Vincenzo Latina: “La bellezza sta nell’interpretare luce e materia” | Architetto.info

Vincenzo Latina: “La bellezza sta nell’interpretare luce e materia”

L'architetto dell'anno 2015 cita Platone, realizza raffinate opere nella sua Siracusa, riflette sulla reale essenza della città storica. Le riflessioni di Vincenzo Latina nella nostra intervista

ritratto Vincenzo Latina
ritratto Vincenzo Latina
image_pdf

Vincenzo Latina consegue nel 1989 la Laurea in Architettura presso lo IUAV di Venezia. Docente di Composizione architettonica e urbana dell’Università di Catania con sede a Siracusa, è insignito della Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2012, il premio assegnato da La Triennale di Milano, MIBACT e Made Expo. Sempre in tale anno, partecipa alla I e II fase dell’“European Union Prize for Contemporary Architecture Mies van der Rohe Award”, premio promosso dalla Fundació Mies van der Rohe. Nel 2015, Latina è stato nominato “Architetto Italiano dell’Anno” dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori.

Lei afferma di un’unica radice che lega le parole “tradimento”, “traduzione” e “rinnovamento” in rapporto all’architettura. Nelle sue opere, lei tratteggia un processo in cui è il contemporaneo a rigenerare l’antico lavorando su queste 3 condizioni. Ce ne può parlare?
Il tradimento, nella cultura cristiana si immagina, generalmente, come qualcosa di non sopportabile, per cui genera quel dramma, ossia quello della morte di Cristo, del Golgota e del sacrificio dell’Uomo. In effetti è così. Però, in fin dei conti, se guardiamo bene alla quotidianità, vi sono tante situazioni in cui un rapporto viene modificato di volta in volta, in cui vi sono dei patti che, a loro volta, vengono trasformati, cambiati. Anche tra parti che non sono d’accordo tra loro. D’altronde, l’etimo, ossia la radice di “tradimento” e della produzione è anche quella di “trading”, ossia del commercio. “Trading” è, in parte, pure tradire. Però, vi sono altre forme di tradimento che, a mio avviso, corrispondono alla forma e alla costruzione della città, in cui l’architetto che l’ha costruita nel tempo ha tradotto e compreso il preesistente, innestando nuovi interventi più o meno consapevoli o rispettosi del contesto. Quindi, noi ci troviamo dentro un processo in divenire e la comprensione di questo processo è, a mio avviso, anche opera del traduttore. D’altronde, noi esprimiamo quello che della città comprendiamo, cercando di re-interpretare e di rileggere quello che la stessa ci offre, ciò che noi troviamo. E allora, non si può tradurre una poesia russa fedelmente, o cinese, o qualsiasi carme in qualsivoglia lingua: non c’è fedeltà in questa cosa. Ma quel lavoro meticoloso, attento, dell’opera del traduttore, ovvero di colui che traduce e tradisce quel testo necessariamente, dovrà compierlo per rendere questo disponibile e comprensibile ai più.

Quindi, il nostro compito, operato bene, è quello di comprendere il tessuto della città e di rileggerlo, di reinterpretarlo e di dare nuove risposte, di riattualizzarlo. E, in questo caso, spunta quell’idea del rinnovamento. Il rinnovamento della città è una somma di novità, di grandi sovrapposizioni. Quindi, su questa base si rigenera quello che è l’antico. Forse qualche secolo fa non c’era neanche quest’idea del restauro, era più una forma pratica di stare al passo coi tempi, con la cultura di quel momento. Non diciamo moda, perché il fenomeno della moda è contemporaneo, più di una società consumistica, ma di essere al passo col gusto di quel tempo e, quindi, di riattualizzare la città. Quindi, ci sono varie forme di tradimento. D’altronde, io ho molta preoccupazione quando, ultimamente, si parla di “alta fedeltà”, soprattutto nei pc, nelle tv o nella strumentazione. Prima c’era l’”HD”, poi il “Full HD” e ora il “super HD”! Nella nostra cultura di matrice giudaico-cristiana, la fedeltà è un concetto molto diverso: è di durata nel tempo. Paradossalmente, ci accorgiamo che quello che, oggi, si reputa o si definisce fedele è oggetto di ampio consumo e di grande rinnovamento, mentre quella concezione che potrebbe essere strana e paradossale, ossia l’idea del tradimento, è una ri-attualizzazione ciclica di cose che, di volta in volta, si trasformano. Quindi, sembra stranamente più fedele, a intervalli, l’idea del “tradimento”, non nel senso familiare e letterale del termine quanto piuttosto la trasposizione delle cose rispetto all’idea di fedeltà a qualcosa, o a qualcuno o all’ideale. D’alta parte, le scuole sono state legate a quell’idea della “fedeltà”, ma è bene ricordare che esiste anche un detto che recita: “se non uccidi il tuo maestro, non te ne puoi liberare”! Questo penso sia una delle massime forme di tradimento. Ma, d’altra parte, se non uccidi il tuo maestro non lo rispetti, perché la tua opera sarà di degenerazione rispetto alla sua. E quindi, della tua fedeltà operi il tradimento reale.

Nella gallery di seguito, una selezione dei progetti di Vincenzo Latina

Come João Nunes, lei sostiene come la città sia una somma di palinsesti, così come lo stesso nostro tempo è dato dall’addizione di contemporaneità. Dunque, una sorta di ri-attualizzazione continua del contesto in cui operare. Tale ragionamento come si riflette nella sua pratica professionale e come si comporta, lei, verso la modernità?
Intanto, è interessante affermare che vi sono varie idee. C’è quella commerciale, propria dell’industria turistica, che prende in prestito forme di marketing da quella cosmetica per rendere tutto più lindo, più pulito, più straordinario, più efficace. Vogliono far sembrare, e in molti casi potrebbe anche apparire così ma non lo sono nella realtà, i contesti storici come qualcosa di unico, di grandemente armonioso, di grande coordinato, come se nel tempo vi fosse stato un unico grande programma. Invece, la città è una somma di programmi diversi, di tradimenti diversi. Ovvero, spesso porto questo piccolo paragone molto colorito, ma che rende l’idea, ossia quello del miele che unisce nel torrone tanti semi differenti. Dalla mandorla alla nocciola, a qualsiasi seme possa andar bene dentro questo impasto, le singole parti sono facilmente distinguibili e ciò che le tiene assieme, saldamente nella discontinuità, è l’immaginario. Sono le persone che vivono i luoghi a fornire quella propensione nel riconoscerli e nel riattualizzarli. E’ la città con le persone, con tutto il resto. Se non fosse per questo, noi troveremmo tanti fatti isolati che non hanno quell’unione straordinaria data da una forma riconoscibile, così come la propensione a riconoscersi dentro quelle opere, che è quella dell’umanità. Invece, alcuni ambienti della tutela o della storia travisano l’idea del tradizionale con la tradizione. Il tradizionale è una falsa idea di continuità della tradizione, in cui tutto si rinnova uguale, “tradizionale”. La tradizione è qualcosa di differente.

Corte dei Bottari (ph Maurizio Montagna) (1)

Corte dei Bottari – Foto © Maurizio Montagna

L’idea che i centri storici siano una sorta di confettura, una marmellata dolce, in cui le varie componenti, ossia i vari tipi di frutta, vengano frullate e cucinate assieme ne fa perdere l’identità diventando una sorta di unica pasta. Ma molto dolce, molto armoniosa, molto gradevole, piacevole. Invece, la bellezza sta nella discontinuità, ma in quella che lega quelle parti le une alle altre. Oggi, l’idea della contemporaneità è quella di essere differenti e di staccarsi fortemente, come se i contesti fossero dei luoghi da “invadere”, degli scenari da conquistare, a cui “dare carattere” come se già non ce ne fosse nei luoghi. E invece, la mia idea è quella di poter trovare delle forme di concatenazione, di sovrapposizione, in cui il nuovo sia effettivamente riconoscibile e staccato dal preesistente. Ma lo stesso preesistente non è poi così antico come può sembrare, perché tutto è contemporaneo. Quest’idea di contemporaneità e super-contemporaneità, tale in cui i processi sono così veloci e tutto viene così velocemente digerito, mi fa immaginare che tutto sia contemporaneo. Ecco, qual è la modernità? La modernità è poter prendere quale riferimento, suggestione o idea, un’opera realizzata 5.000 anni fa come una realizzata stamattina. Sono entrambe contemporanee perché entrano fattivamente e in modo attivo nel processo immaginativo, progettuale e, dunque, creativo. Quindi, tutto è contemporaneo.

In una recente conferenza, lei asseriva come la specializzazione sia la morte dei luoghi, poiché è la condizione stessa del vincolo a generarne l’abbandono. Una dichiarazione forte, se pensiamo ai molti siti italiani riconosciuti quali Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO (51 già iscritti e 41 candidati a farne parte). Qual è il giusto equilibrio tra conservazione e bisogni?
La conservazione è trasformazione. La conservazione è la gestione ordinata, coordinata, di un processo. E’ la conduzione di quel processo. Quindi, non c’è conservazione senza trasformazione. Però ci sono varie forme di trasformazione. Ahimè, e tutti gli altri siti che non sono Patrimonio dell’Umanità hanno meno valore? Io penso che l’Italia abbia una tale quantità di opere così straordinarie, che, a mio avviso, sembra un po’ pleonastico, come dire… ci sono siti archeologici, città, contesti, monumenti, che magari non rientreranno nel Patrimonio dell’Umanità. E allora? Hanno meno importanza e meno valore di quelli che vi rientrano? Assolutamente no. A mio avviso, il vero rischio, e non voglio essere frainteso in questo, è che questa idea dell’UNESCO stia diventando una griffe commerciale. Come dire, un prodotto grazie al quale posso rientrare in una lista d’immaginario turistico-collettiva sul grande mercato globale del consumo dell’arte come della cultura, che può essere più o meno di qualità. A mio avviso, molte volte queste condizioni sono parecchio delicate e creano un forte scompenso, un cataclisma in alcune situazioni. Perché in molti casi alcune città dell’UNESCO, soprattutto per i fattori dell’Europa e dell’Italia, che rientrano negli ambiti turistici dei tour operator, rischiano di diventare una simile all’altra. Gli stessi negozietti, le medesime condizioni, con la pari specializzazione e con l’identica vocazione turistica. Assegnare la vocazione turistica alla città significa metterla a rischio, perché impone l’espulsione degli individui che non fanno parte di quel sistema turistico, come è successo con Venezia e come accade in molti centri storici. Quindi, avviene il subentro all’attività artigianale e commerciale di quella che vive grazie al turista, che affitta la casa per 20 giorni o dei negozi di cartoline, in una trasformazione non così felice come si possa immaginare. E poi vi è un’altra condizione strana: l’idea, questa dell’UNESCO, che possa generare delle tassidermie. La tassidermia è una forma di congelamento, come se quell’immagine si fermasse là. Invece, la conservazione sta nella trasformazione. Quindi, il voler congelare come in una fotografia quel prodotto e cercare di lasciarlo così, è un’idea balsana. E’ un’idea che non sta nella realtà delle cose. Come dicevo prima, la trasformazione è fondamentale, ma ci vuole un’attenta trasformazione. Quindi, l’idea di voler far del bene, e magari i principi ci sono tutti, a volte produce risultati non così efficaci in quanto genera degli appetiti da parte dei grossi gruppi industriali, turistici e ricettivi, che fanno sì che quel bene venga di fatto stravolto, modificato. E quindi, quest’idea del patrimonio dovrebbe essere meno commerciale, legata a condizioni purissime, molto peculiari, di qualcosa che si sta perdendo e che bisogna proteggere. Ma non una forma di griffe legata ad un territorio, in cui io sono migliore del territorio che mi sta a fianco, perché io ho il bollino dell’UNESCO e tu no!

Dell’autore dell’intervista a Vincenzo Latina, Fabrizio Aimar, è disponibile la collana “Edifici alti e grattacieli”, pubblicata nel 2016 e disponibile qui

Riguardo le sue opere, lei afferma che lo spazio dev’essere “filmico”, necessitando questi di una processionalità rispetto ad un percorso suggerito. Per fare ciò, come gestisce le discontinuità della città storica rispetto all’operare progettuale?
“Filmico”, ma nel senso buono! Non nel senso che l’architettura diventi spettacolo; no, è completamente diverso. E’ l’idea di un piano-sequenza di una sceneggiatura chiara quando si progettano spazi, materiali, superfici, colori, suggestioni, fascinazioni di luoghi o anche immagini, o immaginari, di quei luoghi. Quindi, è un lavoro in cui vengono soppesate delle fasi. Gli edifici sono spazi da attraversare e vi possono essere spazi più lenti, più radicati così come spazi più veloci. Il grande, magnifico Le Corbusier non piazzava le rampe a caso perché voleva fare questo gesto strano di movimento, ma perché la rampa, in quella condizione, generava un approccio lento nello scoprire lo spazio. Quindi, di comprensione di tutto l’intorno che gira accanto, di passeggiata architetturale, molto diverso da una scala che permette di raggiungere in modo veloce un posto. Dunque, qual è l’idea filmica, nel senso buono? E’ quella di poter gestire spazi veloci e spazi lenti. Spazi di grande suggestione, di grande carattere, a degli spazi, a dei luoghi, con minor propulsione. Come accade per le composizioni musicali, ci sono momenti a bassa intensità da alternare a momenti in cui tutto può assumere dei caratteri ben diversi, più pregnanti, più intensi. E questo si può tradurre anche nella definizione dei materiali, nei costi degli edifici ma anche nella città. Non tutto dev’essere bellissimo o luccicante, ma vi possono essere anche parti modeste, tranquille, serene. Anche questo serve a delle eccezionalità per renderle tali. Dunque, la gestione è l’equilibrio tra le cose. Questo lo ritrovo molto in alcune situazioni di straordinari film, in cui vi è l’immagine e l’immaginario in una sequenza scenica che si svolge in ambiti differenti, e che trova dei momenti di attraversamento e di fruizione dello spazio.

Case Blu (2)

Case Blu

In chiusura, lei afferma che “l’archeologia è magnete dell’architettura e suo ammonimento.” Dunque, lei lascia intendere una responsabilità verso il costruito, inteso questo come un segno nel tessuto urbano che potrebbe essere permanente. In una condizione contemporanea che privilegia la precarietà, quale sarà questa eredità materiale verso il contesto?
Vi sono varie forme di archeologia, anche contemporanee. Io penso che l’ineluttabile aspirazione dell’architettura, processo del fare e del costruire, stia in questa lenta trasformazione e che questa porterà necessariamente al decadimento, alla fine lenta e inesorabile. Dentro questo processo ve n’è un altro, in cui gli edifici assumono caratteri differenti sino, nel migliore dei casi, alla condizione archeologica. Ma sono i casi più fortunati, quelli migliori, in cui gli edifici, prima di scomparire del tutto, possono essere riconosciuti come archeologie. D’altronde, l’idea di immortalità e di perennità delle cose sappiamo tutti che non esiste. Ma, a sua volta, la forte accelerazione del processo di trasformazione, ossia quello dell’architettura in cui la scadenza è preordinata, dà l’idea dell’edificio macchina. Noi, invece, non progettiamo, non realizziamo delle macchine o dei prototipi per abitare, ma realizziamo delle condizioni esistenziali. E queste condizioni esistenziali, molte volte, presuppongono e vanno oltre la funzione di quel periodo e dell’umanità che in quel momento va a vivere quel luogo. Quindi, bene o male, la condizione della contemporaneità è difficile anche da poter descrivere, perché siamo passati, rapidamente, da una condizione di iper-luccicante, iper-tecnologico, dalle strutture calandrate-sagomate delle geometrie di Zaha Hadid e di Gehry all’approccio dell’ultima Biennale. E’ un forte segnale. Ma anche l’ultimo Premio Pritzker ha delle forme di contaminazione molto diverse. Addirittura nell’intervento di Koolhaas al Fondaco dei Tedeschi, a Venezia, dalle prime immagini pubblicate si scorge che vi è questo finto antico o finta archeologia in cui egli lascia a vista le travi, il cemento armato, in cui scortica pareti… C’è un’idea strana di dare senso a quello che è la stratificazione delle cose. Questa, molte volte, è generata da una condizione che va oltre a quello che è l’intervento dell’uomo di per sé, al ciclo biologico stesso delle cose, che decade. In molti casi, l’idea di accelerare dei processi rischia di diventare un po’ balzana, un po’ strana, un po’ teatrale, un po’ da Disneyland o un po’ da Cinecittà in stile Ben Hur. L’archeologia non è qualcosa a cui noi possiamo pensare nel progetto. Tuttavia, c’è anche un’altra cosa molto interessante, teorizzata nell’800, che recitava “Ricordatevi di progettare belle rovine”. Se in un processo progettuale si immaginano delle parti fortemente resistenti e persistenti all’azione del tempo, al di là della condizione materiale del rivestimento e dell’aspetto tecnologico, quella parte preesistente ha più probabilità, o possibilità, di resistervi. Louis Kahn è maestro nell’abbinare elementi particolarmente dolci e vulnerabili, come il legno, ad elementi che nell’immaginario sono assai più resistenti. Ma che poi non lo sono: non è che il calcestruzzo permane! Però nell’immagine di Louis Kahn quest’idea della “nuova pietra” dava la visione della perennità e dell’archeologia mentre invece, quella del legno, con i suoi rivestimenti e le straordinarie parti morbide, dell’invasione e della trasformazione. E dunque, la parte del fossile, che resta, è quella del calcestruzzo.

Dello stesso autore, leggi: Come l’architettura modella il comportamento: intervista a Kim Herforth Nielsen (3XN)

Copyright © - Riproduzione riservata
L'autore
Vincenzo Latina: “La bellezza sta nell’interpretare luce e materia” Architetto.info