Thomas Heatherwick presenta Vessel: la scalinata più inutile del mondo? | Architetto.info

Thomas Heatherwick presenta Vessel: la scalinata più inutile del mondo?

15 piani, 2.500 gradini suddivisi in 154 rampe interconnesse costituiranno l’ultimo controverso progetto di Thomas Heatherwick, che sorgerà a Hudson Yard entro il 2018. Ma a cosa serve?

© Thomas Heatherwick
© Thomas Heatherwick
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Il quarantaseienne Thomas Heatherwick, architetto e designer britannico autore del pubblicatissimo padiglione del Regno Unito all’Expo 2010 a Shanghai, del braciere olimpico di Londra 2012 ma anche della sede aziendale di Google presto in costruzione a Mountain View e firmata con BIG, ha presentato il progetto di Vessel, architettura-scultura che sarà realizzata a New York a complemento dell’imponente trasformazione urbana dell’area di Hudson Yards.

Nuova Torre Eiffel della Grande Mela, ma anche palestra, alveare o, in modo forse decisamente più efficace, “Stairway to nowhere” (una “Scalinata verso il nulla” che parafrasa la “Stairway to Heaven” di zeppeliniana memoria), il progetto, che dovrebbe essere completato nel 2018, ha suscitato reazioni piuttosto altalenanti fin dalla sua presentazione, avvenuta in pompa magna alla presenza del sindaco Bill de Blasio.

Vessel si collocherà nel cuore di Hudson Yards, che si preannuncia essere uno dei più imponenti interventi realizzati a New York dagli anni trenta del Novecento, quando venne realizzato il Rockefeller Center. Promosso da Related Companies, trasformerà un’ampia area di Manhattan lungo le rive del fiume Hudson in corrispondenza dell’innesto settentrionale dell’High Line, il frequentato parco lineare sopraelevato completato nel 2009 da Diller Scofidio+Renfro riutilizzando un tratto abbandonato della West Side Line. Il grandioso progetto di trasformazione, che, elaborato come masterplan da Kohn Pedersen Fox Associates, impegnerà oltre 20 miliardi di dollari, prevede la costruzione di un distretto in cui svetteranno 16 nuovi grattacieli destinati a ospitare uffici, residenze di lusso, scuole e spazi destinati al commercio e alla cultura a riutilizzo di un’area ex industriale abbandonata.

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Dettaglio © Thomas Heatherwick

Lo scultoreo progetto di public art elaborato da Thomas Heatherwick troverà una collocazione prossima alla riva occidentale dell’Hudson, nascendo con la dichiarata volontà (e per soddisfare una richiesta della committenza) di diventare un nuovo landmark in una città le cui tante e accattivanti visuali devono essere valorizzate anche dalla nuova area di espansione. Vessel nasce così per premettere una più agile e completa fruizione di quanto New York offre, consentendo allo stesso tempo una piena interazione con gli utenti.

Ispirato alle strutture dei tradizionali pozzi indiani (di cui però ribalta e manipola il concetto), l’opera da oltre 150 milioni di dollari si eleverà, servita anche da ascensori, come una torre svasata senza tetto per 15 piani attraverso il dipanarsi quasi labirintico di 154 rampe interconnesse di scale, 2.500 gradini e 80 punti di osservazione che hanno suggerito paralleli con le costruzioni, impossibili, immaginate e disegnate dall’incisore olandese Maurits Cornelis Escher.

Completamente accessibile da parte del pubblico, sarà realizzata ricorrendo a una struttura prefabbricata in cemento e acciaio color bronzo di oltre 600 tonnellate di peso attualmente in costruzione a Monfalcone che verrà trasportata negli Stati Uniti per essere assemblata nella nuova piazza di 2 ettari non prima del prossimo anno.

Solo il tempo confermerà o confuterà la non particolarmente accondiscendente opinione del critico James S. Russel, che, parlando del “prezzo dell’immaginazione di Thomas Heatherwick”, sulle pagine del New York Times insinua come gli incarichi a Heatherwick arrivino da ricchi investitori e filantropi che vogliono sfruttare l’allure e la fama da lui acquisite da per ammansire lo scetticismo suscitato da progetti costosi e controversi. In un mondo dell’architettura che sembra avere preso una direzione completamente diversa, sancita anche dall’ultima Biennale di Architettura curata da Alejandro Aravena, c’è ancora bisogno di simili opere?

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