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Rigenerazione urbana: il nuovo Parco Dora a Torino

Efficace esempio di realizzazione del “bene comune”, porta la firma di Peter Latz e recupera parte della più grande area dismessa cittadina attraverso un riuscito processo di rigenerazione urbana

Foto: Ornella Orlandini
Foto: Ornella Orlandini
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Scelto tra i 20 esempi di “bene comune” presentati all’interno del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia, dal comitato di indirizzo e dai curatori TAMassociati, Parco Dora è situato nella prima periferia nord di Torino e contribuisce a recuperare la più grande area dismessa che il progressivo ma costante abbandono dell’attività manifatturiera nata e cresciuta a servizio della Fiat ha lasciato in eredità alla città.

Parco Dora, attraversato dall’omonimo fiume affluente del Po da cui prende il nome, ha avuto la capacità di diventare un vero e necessario spazio collettivo al servizio di un nuovo quartiere sorto, con esiti oscillanti e alta densità edilizia, intorno all’area a partire dai primi anni Duemila in realizzazione di quanto tracciato qualche anno prima dal nuovo piano regolatore della città. L’intervento ha infatti radici che affondano nella metà degli anni novanta, nel 1995, quando viene approvato il PRG elaborato da Vittorio Gregotti e Augusto Cagnardi, tutt’ora operativo, che ha impostato lo sviluppo della città lungo la direttrice segnata sul territorio dal passaggio della linea ferroviaria.

Su questo asse, denominato Spina centrale, ha individuato quattro punti di progressivo intervento identificati da altrettanti nuclei di aree industriali dismesse che sono diventate punto di partenza di un processo di riqualificazione dagli esiti a volte controversi e non ancora del tutto compiuti: Spina 1 con le ex officine Fiat Materferro, Spina 2 con il nucleo Politecnico-Officine Grandi Riparazioni-stazione di Porta Susa-grattacielo Intesa San Paolo, Spina 3 incentrata sulla residenza, il terziario e sulle aree di servizio alla collettività e, spostandosi verso nord, la non ancora compiuta Spina 4.

 

Parco Dora, esteso per 37 ettari nel centro di Spina 3, si realizza in seguito a un concorso di progettazione lanciato dalla Città di Torino nel 2004 per dare realizzazione al piano generale elaborato da Jean-Pierre Buffi e Andreas Kipar e imposta un recupero dell’area di ampio respiro rivolto alle migliori esperienze internazionali. Il concorso è infatti vinto da un raggruppamento di professionisti locali e nazionali guidato dal tedesco Peter Latz, già autore del celebrato parco di Duisburg-Nord, che nel 1999 ha completato la riconversione a parco pubblico dell’area industriale dismessa dell’Antica fornace di Tyssen, nel distretto tedesco della Ruhr.

Il progetto, che interviene su un’area sulla quale dal 2006 svetta anche la nuova chiesa parrocchiale del Santo Volto completata su progetto di Mario Botta insieme agli annessi nuovi uffici della Curia, mette insieme i lotti di cinque ex fabbriche e utilizza quello che resta delle vecchie strutture rendendole un insieme organico (e molto frequentato) che esalta le caratteristiche delle singole aree e restituisce la memoria del passato industriale di una città che per decenni è stata una “one company town” in via quasi esclusiva.

Partendo dal primo nucleo di recupero, la creazione del Science and Environment Park completato nel 2005, il progetto trasforma le cinque ex aree industriali Ingest, Vitali, Mortara, Valdocco e Michelin secondo temi chiave che hanno previsto la riemersione del percorso della Dora che, prima sotterranea, è divenuta un elemento portante del nuovo parco, l’intervento sui resti degli edifici che sono stati parzialmente recuperati e resi funzionali alla caratterizzazione del parco e la generale integrazione del nuovo parco con un’intera parte di città.

schema parco dora_copy Latz + Partner

Foto: Latz + Partner

Nell’area sono così sorti prati verdi che integrano la torre di raffreddamento dell’ex Michelin (nella cui ex mensa è anche sorto un museo dedicato all’ambiente) e studiate piantumazioni di alberi richiamano in pianta la griglia delle strutture portanti dei vecchi capannoni (lotto Valdocco). A ovest, disegni più elaborati realizzano vasche d’acqua e giardini di pietra in forma di hortus conclusus in quelle che erano le basi in cemento delle strutture dell’ex Ingest, più in prossimità della chiesa del Santo Volto che ne recupera anche la vecchia ciminiera trasformandola in una moderna torre campanaria illuminata di notte da una spirale luminosa.

O, ancora, il recupero dell’ex capannone di strippaggio della Vitali che, emblematico portabandiera di tutto l’intervento accanto a ciò che rimane del suo gemello, mantiene più visibile il ricordo del passato realizzando sotto la copertura uno spazio multifunzionale collegato con la confinante Ingest da una nuova passerella pedonale che attraversa la trafficata via Borgaro.

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