Il Tecnopolo di Reggio Emilia, tra passato e futuro industriale | Architetto.info

Il Tecnopolo di Reggio Emilia, tra passato e futuro industriale

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Era uno dei luoghi che incarnavano l’identità operaia reggiana: dall’eccidio di 9 lavoratori il 28 luglio 1943 da parte dell’esercito a seguito di una pacifica manifestazione antifascista, all’occupazione e autogestione della fabbrica tra l’ottobre 1950 e l’ottobre 1951 contro il massiccio piano di licenziamenti in vista della riconversione postbellica. 

Fondate nel 1901, dalle Officine Meccaniche Reggiane usciranno a ridosso della Seconda guerra mondiale numerosi aerei da combattimento (tra cui, su licenza, anche dei Caproni e dei Piaggio), oltre a locomotive e rotabili ferroviari, tram, motori, mezzi cingolati, impianti per zuccherifici, gru portuali e navi-gru.

L’intero comparto delle Reggiane – una ventina di capannoni e tre palazzine uffici su un lotto di 26 ettari a est del centro urbano, appena al di là della stazione ferroviaria – risulta dismesso dal 2008. Nonostante i numerosi studi di fattibilità e progetti, sulla base di un masterplan elaborato dal locale Centro cooperativo di progettazione (Ccdp) con i torinesi Isolarchitetti – cui si è frapposta anche una proposta firmata da Emilio Ambasz – solo nell’ottobre scorso una prima piccola porzione è ritornata operativa. 

Si tratta del Tecnopolo, al momento unico realizzato dei 10 centri di innovazione regionali previsti dalla Rete alta tecnologia dell’Emilia Romagna. A fronte di un investimento in progetti di ricerca per 10,6 milioni con 88 ricercatori coinvolti, esso mira a diventare un luogo d’interscambio tra l’Università di Modena e Reggio Emilia e le aziende, tra pubblico e privato nei settori della meccatronica, della green economy e dell’agroalimentare, in base alle ricerche promosse da Rei (Reggio Emilia innovazione).

L’intervento riguarda il recupero del Capannone 19, di cui sono stati conservati la struttura portante metallica e l’involucro (sostituendo tuttavia le coperture), comprese alcune vestigia delle lavorazioni industriali un tempo ospitate. La tipologia basilicale dell’impianto “detta” l’unico ampliamento: l’aggiunta, su uno dei fianchi, di una quarta “navata” – destinata a spazi di servizio – che altera la simmetria della sezione trasversale ma che ne riprende senza soluzione di continuità l’andamento della copertura inclinata a capanna. 

All’interno, lo spazio indiviso a grande scala della “cattedrale” è parzialmente occupato da moduli scatolari in legno, energeticamente autosufficienti, componibili su tre livelli che scandiscono la sequenza di percorsi, articolati in galleria e allineati sul retro, alternando porzioni aperte a terrazza ad altre semichiuse e chiuse, adibite a laboratori e uffici. Foyer e sala riunioni sono ricavati con separazioni trasparenti e opache, mentre gli impianti, interpretati come eredità del processo industriale, ricalcano le geografie dei percorsi meccanici riutilizzando passaggi e forometrie. Tutte le opere sono eseguite a secco, favorendo così la reversibilità dell’intervento. Complessivamente, ne risulta un’immagine scenografica d’ispirazione urbana, organizzata all’interno di un palinsesto rappresentato dal grande contenitore.

Gli spazi ad alta tecnologia dei laboratori risultano dalla composizione di blocchi autoportanti completamente lignei (abete e larice), con pareti intelaiate realizzate tramite il sistema Platform Frame, ovvero formate da elementi verticali in legno massiccio giuntato di testa a tutta sezione (KVH; 80×120 o 120×120, posti a un interasse variabile non superiore a 62,5 cm), da correnti inferiore e superiore (sezione 120×80) e da pannelli di rivestimento strutturale in Osb spessi 15 mm, posti generalmente sul solo lato interno e collegati all’intelaiatura con graffe (cambrette). Tali pareti sono completate verso l’esterno da uno o due pannelli di cartongesso e da un pannello di legno a vista, mentre verso l’interno è posizionata una controparete REI60. L’attacco alle fondazioni avviene tramite barre filettate in acciaio e piastre angolari holdown. Gli orizzontamenti d’interpiano sono realizzati tramite travi in legno massiccio giuntato di testa a tutta sezione (sezione 100×240) e doppio pannello di Osb da 18 mm, al fine di rendere rigido il piano.

L’intervento di riqualificazione del Capannone 19 è stato insignito di due riconoscimenti internazionali: primo classificato nella nona edizione del Premio innovazione e qualità urbana promosso dalla casa editrice Maggioli; menzione speciale del Premio Domus restauro e conservazione 2013 promosso dall’Università di Ferrara insieme alla Fassa Bortolo. “Fra quelli presentati – si legge nel testo elaborato dalla giuria del premio Domus – si tratta di un intervento che ha avuto il merito di affrontare non temi dai quali ricavare particolare notorietà, ma temi sui quali investire attenzioni. Se per un verso le soluzioni proposte negli interni si configurano come utilizzazione ‘altra’ dalla struttura restaurata (senza con ciò tradire la vocazione iniziale della architettura industriale metallica), per altro verso l’immagine di insieme appare complessivamente conservata in senso pieno, mostrando una attitudine ed una potenzialità che potrà utilmente concorrere a salvare una stagione ed uno specifico settore della produzione architettonica dei secoli Diciannovesimo e Ventesimo”.

Fig.: Andrea Oliva dello studio Cittaarchitettura di Reggio Emilia.

I dettagli del progetto

Committente: Comune di Reggio Emilia

Progetto: Arch. Andrea Oliva (studio Cittaarchitettura, Reggio Emilia)

Collaboratori: Ing. Marco Pio Lauriola (strutture in legno), Ing. Leonardo Berni (strutture in C.A. e ferro), Studio Alfa Srl (impianti), Ing, Giacomo Fabbi, Arch. Luca Paroli, Arch. Marinella Soliani

Ditte e imprese esecutrici: Reale Mario Srl (opere edilizie), Intec Spa (impianti), Sistem Costruzioni Srl (strutture in legno), Lesko Srl (serramenti)

Cronologia: progetto 2010-2011, cantiere 2011-2013 

Superficie: 3.500 mq

Costo: 5,5 milioni (fondi regionali e comunali)

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L’autore


Luca Gibello

Si laurea presso la Facoltà di Architettura di Torino nel 1996 e consegue nel 2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Luca Gibello svolge attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia ed è stato docente presso il Politecnico di Torino di Storia dell’architettura contemporanea e Storia della critica e della letteratura architettonica. Dal 2004 è caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”, mentre da settembre è titolare del corso di Architettura dei rifugi alpini presso la facoltà di Ingegneria edile – Architettura dell’Università di Trento. Autore e co-autore di libri e saggi, ha svolto il coordinamento scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (a cura di Carlo Olmo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003). Nel 2011 pubblica il libro Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, primo studio sistematico sul tema e dal 2012 è presidente della neocostituita associazione Cantieri d’alta quota.

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