Patrick Blanc: io botanico, so cosa fare con le piante (gli architetti no) | Architetto.info

Patrick Blanc: io botanico, so cosa fare con le piante (gli architetti no)

Nella nostra intervista esclusiva, lo scienziato francese ci spiega perché il suo è un lavoro di 'architettura biologica'. E perché, da non progettista, gli architetti non possono fare a meno di lui

Patrick Blanc nelle Langhe (foto: Liana Pastorin)
Patrick Blanc nelle Langhe (foto: Liana Pastorin)
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Incontriamo il botanico e scienziato francese a margine dell’evento “Dopo l’UNESCO, Agisco!”, organizzato dall’assessore alla Cultura e al Turismo della Regione Piemonte, Antonella Parigi, e tenutosi ad Asti lo scorso 27 novembre. Cuore della mattinata di lavoro, dedicata alla premiazione di buone pratiche di valorizzazione del Patrimonio vitivinicolo UNESCO di Langhe-Roero-Monferrato, è la lecture di Patrick Blanc sul “verde verticale” e sui celebri “Murs Végétal”, possibili idee per un camouflage dei capannoni industriali esistenti.

I suoi “arazzi verdi” riqualificano ambiti privati, ma la cui percezione influenza la vita quotidiana delle persone all’interno dello spazio pubblico, innescando nuove dinamiche di socialità. Il suo approccio può influire sulla modifica delle politiche di gestione urbana? Quali passi occorrono ancora per una reale coscienza ecologica?
Vi sono molte domande racchiuse in una sola! Partendo dall’inizio, posso affermare che lavoro sia in ambiti privati che pubblici, entrambe disseminati per il globo. Come detto, mi occupo di numerosi spazi pubblici, sia interni che esterni, come, ad esempio, la Shin-Yamaguchi Station in Giappone, appena terminata. Essa è un bene collettivo, per intero. Sono affascinato dallo spazio pubblico, il cui studio mi permette di reintrodurre la natura all’interno della città, proprio come può accadere in una stazione ferroviaria o in un parcheggio per auto. Perciò, a mio avviso, ritengo che questi possano essere in qualche modo i più interessanti, poiché ognuno possa godere e fruire dei miei lavori in un approccio molto più completo e condiviso. Gli ambiti privati sono appannaggio di poche persone, con esigenze visive piuttosto selezionate. Al contrario, negli spazi pubblici tutti possono fluire liberamente, e perciò ti poni in relazione con la capacità percettiva di ciascuno.

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Patrick Blanc nella rinnovata stazione Shin-Yamaguchi in Giappone (foto: Vertical Garden Patrick Blanc)

E’ davvero molto emozionante tentare di proporre un approccio maggiormente globale, in cui il concetto di universalità è riversato nell’ambito lavorativo e si traduce in un carico maggiore di lavoro. L’obiettivo è scoprire le differenti peculiarità all’interno di un metodo costituito, e ciò lo trovo un grande stimolo che mi fa propendere nel dire che gli spazi pubblici siano i miglior luoghi in cui lavorare. Riguardo alla modifica delle politiche di gestione urbana e la coscienza ecologica sociale, certamente, è così. L’ho notato in differenti miei lavori pubblici, come ad esempio nella facciata del Quai Branly Museum, davanti alla quale, molto spesso, si fermano passanti a fissare il mio “Giardino Verticale”, immortalandolo negli scatti come sfondo. Proprio lo scorso mese, all’inaugurazione della stazione ferroviaria in Giappone, i passeggeri che scendevano dal treno rimanevano stupefatti alla sua vista, con esclamazioni del tipo: “Wow! Che profumo!” oppure “sembra una foresta!”. Davvero molte persone in transito lì davanti restavano sorprese al primo impatto, mentre per me è ormai una cosa del tutto normale, sia in termini estetici che olfattivi. I “Guarda!” o “hai visto?” si rincorrevano a richieste di fotografie aventi come sfondo proprio il vertical garden. Infatti, i semplici selfie non erano sufficienti perché l’opera era troppo ampia da fotografare con l’autoscatto, e avevano bisogno di qualcuno che le facesse per loro! Quindi, ritengo che ogni qual volta che si suppone sia difficile intervenire orizzontalmente in un luogo, è bene studiarne le superfici verticali limitrofe. Spesso, gli spazi orizzontali sono necessari per il lavoro, per i negozi, per le auto, per le biciclette o ogni altra attività, mentre, per contro, le superfici verticali sono libere, non utilizzate. Esse sarebbero invece importanti da considerare nella gestione delle politiche urbane, diventando una sorta di rifugio per le piante al posto di tristi pareti color ocra.

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La facciata verde del Musée du Quai Branly, curata da Patrick Blanc nel 2012 (foto: Vertical Garden Patrick Blanc)

In un mercato immobiliare, residenziale e commerciale, che con difficoltà concepisce la necessità del verde in ambito urbano, la promulgazione di Leggi in materia ambientale, come quella del Parlamento francese dello scorso 4 Marzo sull’adozione dei tetti verdi, paiono assai significative. Insieme al verde verticale, le iniziative sopra citate possono essere, a suo avviso, le uniche vie possibili per il miglioramento del microclima urbano?
Certamente. Il tema del microclima urbano è un problema significativo. In estate, le temperature rischierebbero di divenire assai critiche, e grazie a queste iniziative vengono mitigate con effetti benefici rispetto alle aree circostanti. In inverno, invece, i tetti verdi consentono di disperdere meno calore, aiutando così ad impiegare meno energia per il riscaldamento. Ma, senza ombra di dubbio, ciò che è importante è il comportamento globale della città, soprattutto in aree molto affollate, come ad esempio a Kowloon, Hong Kong, o in alcune strade di centri storici densamente popolati. In questi luoghi, quando l’estate è torrida, disporre di giardini verticali consente immediati benefici, abbattendo la temperatura percepita di 2 o 3 °C. Specialmente in strade strette e sovrastate da edifici piuttosto alti, “a canyon”, l’uso delle coperture verdi non aiuta a tal fine, rivelandosi invece molto utile per evitare la dispersione energetica del riscaldamento invernale. Viceversa, i “Giardini Verticali” sono validi in tali contesti, come anche per i parcheggi o in luoghi in cui la presenza di piante non è solitamente contemplata. In conclusione, penso possano essere importanti soprattutto in spazi urbani stretti e lunghi, anche al fine di mitigare le differenze di temperatura che intercorrono tra interno ed esterno dei luoghi abitati.

Tra i suoi interventi, ricordiamo eccellenti camouflage di infrastrutture viarie, come nel caso del Pont Max Juvenal ad Aix-en-Provence, del 2008. Perché, in questi casi, il verde arriva solo in una seconda fase e non può essere integrato quale componente tecnologica sin dalle fasi progettuali? È necessario un cambio di paradigma immagino…
E’ un’ottima domanda questa. Non so perché si abbiano ponti come questi in zone nuove della città, specie se si considera la bellezza della natura e dei suoi paesaggi. In molti miei progetti, invece, posso dire che le piante sono immediatamente integrate, anche in quelli di grandi dimensioni, come a Sydney, a Miami e a Kuala Lumpur. A Riyadh, invece, anziché essere inserite sin dalle fasi inziali, sono giunte solo in un secondo momento; tuttavia, abbiamo comunque trovato buone soluzioni in linea con il progetto. Ad oggi, quasi tutti i progetti integrano immediatamente questi aspetti, anche se può accadere che in taluni, di solito disegnati da architetti, si sia già deciso un posto errato per la collocazione delle piante, da inserire necessariamente nel punto da loro indicato nei progetti. Questo, devo dire, non è una cosa molto piacevole. Tornando a noi, ho alcuni aneddoti divertenti da raccontare su opere che conoscerete, come ad esempio a Sydney, in cui abbiamo dei “Giardini Verticali” estesi su una superficie di circa 1.200 mq.

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One Central Park, su progetto di Jean Nouvel (foto: Simon Wood)

Proprio in merito a questo progetto, disegnato da Jean Nouvel, lui stesso mi chiese di pensare a piante che potessero crescere su piccoli sbalzi orizzontali. Ciò ha soddisfatto il cliente, trovando così l’accordo. Tuttavia, il committente ha però chiesto di attendere a procedere, perché, essendo io coinvolto nel progetto, era impossibile non avere dei vertical gardens nella costruzione. Jean non aveva affatto pensato a ciò in fase di concept, ma il lavoro si è rivelato comunque interessante, poiché si è ragionato insieme su come fosse possibile valorizzare gli spazi vuoti e occultarne invece altri. Questo per dire che, in realtà, è sempre interessante collaborare con Jean, anche se non dall’inizio. Ora, sempre insieme a lui, stiamo lavorando ad un nuovo progetto, in Cina, nel quale andremo a realizzare 60 vertical gardens per una superficie complessiva di circa 10.000 m2, davvero ampia. In quest’ultimo, invece, sono stato coinvolto sin dalle fasi iniziali. Sebbene Jean avesse previsto il mio intervento solo in alcuni punti, ancora una volta il cliente ha chiesto l’inserimento dei “Giardini Verticali”, da collocare in posti nuovi e differenti. Ciò è dovuto al fatto che io so cos’è possibile realizzare con le piante, ma gli architetti no! Questo è un problema comune agli architetti, che guardano alle piante in maniera semplicistica. Mi viene da pensare che a loro non piacciano! Non sanno come utilizzarle e dove collocarle, e lo dimostrano in ogni loro progetto. Quello che vogliono è semplicemente posizionarle definendo dei segni verdi in pianta, e nient’altro! Ma i committenti vogliono di più, e perciò dico che è importante l’integrazione del verde sin dalle fasi iniziali, perché io, in quanto botanico, posso proporre differenti soluzioni.

Lei ha collaborato con celebri architetti di fama mondiale, quali Jean Nouvel, Herzog & de Meuron, C. Pelli, S.O.M. e R.P.B.W.. Quanto delle teorie relative all’integrazione delle pratiche vegetali nel progetto architettonico, esposte da Lucien Kroll, James Wines e Sim van der Ryn, hanno influito su di loro per la comprensione di questa necessaria ibridazione, anche da lei promossa?
Lucien Kroll, James Wines e Sim van der Ryn…mi dispiace, ma non ho mai sentito questi nomi. Io non so assolutamente nulla in tema di architettura o di design. Conosco invece le piante, tutto ciò che faccio riguarda loro e soprattutto ciò in cui esse vengono coinvolte, così come gli architetti con cui collaboro di volta in volta. Circa le teorie di integrazione delle pratiche vegetali nel progetto architettonico, come dicevo, non so nulla, sono spiacente. Non ho mai letto questi nomi…d’altra parte io sono uno scienziato, un botanico!

I suoi “Murs Végétal” utilizzano le diverse conformazioni e le tonalità cromatiche delle piante al fine di generare rilievi ed effetti dinamici. In esse il fattore tempo è una variabile importante, che incide sull’aspetto percettivo. Per la determina di questa complessità estetica, lei utilizza dei riferimenti compositivi desunti dal mondo dell’arte? Quanto è complesso fondere l’arte all’esigenza botanica?
Beh, devo dire che l’arte non è uno dei miei riferimenti, perché non so nulla di arti figurative. Lo ribadisco, io sono un botanico, uno scienziato, quasi monotematico circa il mio ambito di interessi. Amo Edith Piaf e le piante dei Tropici, ma… Scherzi a parte, sai, essere monotematico significa concentrare la tua cultura in poche precise direzioni, a me utili per definire e ricercare la complessità estetica delle piante. Questo è importante, in quanto si rifletterà nella complessità estetica dell’impianto generale, poiché, come ovvio, il “Giardino Verticale” non sarà lo stesso tra 6 mesi, 1 anno, 2 o 10 o 30 anni. Ciò è scontato, perché vi è una naturale evoluzione dell’habitat delle piante, il quale andrà curato e manutenuto nel tempo, decidendo interventi che consentano di mantenere l’opera più simile possibile al mio progetto originale. Se una pianta cresce molto di più rispetto a quanto previsto, questo rappresenta un sorta di problema, che va risolto con la potatura o la sostituzione della stessa. Il fine è conservare l’idea da cui si è partiti, senza mai trascurarla. Quindi, per ogni evoluzione a loro connessa, come ad esempio nel Quai Branly e in molti altri vertical gardens abbastanza alti, stabilisco quali piante possano rappresentare le migliori soluzioni naturalistiche da adottare, prediligendo alcune specie rispetto ad altre. Questa è la realtà, che non lego a gusti o influenze artistiche, come lo stile Liberty o altri del genere… Ciò perché io sono uno scienziato e sono terribilmente affascinato dalle caratteristiche delle piante, ecco tutto. Ti faccio un esempio, così da spiegarmi meglio. Durante il mio dottorato conseguito in Francia, prima quello di “3e cycle” e poi quello in scienze, per 10 anni ho studiato e ricercato l’architettura delle piante che crescono e vivono all’ombra delle foreste tropicali. Dai miei studi è emerso che, in tali contesti, vi sono 20 differenti modi di crescita del fogliame, derivanti dal fatto che solo l’1% della frazione solare che colpisce la volta arriva al suolo, generando la loro sovrapposizione. Esse crescono anche in verticale, su superfici cilindriche, le cui forme sono tutte dettate dalla ricerca della luce naturale, sia per quanto concerne l’apparato vegetativo che quello radicale. Scherzosamente, posso dire di conoscere l’architettura delle piante, ma non quella degli esseri umani! E’ un’architettura che mira a sviluppare i migliori modi per sfruttare al massimo quell’1% di luce naturale. In questo paesaggio boschivo non sia ha concorrenza, cosa che invece accade quando vi è a disposizione una grande quantità di luce o di acqua. Se ne scorre molta, infatti, si ha forte competizione e si dispone di un basso livello di diversità vegetale. Quindi, come già detto, all’interno della foresta non si ha rivalità, per cui si contempla una grande biodiversità connessa ad architetture verdi significative, anche di tipo aereo. Tali studi mi hanno permesso una loro profonda conoscenza, assai utile all’impiego nei miei “Giardini Verticali”. Seleziono, infatti, alcune piante da disporre in sommità per la cospicua presenza di luce naturale, altre, invece, al centro ed altre ancora in basso, a seconda delle loro caratteristiche connesse al livello di luminosità presente, soprattutto in strade “a canyon”, come rivelavo nella domanda precedente. In conclusione, posso affermare che la totalità del mio lavoro è dedita all’architettura biologica delle piante, di natura evolutiva, ma non certamente influenzata dallo stile Liberty, che non è così interessante per me.

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Lei continua a ricercare e sperimentare nuove metodologie riguardo al “Mur Végétal”. Tra le altre, ho letto che sta studiando nuovi metodi d’irrigazione e crescita dell’apparato vegetale, al fine di limitare le operazioni di manutenzione e gestione nelle sue opere. In cosa consistono? È possibile pensare ad un “Vertical Garden” che passi da un ordine rigoroso, quasi cesellato, ad uno “romantico”?
No, io lavoro per lo più ad impianti che possano risultare adattabili ad ogni clima, connessi anche all’uso dell’acqua di riciclo, come quella presente nei parcheggi per auto, ad esempio. Quindi, non si tratta realmente di nuove metodologie, ma semplicemente di migliorare le modalità di quelle già esistenti.

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