Open Heritage: rilievo e digitalizzazione per il patrimonio architettonico | Architetto.info

Open Heritage: rilievo e digitalizzazione per il patrimonio architettonico

Il progetto portato avanti da quasi 20 anni dall’associazione CyArk ha mappato oltre 200 siti in tutto il mondo ed è oggi in via di caricamento su Google Arts &Culture: arriveremo alla stampa in 3d?

Modellazione del monastero di Geghard in Armenia
Modellazione del monastero di Geghard in Armenia
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Tra le sempre più accurate ricostruzioni di parti del corpo umano, la realizzazione di veicoli, la costruzione di edifici di dimensioni sempre maggiori (e di loro parti anche strutturali) e anche di intere, seppur piccole, infrastrutture, è possibile che processi di digitalizzazione e di stampa 3D sempre più evoluti diano un concreto aiuto anche a conservazione, preservazione e trasmissione del patrimonio e agli interventi sul patrimonio? Secondo il progetto Open Heritage, che vede impegnata in prima fila l’organizzazione no profit CyArk, basata negli Stati Uniti e oggi sostenuta da Google, sì. E tutte le sue potenzialità iniziano a essere ben evidenti attraverso i risultati delle campagne di mappatura, rilievo e digitalizzazione portate avanti in quasi vent’anni di attività, rintracciabili sul sito dell’associazione e in parte riversate in una sezione del sito Google Arts & Culture.

Tecnologia a servizio della memoria

L’idea che porta alla nascita di CyArk, in seno alla quale si sviluppa il progetto Open Heritage, nasce quasi venti anni fa, nel 2001, quando i Talebani distrussero le gigantesche statue millenarie dei Buddah nella valle di Bamiyan, in Afghanistan: le immagini dello scellerato gesto fecero il giro il mondo generando indignazione, sconcerto e preoccupazione insieme a un sentimento di impotenza portato dalla consapevolezza dell’incapacità di difendere un patrimonio minacciato di cui le statue di Bamiyan non erano che la punta dell’iceberg.

CyArk viene fondata nel 2003 (unione delle parole Cyber e Ark), associazione nata con l’obiettivo di creare una sorta di arca virtuale del patrimonio culturale mondiale, ottenuta attraverso restituzione digitale, archiviazione e condivisione di un lavoro di rilievo che è stato poi portato avanti con progetti differenti, inizialmente sostenuti dal volontariato e da collaborazioni con università e istituti di ricerca e oggi sponsorizzato e sostenuto da oltre 230 tra istituzioni, atenei e privati.

Il lavoro di mappatura finora realizzato, che, attraverso tecniche di rilievo laser, fotogrammetria e l’impiego di droni ha portato alla creazione di modelli 3D in alta risoluzione e dettagliati in ogni particolare di siti ed edifici, ha permesso di includere nella biblioteca virtuale di CyArk le indagini su oltre 200 siti che, grazie all’accordo siglato con Google, sono in parte disponibili online su Arts & Culture, che già raccoglie immagini in alta risoluzione di opere d’arte esposte nei musei di tutto il mondo, attraverso Google Cloud Platform a chi ne farà richiesta per un uso non commerciale.

Cosa è disponibile su Google Arts & Culture

I siti condivisi comprendono monumenti come la Porta di Brandeburgo a Berlino, capolavori dell’architettura contemporanea come la Sydney Opera House di Jørn Utzon e costruzioni come lo spettacolare monastero di Geghard, patrimonio dell’Umanità Unesco nella provincia armena di Kotayk. Anche l’Italia non manca, presente con la piazza dei Miracoli di Pisa, altro patrimonio Unesco, e le sempre più in pericolo rovine di Pompei.

Il progetto Open Heritage potrebbe già avere, purtroppo ma forse anche per fortuna, le prime possibilità di concreta applicazione. Il progetto di mappatura e rilievo avviato a giugno 2016 in Myanmar sui templi della valle di Bagan è, sebbene limitato dal poco tempo di lavoro, uno dei punti di partenza per rimediare ai danni causati al tempio Ananda Ok Kyaung, colpito, insieme ad altri 200, dal terremoto che si verificò nell’area nell’agosto dello stesso anno e oggi al centro di un progetto pilota finanziato dall’Unesco. Ma anche il lavoro eseguito sul palazzo ottomano Al Azem di Damasco, in una Siria sempre più dilaniata dalla guerra civile che ha portato la distruzione delle rovine di Palmira, potrebbe essere utile in caso danni a conflitto finito.

In futuro le emergenze potrebbero portare un numero sempre maggiore di richieste di intervento a causa della fisiologica vetustà dei manufatti, e di catastrofi naturali, come terremoti e maremoti, e causate dall’uomo, come le guerre o i cambiamenti climatici dagli effetti sempre più devastanti.

Nell’impossibilità di avere un ruolo nell’impedire la perdita, la sfida, tutta da vincere, è quella di allargare il più possibile il contenuto di questa moderna arca digitale. Le modalità di utilizzo sono ancora in parte da esplorare: si può partire dallo studio e passare all’esplorazione casalinga personale per arrivare, forse in futuro, alla stessa stampa 3D di intere parti di manufatti distrutti.

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