Passione, rigore, dedizione: intervista a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo | Architetto.info

Passione, rigore, dedizione: intervista a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo

Trasformazione, reversibilità, piccola scala. Lavorare 'dentro e fuori' dalla disciplina. Le riflessioni di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, intervistata a Milano per il MI/ARCH 2016, il festival Internazionale di Architettura promosso dal Politecnico di Milano

Grasso Cannizzo - MiArch 15.10 - courtesy Politecnico di Milano (1)
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Raggiungiamo e dialoghiamo con Maria Giuseppina Grasso Cannizzo nel pomeriggio dell’evento intitolato “40 constructions” del Mi/Arch 2016, il festival milanese di architettura diretto da Stefano Boeri con Matteo Ruta e promosso dal Politecnico di Milano. Il convegno con Grasso Cannizzo la vedrà relazionare circa le interazioni tra Architettura e Ingegneria nella Torre di Controllo (PMR2) a Marina di Ragusa, insieme all’ing. Gabriele Correnti. Con studio professionale a Vittoria, vicino a Ragusa, la sua attività progettuale è stata insignita negli anni di premi e riconoscimenti sia in Italia che a livello internazionale. Segnalata al Mies van der Rohe Award nel 2003 e nel 2013, vince per 2 volte il RIBA Awards/EU nel 2005 e nel 2012, entrando a far parte della long list per lo Stirling Price 2005. Nel 2012 vince il premio Medaglia d’Oro alla Carriera, assegnato dalla Giuria della Triennale di Milano. Nel 2016, la Giuria della XV Biennale di Architettura di Venezia le assegna la Menzione Speciale per l’installazione “Onore Perduto” con cui partecipa alla mostra “Reporting from the Front” curata da Alejandro Aravena. Nessuna improvvisazione e impegno costante: ecco a seguire l’intervista in esclusiva.

Lei parla spesso di trasformazione e reversibilità in un’opera architettonica, del suo essere “proteiforme”. Una condizione che rimanda a quella dell’effimero, figlia, in un certo senso, del proprio movimento e del nomadismo. In che modo lei riversa queste necessità nella sua pratica professionale e come le adatta al singolo progetto?
“Bisogna ricordarsi che il progetto è solo una possibile risposta in un preciso tempo e non la soluzione, quindi qualsiasi ipotesi è come un organismo vivente che ha una aspettativa di vita.
Obiettivo del progetto è, quindi, la definizione di un organismo vitale e non di un dispositivo con un assetto concluso, impositivo e riconoscibile.
Nel processo di elaborazione del progetto è necessario individuare strategie che tendano ad assicurare una migliore aspettativa di vita. Qualsiasi opera realizzata non si occupa di preservare la propria integrità e deve essere predisposta ad accettare alterazioni, modificazioni, amputazioni, impresse nel tempo da circostanze impreviste e dai comportamenti degli occupanti.
In questo senso l’opera è proteiforme, non raggiunge mai un assetto definitivo, la geometria è transitoria. L’installazione realizzata a Milano, all’interno della mostra Architecture As Art curata da Nicolin, è un lavoro che mette in scena il concetto di proteiforme.
Entrance è un volume sospeso di tubi di dimensioni diverse; nel momento in cui viene attraversato il movimento impresso dai corpi genera un volume dai confini variabili e alterazioni sonore.”

Lei ama lavorare nell’interstizio e alla piccola scala, anche velando la sua opera allo sguardo di occhi esterni. Che relazione ha con la forma, in rapporto al progetto?
“Ho sempre affermato che la forma non è il fine, ma l’esito della strategia e del controllo dell’intero processo. Non è necessario comunicare attraverso una lingua, ma utilizzare secondo le circostanze lessico, morfologia e sintassi di lingue diverse.
Le mie opere partono dall’analisi di dati oggettivi che cambiano di volta in volta: mettendo in relazione considerazioni su luogo, programma funzionale, norme, committente …, si producono ragionamenti che conducono ad individuare la strategia dell’intervento. Dalla collisione tra la strategia e l’immaginario nasce il progetto e il progetto definisce la geometria.”

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In una sua intervista, lei parla del progetto come di una visione etica, di un mezzo volto a contrastare la diffusione dei modelli imposti dalla cultura di massa. In cosa consiste questa suo credo? E’ una questione metodologica oppure è riferita alla sua memoria interna, intesa questa come influenza?
“L’architettura, per comprendere meglio la complessità e la rilevanza delle questioni da affrontare, deve necessariamente abbandonare ogni pregiudizio di tipo metodologico e di linguaggio, evitare di arroccarsi sui principi della disciplina per tentare di intercettare le istanze ed i segnali del movimento incessante del mondo circostante.
Il progetto, per me, è da una parte l’esito di una riflessione critica che può confermare o ribaltare i fenomeni in atto, gli schemi confezionati, le tendenze e dall’altra un armistizio tra le parti in causa.
L’architetto, dopo avere ascoltato, smonta, orienta, accorda per cercare di stipulare un intesa tra desideri, obiettivi, consuetudini, norme …
L’opera costruita è certamente la conseguenza delle riflessioni e delle condizioni concordate.”

Lei ritiene che la piccola scala sia quella in grado di ridisegnare il territorio, ergendosi anche a processo per la riconfigurazione del paesaggio urbano. In tale constatazione, lei dunque intravede una funzione sociologica dell’architettura oppure la ritiene conseguenza dello spazio percepito?
“L’immagine di un’architettura fatta di grandi nomi e di grandi numeri, è quello che solitamente arriva attraverso la stampa specializzata ed i media alla gente comune, agli architetti: la dimensione dell’intervento, la destinazione pubblica, la spregiudicatezza diventano condizioni necessarie per garantire una visibilità immediata, raccogliere consensi e dimenticando spesso di valutare la opportunità dell’intervento. Lo scambio è reciproco. Ricordo che negli anni scorsi, invitata a partecipare ad una mostra promossa dai Beni Culturali sulla qualità dell’Architettura, mi fu espressamente richiesto di partecipare con un lavoro pubblico e di grande dimensione, come se lavoro pubblico e grande dimensione fossero sufficienti parametri per assicurare una certificazione di qualità.
Sono personalmente convinta che non è il grande intervento pubblico o privato ma la costellazione di interventi a piccola scala che restituisce e struttura l’immagine del paesaggio urbano ed agricolo esistente.
Mi è sembrato importante, dopo anni di attenzione focalizzata sui grandi interventi, porre l’attenzione e riflettere sulla enorme quantità di problemi a cui la piccola scala è chiamata a dare risposte e richiamare gli architetti ad assumersi la responsabilità del proprio operato e del controllo dell’intero processo, senza addossare ad altri la responsabilità del risultato finale. La piccola scala è stata per troppo tempo, specialmente nel nostro Paese, considerata dagli architetti una attività marginale; molte quindi sono state le occasioni perdute. La riconquista dell’onore perduto da parte della piccola scala è quindi la mia risposta all’invito di Alejandro Aravena di individuare l’obiettivo della battaglia da combattere sul campo della XV Biennale di Venezia all’interno della mostra Reporting From The Front.”

casa per vacanze a Noto 2 © Hélène Binet

Casa per vacanze a Noto © Hélène Binet

Lei afferma di una gerarchia di materiali all’interno del progetto, basata sulla trasmissione della luce e dalla relazione che essa crea tra di loro. Può spiegarci questo suo intendimento e come questo rapporto si traduce fattivamente nel suo operare?
“Forse sono stata fraintesa. Parlo di uso di materiali in maniera strumentale.
Non decido mai il materiale a priori, decido solo se è opaco, lucido, traslucido, trasparente, se è naturale od artificiale, se la finitura è liscia, scabra…
Ogni progetto rivendica, infatti, un preciso materiale. Il materiale dominante contribuisce ad individuare le peculiarità dei materiali secondari sulla base delle necessità del progetto, della qualità di trasmissione e diffusione della luce… Un muro trasparente potrebbe essere realizzato con vetro, con policarbonato, o anche con un foglio di polietilene intelaiato, una superficie riflettente con una lastra di acciaio, una pellicola adesiva, uno specchio.
Luogo, budget, facilità di reperimento, maestranze e committente determinano poi le scelte definitive.”

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