Parla Xavier Ros Majó: gli architetti devono essere utili ai cittadini | Architetto.info

Parla Xavier Ros Majó: gli architetti devono essere utili ai cittadini

Per il fondatore dello studio catalano Harquitectes, la crisi ha portato un cambiamento culturale nella committenza e negli architetti, che devono anche essere in grado di gestire processi e rapporti con le comunità. La nostra intervista a Xavier Ros Majó

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Vincitore in Italia del Premio Ugo Rivolta 2015 con lo studentato di Sant Cugat del Vallès, lo studio Harquitectes è stato costituito a Barcellona nel 2000 da David Lorente Ibáñez (1972), Josep Ricart Ulldemolins (1973), Xavier Ros Majó (1972) e Roger Tudó Galí (1973). Xavier Ros Majó è stato, dopo Anne Lacaton (leggi qui l’intervista), ospite del secondo incontro del ciclo “Looking Around” promosso dalla Fondazione per l’architettura di Torino e curato da Davide Tommaso Ferrando, in occasione del quale gli abbiamo posto alcune domande.

Lo studio Harquitectes in Italia ha recentemente vinto il premio Rivolta con lo studentato a Sant Cugat del Vallès: componibile, prefabbricato, a basso costo, di rapido assemblaggio. Da dove nasce l’interesse per l’industrializzazione dei processi edilizi e la produzione di architettura a basso costo?
È stata una commessa particolare in cui non abbiamo potuto scegliere noi il sistema costruttivo da utilizzare: la prefabbricazione in cemento era obbligatoria da bando ma se così non fosse stato non l’avremmo scelta. Noi siamo interessati alla prefabbricazione e ai sistemi costruttivi a secco ma in quel caso i moduli non sono stati la soluzione migliore né la più efficiente perché hanno fatto perdere superfice utile: i muri perimetrali sono infatti spessi 40 cm e mettendone due vicini lo spessore del muro raddoppia… Nonostante questo, per noi la commessa è stata comunque un’opportunità sia per approfondire la conoscenza di un sistema costruttivo brevettato i cui moduli alla fine funzionano come un unico elemento tenuto insieme da giunti che utilizzano fori nella struttura sia perché abbiamo dovuto capire quale fosse il suo migliore modo di utilizzo. Siamo alle fine arrivati a gestire i moduli come volumi vuoti, ognuno corrispondente a un’unità, a cui abbiamo aggiunto le sole aree per il soggiorno, la cucina, i bagni, creando un sistema che fosse utile anche per gli studenti di architettura (lo studentato è al servizio della Escuela Técnica Superior de Arquitectura del Vallès, ndr) che in questo modo possono usarlo come opportunità per creare il loro uso degli spazi. Il bando originariamente chiedeva inoltre la realizzazione di due o tre blocchi di edifici di cinque o sei piani collegati verticalmente da scale e ascensori, ma noi abbiamo proposto di realizzare invece edifici di due piani senza ascensori. Non siamo specializzati nell’utilizzo di sistemi prefabbricati, ma cerchiamo sempre il sistema migliore per costruire: a volte è qualcosa che richiede la realizzazione direttamente in cantiere, altre volte invece no e noi ci adeguiamo.

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Cos’è per Harquitectes la sostenibilità?
Oggi è una sorta di parola “magica”… È un “ingrediente” dell’architettura che da solo non è però sufficiente a garantire la bontà di un intervento, anche se tutta la buona architettura ha bisogno della sostenibilità. Oggi ha molti significati: permette risparmi e una gestione dell’energia direttamente tagliata sull’utilizzatore. E anche molte accezioni, che ad esempio si possono adattare a materiali come il cemento armato, uno fra i materiali non sostenibili per eccellenza, che può essere usato in modo sostenibile, se si considera la sua lunga vita. Nella nostra attività, utilizziamo oggi programmi che permettono di simulare il comportamento degli edifici e grazie a questi, collaborando con ingegneri e con altri architetti, siamo in grado di prendere in modo autonomo decisioni che ci permettono di avere il controllo su grande parte del processo progettuale.

La Spagna ha vinto il premio come migliore partecipazione nazionale alla Biennale di Architettura con “Unifinished”, mostra curata da Inaki Carnicero e Carlos Quintanas che affronta i problemi lasciati dalla grande crisi degli anni recenti. Com’è la situazione del paese? Cosa fanno e possono fare gli architetti? Qual è il loro ruolo? Quali le sfide etiche e sociali?
La crisi in Spagna c’è ancora e per gli architetti è un grande problema che però può essere anche un’opportunità perché ha portato l’attenzione generale su parametri che devono essere al centro dell’attività progettuale, come i costi e il loro controllo, l’efficienza l’utilizzo che gli utenti faranno degli edifici. Attenzione che arriva prima di tutto dagli stessi committenti, che sono più consapevoli di prima e sono anche molto più attenti ad aspetti come i materiali impiegati e i modi in cui vengono posati e utilizzati e, naturalmente, alla sostenibilità. In Spagna in generale i clienti non hanno mai avuto grande cultura architettonica, quando chiedevano la progettazione e la costruzione di un edificio si aspettavano qualcosa di quasi ordinario. Oggi invece la prima cosa che chiedono sono il contenimento dei costi e l’efficienza energetica e così per noi è anche più facile lavorare. La crisi ha avuto un ruolo importante in questo cambiamento culturale, che vale per i privati ma anche per le amministrazioni pubbliche che hanno sempre più bisogno di dimostrare che spendono i fondi nel modo giusto. Parlando del pubblico, la crisi ha anche avuto il vantaggio di avere ridotto la corruzione, verso cui i cittadini sono diventati più sensibili di prima. La nostra è una generazione cresciuta con la crisi: non credo che riusciremo a diventare ricchi facendo gli architetti, ma forse abbiamo meno problemi delle generazioni a noi precedenti che, cresciute professionalmente negli anni migliori per gli architetti, hanno oggi più difficoltà a lavorare con parametri che per noi sono quasi una parte del DNA. Anche sotto questo punto di vista la crisi per la nostra generazione è un’opportunità: siamo più “poveri” rispetto a chi ci ha preceduto, ma abbiamo maggiore capacità di comprendere anche gli aspetti più sociali connessi all’esercizio della nostra professione.

Il portale Archdaily ha pubblicato i risultati di una classifica di Wallethub che dice che negli Stati Uniti l’architettura è una delle migliori occupazioni all’ingresso del mondo del lavoro (il 10° su 110). Cosa ne pensa? Cosa vuole dire essere un architetto oggi?
Credo che in qualche maniera gli architetti abbiano fatto quello che gli ingegneri fecero tempo fa, quando era loro riconosciuto il ruolo di risolutori di problemi, mentre gli architetti progettavano e costruivano edifici. Oggi le cose sono cambiate: l’architetto è un professionista che deve essere preparato a mettere in fila molti problemi diversi e cercare soluzioni che a volte portano edifici sostenibili e low budget come la committenza richiede, mentre in altre soluzioni partecipate e condivise con la cittadinanza e le comunità, come ad esempio succede a Barcellona dove l’architetto si fa canalizzatore di idee e proposte e interlocutore con l’amministrazione comunale. Non posso dire molto sul futuro dell’architettura, ma credo che gli architetti abbiamo l’opportunità di essere utili soprattutto ai cittadini, questo è il senso etico della professione che ci interessa e che cerchiamo di perseguire con il nostro lavoro. Essere un buon architetto oggi significa soprattutto avere una conoscenza di molte cose per dare risposte alle domande che le persone ci pongono.

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