Il restauro tra tecniche tradizionali e innovazione: intervista a Francesco Doglioni | Architetto.info

Il restauro tra tecniche tradizionali e innovazione: intervista a Francesco Doglioni

Conoscere le tecniche costruttive del passato e' elemento essenziale per operare con tecniche di restauro oggi. Ne parliamo con Francesco Doglioni, docente Iuav

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Conoscere le tecniche costruttive del passato, spesso con specificità locali, è elemento essenziale per operare con tecniche di restauro oggi. Molti edifici dei centri storici italiani presentano problemi che richiedono al professionista il saper leggere l’edificio come fabbrica. Abbiamo chiesto a Francesco Doglioni, docente presso lo IUAV di Venezia e autore nel volume Tecniche di restauro architettonico”, di riprendere alcuni temi toccati nel recente convegno in tema di “Metodi e tecniche di restauro architettonico” a Mestre. Francesco Doglioni sarà tra i protagonisti del seminario formativo in programma a Trento il 23 novembre 2015 e dedicato al tema “Metodi e tecniche di restauro”, insieme a relatori del calibro di Ezio Giuriani e Giovanni Carbonara (per iscriversi, clicca qui).

Lei ha affermato che conciliando tradizione e tecniche innovative potremmo raggiungere ottimi risultati, ma che non sempre siamo in grado di farlo. Cosa intende con questa affermazione?

Intervenire con tecniche di restauro adeguate oggi richiede anche saper leggere l’edificio come fabbrica e riconoscere le tecniche costruttive del passato, che spesso presentano specificità locali assai diverse. Il vero problema è che questa crisi, nell’ambito dell’edilizia in generale e anche in quello del restauro, impedisce il verificarsi di efficaci sperimentazioni applicative: ciò comporta un certo rallentamento nell’evoluzione delle tecniche. Si pensi ad esempio alle iniezioni per il consolidamento murario: sono pochissime le ricerche in questo campo. Il problema di consolidare la muratura riguarda tutta l’Italia (e non solo), ma richiede investimenti anche per la ricerca. Se questa non c’è, non può essere vicariata da un singolo cantiere, dove si possono fare utili sperimentazioni, trovare singoli accorgimenti, ma non si può innescare una filiera produttiva.

Rispetto a una varietà di tecniche costruttive che presentano specificità locali molto diverse, quale può essere l’apporto da parte dei professionisti e delle università per l’adozione di buone pratiche nel restauro architettonico?

Il libero professionista può contribuire molto alla ricerca e all’adozione di tecniche di restauro: la progettualità, di fronte alla miriade di situazioni puntuali e locali, è comunque utile e può portare a soluzioni che possono essere utilizzate in altri casi affini. È un fatto estremamente stimolante per la professione, se fatta con attenzione e con passione per il risultato da raggiungere.

Per quanto riguarda le facoltà di Architettura, una parte degli studi di ciascun insegnamento di restauro riguarda i cosiddetti caratteri costruttivi, ossia il modo con cui nel passato in ciascuna zona si è progettato, costruito e anche modificato nel tempo un edificio presente in quella determinata area, legata a sua volta a specifici materiali e tradizioni. Vi è certamente un radicamento col territorio, che forse manca di quadri d’insieme, difficili da realizzare, ma che comunque oramai presenta molti punti di riferimento. A Venezia, due anni fa, con un’unità di ricerca dello IUAV, abbiamo inoltre realizzato lo studio “Forme della costruzione, forme del dissesto”, proprio per mettere in relazione il modo con cui le strutture veneziane sono state realizzate, come si sono comportate nel tempo e soprattutto come i loro dissesti sono collegabili al modo in cui sono state costruite. Se il professionista conosce questo nesso, può intervenire in maniera più mirata e, a mio avviso, più efficace. Se non lo conosce, rischia invece di fare gravi errori di valutazione e di operare interventi sbagliati.

Saprebbe indicare uno o più casi di interventi recenti che a suo avviso presentano soluzioni interessanti di restauro architettonico?

Bisognerebbe in realtà precisare il campo, perché alcuni interventi possono risultare di punta in merito ad un dato aspetto, ma non contenere la complessità delle tematiche. Vedo alcuni esempi portati a termine dai colleghi della Soprintendenza veneziana, come Palazzo Grimani, che secondo me sono assolutamente significativi e importanti. Certo poi il fatto che il tessuto di interventi si sia rarefatto rende difficile una comparazione di questo tipo.

In generale vale il principio di cercare, in modo artigianale ma accurato, di porsi in relazione alla fabbrica. In questo conosco diversi colleghi in Veneto che cercano di realizzare ogni volta “un vestito su misura” rispetto alle esigenze dell’edificio. È questo il vero problema: non avere un atteggiamento impositivo o preconcetto applicando tecniche già fatte, bensì verificare ogni volta ciò di cui la fabbrica ha bisogno.

 

 

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