Togliere all'architettura le 'maschere degli slogan': a colloquio con Iotti + Pavarani | Architetto.info

Togliere all’architettura le ‘maschere degli slogan’: a colloquio con Iotti + Pavarani

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Con il progetto “Domus Technica”, il centro di formazione avanzata Immergas a Brescello (Re), lo studio Iotti + Pavarani Architetti vince, nel 2011, la prima edizione del Premio Fondazione Renzo Piano, dedicato ai giovani talenti dell’architettura italiana under 40. Una struttura concepita come ‘laboratorio aperto’, in cui le scelte distributive, tecniche e impiantistiche contribuiscono a creare una macchina sofisticata e flessibile, in grado di funzionare alternativamente con tecnologie differenti, secondo un concept innovativo in cui l’energia necessaria al proprio fabbisogno viene prodotta attraverso il funzionamento delle macchine esposte.

A poche settimane di distanza dalla chiusura della seconda edizione del premio, Architetto.info ha intervistato in esclusiva Paolo Iotti e Marco Pavarani, per sondare, a due anni di distanza dal Premio, in che modo la vittoria ha contribuito al loro percorso e quali sono le ultime novità relative alla loro attività.

Gentili Architetti, che cosa ha rappresentato la vittoria del Premio Fondazione Renzo Piano nel 2011 all’interno del vostro percorso professionale e personale?

In questi anni il lavoro di Renzo Piano è stato per noi un riferimento costante e uno stimolo continuo a perseguire un’idea di architettura sobria, rigorosa e incisiva; il premio della Fondazione – appunto designato da Renzo Piano quale unico giurato – ha dunque rappresentato innanzitutto un momento di soddisfazione personale importante, capace di infondere in noi nuove energie. Crediamo poi che, a dieci anni esatti dalla nascita del nostro studio, questo riconoscimento abbia costituito una conferma autorevole sul fatto che la linea di ricerca fin qui seguita nel nostro lavoro è positiva, pur nella consapevolezza della necessità di rinnovare in continuazione tale percorso, alimentandolo di nuove curiosità.

Quale importanza rivestono, secondo voi, iniziative come i premi dedicati ai giovani architetti oggi in Italia?

Possono rappresentare delle occasioni importanti per far conoscere il proprio lavoro; purtroppo l’eccessiva proliferazione dei premi di architettura ne stempera un po’ la forza. Per essere più efficaci non dovrebbero esaurirsi col premio in sé, ma prevedere una campagna informativa sui media, o contemplare una ricompensa economica, o aprire occasioni ulteriori. Nel caso del Premio Fondazione Renzo Piano, ad esempio, era previsto un significativo premio economico e successivamente, su iniziativa di Renzo Piano, siamo stati coinvolti insieme agli altri due finalisti in un concorso ristretto per il completamento del polo scolastico di Cavezzo, ricostruito a tempo record con edifici “temporanei” a seguito del sisma in Emilia e bisognoso ora di una ricucitura degli spazi e di un ampliamento delle dotazioni di servizi.

Dalla vittoria del Premio Fondazione Renzo Piano a oggi, quali sono stati i progetti più rilevanti che avete curato?

Tra i più significativi, il Centro Parrocchiale di Regina Pacis a Reggio Emilia, cantiere iniziato nel 2011 e oggi in fase di completamento; il completamento delle fasi di approvazione di un masterplan a Riga, in Lettonia; la fortunata partecipazione al concorso pubblico per la rigenerazione urbana del centro di Langhirano (Pr) e a quello privato per l’involucro architettonico dei nuovi uffici operativi di Reale Mutua a Torino, ad oggi entrambi in fase di progettazione.

La Domus Technica può essere considerata un esempio, in qualche modo pionieristico, di edificio ‘di nuova generazione’. Ciò in particolare rispetto all’integrazione nel progetto di pratiche legate alla sostenibilità, all’efficienza energetica e all’impiego di tecnologie innovative per i consumi. Credete che negli ultimi due anni si sia sviluppata una sensibilità diversa su queste tematiche nel panorama della progettazione, ma anche da parte della committenza? E cosa c’è ancora da fare?

La Domus rappresenta un’idea non “muscolare” di architettura sostenibile; è nostra convinzione che la “sostenibilità” non debba vestire l’architettura come un manifesto, ma piuttosto sostanziare e strutturare le scelte strategiche, lasciando il linguaggio dell’architettura libero di agire su altri piani, e in particolare sulla relazione con un luogo e con le persone che lo abitano o che ne fruiscono. In questa direzione, quella di togliere all’architettura le maschere degli slogan, c’è ancora molto da fare.

Basandovi sulla vostra esperienza, qual è la condizione attuale dei giovani architetti che esercitano la professione in Italia? In merito alla sempre crescente ‘emigrazione’ dei progettisti, cosa si potrebbe fare per ‘trattenerli’?

Paradossalmente proprio la crisi potrebbe spingere i neolaureati a provare ad aprirsi delle strade da soli, data l’impossibilità di studi anche consolidati di assorbire nuova forza lavoro e non risultando impossibile – in genere – iniziare a “sperimentarsi” ad esempio sugli appartamenti di amici e parenti. Andare all’estero rimane poi un’ottima possibilità di crescita umana e professionale; se in Italia non c’è “domanda di architettura” (pur essendoci un’enorme “necessità di architettura”) non vediamo perché “trattenerli”.

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