Peter Fink, il paesaggista ‘sociale' racconta la sua visione di "green city" | Architetto.info

Peter Fink, il paesaggista ‘sociale’ racconta la sua visione di “green city”

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Laureato in ingegneria, filosofia e arti visive, Peter Fink ha fatto dell’”insolita” combinazione di competenze il segno distintivo del suo lavoro, sostenendo con forza la collaborazione tra artisti e architetti e un tipo di progettazione partecipata e interdisciplinare, tesa a trovare sinergie tra arte ed ecologia, agricoltura, e architettura, paesaggio e design. Il paesaggista “cult” ha parlato con la redazione di Architetto.info in vista della sua partecipazione a Growing City – High Green Tech Symposium 2013, organizzato da Nemeton Network, in collaborazione con Wolters Kluwer Italia e Logical Soft. Giunto alla quinta edizione, l’appuntamento internazionale ogni anno fa il punto sul rapporto fra verde, agricoltura e nuove tecnologie del costruire ed è in programma il 4 ottobre al Made Expo di Milano. Peter Fink sarà presente nel pomeriggio presso lo spazio workshop Growing City del Salone Città Paesaggio per rispondere alle domande dei professionisti.

Peter Fink, architetto, paesaggista e progettista urbano tra i più innovativi al mondo, qual è lo stato attuale della cultura del paesaggio in Inghilterra, dove si concentra la maggior parte dei suoi progetti?

L’attuale cultura del paesaggio inglese, se si può parlare in questi termini, sembra essere ‘bloccata’ da qualche parte nell’Atlantico, tra l’Europa e gli Stati Uniti. Analogamente a quanto successo in architettura vent’anni fa, la cultura americana del paesaggio di alcuni grandi studi, come Hagreves – da ricordare la sua decisiva influenza sull’Olympic Park del 2012 – o Peter Walker, è vista nel Regno Unito, dai grandi clienti sia privati che pubblici, come il metro d’innovazione contro la cultura britannica, tradizionalmente basata su studi più piccoli, e spesso commerciali. Il mondo del design del giardino sembra esistere in un universo totalmente separato, come quello del Chelsea Flower Show (mostra organizzata dalla UK Royal Horticultural Society, organizzazione benefica per la promozione dell’orticoltura e la promozione della buon gardening, ndr) e mostra maggiore connessione con le arti creative piuttosto che con la tradizione paesaggistica inglese.

Secondo la sua esperienza, quali sono i paesi in cui l’architettura del paesaggio è più sviluppata e ricca di progetti a lungo termine?

Attualmente sono molto interessato alla rapida urbanizzazione di paesi come la Cina o l’India, che potrebbe rappresentare l’occasione per lanciare una chiara sfida e capire come mettere la sostenibilità sociale e ambientale al centro dell’urbanistica del XXI secolo e, così facendo, anche al centro della vita della città stessa.

Il suo metodo di lavoro può essere descritto come ‘interdisciplinare’ e ‘partecipato’. Cosa significa?

Gli architetti del paesaggio devono iniziare a formare relazioni di collaborazione e di lavoro più integrate con gli altri professionisti, sia che si tratti di economisti, di sociologi, di agronomi o di artisti. Come mediatori proattivi tra i diversi significati dell’architettura, i progettisti del paesaggio devono cominciare a portare alla ribalta la loro comprensione del tempo in termini di natura e di ecosistemi, e di collegare questa conoscenza a un senso del luogo e della comunità. Il risultante approccio all’urbanistica verde, che definirei psico-geografico e interdisciplinare è, spero, una delle possibili chiavi per liberare il pieno impatto di una città verde, che sia sostenibile sia socialmente che ecologicamente.

Alla luce di questo, come giudica, quindi, l’architettura urbana contemporanea?

L’architettura e il design urbani contemporanei hanno bisogno di incoraggiare le persone a impegnarsi in prima persona con le proprie raffigurazione dei paesaggi urbani, come parte integrante della narrazione urbana in continua evoluzione, evitando il “greenwashing” e sostenendo, invece, una vera e genuina azione green.

Mi sembra che al posto di un nuovo paradigma di pratica costruttiva ambientale socialmente impegnata emerga un’urbanizzazione della città senza leadership sociale, con gli architetti del paesaggio prevalentemente impegnati a fornire un semplice servizio professionale dietro pagamento, con poca responsabilità nei confronti della comunità e degli utenti finali.

Ha avuto l’opportunità di lavorare in Italia? Qual è la sua opinione sulla cultura italiana del paesaggio?

Ho avuto una limitata ma stimolante esperienza di lavoro in Italia e mi fa sempre riflettere l’apparente paradosso tra la cultura di apertura che caratterizza molte persone e le evidenti difficoltà nel fare concretamente qualcosa, a causa della frammentazione politica e della mancanza di un chiaro consenso nella comunità.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Sto lavorando su due fronti principali: al progetto di un parco giochi su larga scala per una scuola speciale, dedicata a bambini con particolari necessità, e alla proposta per trasformare un ponte lungo 3 km in una scultura cinetica di luce.

A ottobre sarà al Made expo di Milano, dove parteciperà all’High Green Tech Symposium che  affronterà il tema del rapporto tra agricoltura, architettura e paesaggio. Qual è il suo concetto ideale di “growing city”?

Oggi l’idea stessa di “growing city” deve diventare un laboratorio di idee differenti su come trasformare, per esempio, le anonime e ampie aree verdi create nei due secoli precedenti nei veri spazi dove esprimere la sostenibilità sociale e ambientale. Il concetto di growing city ha bisogno di potenziare la creazione di comunità inclusive e solidali, facendo diventare le persone cittadini impegnati ad adottare un’agenda della sostenibilità, con un approccio bottom up, dal basso verso l’alto, collegando le diverse narrazioni, rurali e urbane.

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