. In Giappone all’epoca era molto forte l’influenza del movimento del ‘metabolismo’, che però si esprimeva in due versanti: da un lato al centro c’era la creazione di nuove figure artistico-meccaniche; dall’altro l’idea di cominciare a prendere ispirazione dalla vita. In particolare Kisho Kurokawa (storico architetto del 900 giapponese e fondatore del Metabolismo, ndr), a differenza di quanto si possa dedurre dai suoi progetti realizzati, aveva compreso molto bene l’importanza della natura, in particolare nello sviluppo del concetto di ‘simbiosi’.

La compresenza di queste due dimensioni all’inizio della mia carriera mi ha aiutato molto. Direi che all’inizio mettere in pratica le mie idee è stato particolarmente difficile, poiché per come si presentavano erano decisamente differenti dal modo in cui l’architettura era concepita. Ci è voluto molto tempo, direi una ventina d’anni per arrivare gradualmente a realizzare ciò che veramente era la mia idea di architettura.

L’avvicinamento alle forme naturali e l’esplosione delle possibilità offerte dall’innovazione tecnologica, secondo lei, sono in contrapposizione?

Lo scopo dell’innovazione tecnologica contemporanea è un altro aspetto che si differenzia dal XX secolo. Credo che il tema fondante della tecnologia oggi è l’ingresso nella natura, ricreando proprio quella ‘morbidezza’ del corpo umano, che di fatto è diventato il modello per la tecnologia contemporanea. Basti pensare, ad esempio, alle nanotecnologie o alle ricerche sul corpo umano come ‘sistema’ realizzate da studiosi come il Prof. Shinya Yamanaka (Premio Nobel nel 2012 per la medicina), che conosco personalmente e che mi dà spesso molti consigli.

Rispetto all’attività del mio studio, posso dire che l’innovazione tecnologica sui materiali ci aiuta moltissimo, ad esempio in come utilizzare il legno, la carta, le membrane. Lavoriamo con un team di ingegneri che sono specializzati nei nuovi utilizzi dei materiali naturali, e senza il loro contributo non potremmo lavorare.

Ritiene che questo connubio tra tecnologia e natura potrà offrire un contributo significativo alla risoluzione dei molti problemi della società contemporanea?

Credo che ci troviamo in un’epoca di transizione, dalla tecnologia del XX secolo a quella de futuro. Tra queste due fasi dobbiamo affrontare molte difficoltà. Ma io ho una visione ottimista delle tecnologie: se riusciamo a trovare una chiave positiva di integrazione con la natura, credo che davvero potremo arrivare a risolvere i molti problemi che ci sono oggi, in particolare sul piano ambientale.

R.E.D.S. è un’iniziativa Wolters Kluwer Italia, promossa dal Dipartimento PDTA dell’Università La Sapienza di Roma in collaborazione con le Università di Genova, della Basilicata, di Napoli, di Palermo, di Trento, IUAV Venezia, il Politecnico di Bari, il Politecnico di Torino e con List Lab laboratorio editoriale Actar distribuzione, e con il patrocinio di Saie 2013,  Facoltà di Architettura Valle Giulia e Dpta – Dipartimento di Pianificazione Tecnologia Design dell’Università di Roma “La Sapienza”, Fondazione Promozione Acciaio, Fecc.

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