Zaha Hadid, in memoriam: parlano collaboratori, studiosi ed outsider | Architetto.info

Zaha Hadid, in memoriam: parlano collaboratori, studiosi ed outsider

Dagli ingegneri di Arup agli studi di architettura che hanno collaborato con lei, fino allo studioso di modellazione parametrica Arturo Tedeschi: abbiamo raccolto in esclusiva il ricordo di Zaha Hadid che conservano alcuni 'outsider'

Zaha Hadid by Mary McCartney
Zaha Hadid by Mary McCartney
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Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un commosso ricordo di Zaha Hadid, scomparsa prematuramente nei mesi scorsi, che raccoglie le parole dei suoi collaboratori più stretti e ‘quotidiani’, quelli dello studio Zaha Hadid Architects. Ci sono però moltissime persone che, al di fuori di ZHA, hanno avuto modo di lavorare a stretto contatto con Zaha: società di consulenza strutturale che hanno lavorato ai suoi progetti (vedi Arup, su tutte), autori di testi dedicati all’innovazione in architettura, colleghi stessi provenienti da altri studi che si sono trovati ad avere a che fare con la Hadid. In questo articolo abbiamo raccolto le loro parole (si ringrazia Arturo Tedeschi).

“Legacy of Zaha Hadid”, “L’eredità di Zaha Hadid”. Slogan nitido e rispetto al quale, a due mesi ormai dalla tragica dipartita di Zaha, l’affannoso commiato dei media cerca di tratteggiare una ammessa eredità dell’architetto anglo-irachena e delle possibili traiettorie future di un team (gli “insider”) che appare sì orfano, ma coeso intorno alla difesa (e all’evoluzione) di quell’imprinting, base e visione dell’architettura di Zaha Hadid.

Una metafora dell’importanza di Zaha Hadid non solo come figura centrale nel mondo dell’architettura degli ultimi vent’anni, ma come leader per una generazione di progettisti. Guida effettiva per chi ha avuto il privilegio di lavorare per lei e simbolica per quanti hanno condiviso non solo il linguaggio dello studio, ma ne hanno assimilato i valori. Al punto da rendere paradossalmente sfumata la differenza tra insider e outsider in termini di eredità culturale, creando una sorta di continuità paragonabile alle geometrie seamless delle sue opere.

Un primo spunto circa l’eredità teorica nell’attività di ricerca e di didattica degli outsider ci viene offerto da Arturo Tedeschi, autore del testo “AAD Algorithms-Aided Design” in cui vengono affrontate le basi teoriche e tecniche degli algoritmi di modellazione parametrica. Tedeschi, architetto, è Consulente Digitale presso il Politecnico di Milano e fondatore dello studio A>T; in precedenza ha collaborato con lo sede londinese di Zaha Hadid Architects e presso Pica Ciamarra Associati. Ecco il suo punto di vista:

“Quando nel 2009 iniziai ad occuparmi di strumenti digitali per l’architettura, numerose ricerche in rete mi condussero verso un blog dal titolo simbolico, ‘We Work For Her’, diretto da membri dello studio Hadid, che regolarmente pubblicava contenuti strettamente legati alle sperimentazioni più avanzate dello studio inglese nel campo della modellazione parametrica e dello scripting. I risultati di tali esperimenti sono diventati, in alcuni casi, il DNA di complessi progetti urbanistici, in altri, il sistema di generazione formale di edifici e oggetti firmati dallo studio.
“’We Work For Her’ ha rappresentato una sorta di buco della serratura verso un universo affascinante, ai tempi difficilmente accessibile. A sette anni di distanza, come ricercatore e divulgatore, individuo una convergenza globale verso l’utilizzo di strumenti e tecniche digitali (in particolare verso i tools di simulazione e modellazione algoritmica). E non posso non riconoscere a Zaha Hadid il merito di averne mostrato le potenzialità attraverso i suoi progetti, esplorando spesso territori e traiettorie progettuali inedite (Arum, Liquid Glacial Table), in altri casi reinterpretando ricerche pionieristiche compiute, in passato, con tecniche analogiche (Kartal-Pendik Masterplan).

Residenze CityLife a Milano - © David Bombelli

Residenze CityLife a Milano – © David Bombelli

La fascinazione esercitata dalle sue opere ha portato un numero sempre maggiore di studenti, architetti e designers ad avvicinarsi allo studio di processi, sistemi e set di strumenti appartenenti ad ambiti eterogenei (cinema, animazione, matematica e biologia) al punto da condizionare indirettamente, ma in modo rilevante, l’insegnamento dell’architettura e il modo stesso in cui, oggi, ne intendiamo i confini disciplinari.”

Proprio dell’influenza del workflow dello studio Hadid nell’attività professionale degli outsider, parliamo con Vincenzo Reale, attualmente ingegnere strutturale presso Arup London. Laureatosi all’Università di Ingegneria di Bologna, ha successivamente conseguito un Master in Architettura presso l’Architectural Association di Londra. Durante la sua carriera ha lavorato in diversi studi di architettura contemporanei quali Zaha Hadid Architects, Antony Gormley Studio e Tom Wiscombe Emergent Architecture.

“Penso che molto spesso, quando l’opera e la figura di Zaha Hadid vengono analizzate, si sottovaluti il reale impatto che esse hanno avuto, sia sulla concezione che sulla pratica dell’architettura. Ritengo che molti, sia tra i detrattori che tra gli ammiratori di Zaha, abbiano indirizzato le loro riflessioni quasi esclusivamente verso la parte ‘solida’ delle forme sinuose di molti progetti dello studio, concependo superficialmente la forma architettonica come un insieme bidimensionale di linee curve la cui analisi possa limitarsi ad una lettura formale di disegni costruttivi. Al contrario, credo che alla base dell’opera di Zaha Hadid ci sia un’intuizione rivoluzionaria dello spazio architettonico, insieme ad una nuova concezione su come progettarlo e come poterlo rendere reale.
Ecco, ritengo che verso questa intuizione di spazio, verso questo spiraglio visuale su di un futuro possibile, si sia mossa fin dall’inizio la pratica e l’estetica di Zaha e del suo studio. Grazie alla sua tenacia e alla sua perseveranza, Zaha è riuscita a coagulare intorno a sé eccellenze nel campo dell’architettura e dell’ingegneria che l’hanno seguita nel suo viaggio. E quando questo iniziò non esistevano nemmeno gli strumenti per portarlo a termine.

Dongdaemun Design Plaza Seoul © Virgile Simon Bertrand

Dongdaemun Design Plaza Seoul © Virgile Simon Bertrand

Nacque un nuovo modo di guardare agli strumenti informatici come ‘generativi’ dello spazio, e applicarli all’architettura, guidato e reso necessario dalla visione di un gruppo ristretto di architetti tra i quali spicca sicuramente Zaha. Tra tutti questi, lei è stata senz’altro la prima che ha saputo traghettare l’innovazione in pratica, lavorando e combattendo costantemente affinché quelle immagini, ora tridimensionali ma allora semplicemente digitali, divenissero reali.
Ed è arrivando alla materializzazione della sua visione in questi e molti altri progetti che Zaha ci ha saputo stupire, perché gli spazi del futuro che ha creato non sono la riproposizione superficiale di ambienti presi in prestito dal cinema o dalla letteratura di fantascienza. Le architetture che ha realizzato sono qualcosa di inaspettato, un’esperienza fluida e continua caratterizzata da un’eleganza estrema, essenziale nel tratto ma complessa nelle molteplici letture e possibilità di esperirle, capace di sfuggire a qualsiasi catalogazione.”

Grandi successi professionali costruiti, dunque, su un’etica del lavoro, corrisposta necessariamente a quella umana intesa come essere sociale. Un accompagnare il tecnicismo all’umanesimo che ha influito sul rapporto personale e lavorativo di Ermis Chalvatzis e Natassa Lianou, direttori di Lianou Chalvatzis Architects (LC-A), con sede a Londra. Prima di fondare il proprio ufficio, sono stati membri del team progettuale d’élite di Zaha Hadid Architects in qualità Senior Architects, curando progetti tra i quali il nuovo aeroporto di Pechino.

“Zaha è sempre stata positiva e gentile con noi. Non l’abbiamo mai vista quale nostro capo, ma piuttosto come il nostro mentore. Un’opportunità unica quella di collaborare e imparare da lei, di conoscerla nei vari aspetti della sua vita. Era sempre alla ricerca di nuove idee, di maggiori opzioni progettuali e noi abbiamo lavorato duramente per creare un design fresco e innovativo. Durante questi 4 anni che siamo stati con lei, abbiamo compreso che si può sempre aspirare al meglio e che attraverso il duro lavoro questo si può raggiungere.
Abbiamo imparato ad innalzare continuamente i nostri obiettivi personali e professionali, senza mai scadere in stati d’animo e di vita ossessivi, pazienti e fedeli ai nostri obiettivi grazie alla disciplina e al duro lavoro, costantemente alla ricerca del nuovo e di nuove scoperte.

Serpentine Sackler Gallery ©Luke Hayes

Serpentine Sackler Gallery ©Luke Hayes

Il mondo ha perso una personalità unica che ha mutato il significato del design e dell’architettura. Zaha ha mostrato che esiste sempre un altro modo di agire rispetto a quello standard. Per noi non era solo un’icona, bensì uno stato d’animo. Lei ci ha insegnato che l’architettura è qualcosa di duro, paragonabile all’ascetismo: ti devi spingere al limite, rimanendo concentrati in ciò in cui credi.
Dopo il suo funerale vi è stato un momento di raccoglimento presso la Serpentine Sackler Gallery per il suo memoriale. Si tratta di uno spazio che crediamo incorpori la sua aura. Al termine della cerimonia commemorativa, oltre noi erano presenti solo poche persone che hanno lavorato a stretto contatto con lei. C’era un poster con sue immagini e, di fronte a questi, la sua candela profumata preferita. Improvvisamente, il manifesto è caduto, la candela si è spenta e il profumo ha pervaso lo spazio.
Noi tutti ci guardammo, l’un l’altro, e ad un tratto, qualcuno ha esclamato: ‘Non capite? Ci dice di andare! Di tornare al lavoro e spingere oltre i confini dell’architettura!’”

 

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