Riqualificare un carcere: il caso Lorusso e Cutugno a Torino | Architetto.info

Riqualificare un carcere: il caso Lorusso e Cutugno a Torino

Premiata all’ultima edizione del premio Riuso per la nuova area per colloqui all’aperto del collettivo Spaziviolenti, ha anche aperto il Ristorante Liberamensa, che ha dato lavoro ai detenuti

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Vincitrice con il progetto per la nuova area colloqui all’aperto nella sezione riservata a Università, Enti, Fondazioni e Associazioni del Premio “Riuso 05 Rigenerazione Urbana Sostenibile”, consegnato a Venezia in occasione della Festa dell’Architetto 2016, la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino negli ultimi tempi è stata al centro di progetti e trasformazioni che stanno cercando di umanizzare il carcere e creare per i detenuti nuove e alternative opportunità riabilitative.

Più conosciuto come carcere delle Vallette, la Casa Circondariale nasce nella seconda metà degli anni settanta e prende il nome dal quartiere in cui sorge, all’estrema periferia nord-ovest della città, che accoglie anche uno dei più importanti ed estesi progetti realizzati nel secondo dopoguerra a Torino dall’Ina Casa, divenuto nel corso degli anni una delle aree più critiche del capoluogo piemontese.

La nuova area colloqui all’aperto del carcere realizza per i detenuti e le loro famiglie un nuovo spazio che consente visite più serene in un ambiente attrezzato, piacevole e flessibile. È uno dei progetti sviluppati dall’associazione Spaziviolenti che nasce a Torino come collettivo studentesco interateneo tra i dipartimenti di Architettura e design del Politecnico e quello di Giurisprudenza dell’Università degli Studi, raccogliendo studenti coordinati da docenti di entrambi gli istituti. Nato per perseguire l’obiettivo di migliorare gli spazi degradati e promuovere i diritti delle persone seguendo i principi dell’accoglienza e della condivisione, ha avuto la possibilità di raccontare i suoi progetti e le sue esperienze anche alla Biennale di Architettura di Venezia targata Aravena, dove è stata parte dell’evento collaterale ufficiale Gang City e ha realizzato, sempre dentro il carcere, un’area per il tempo libero e il relax raccolta attorno a una vasca con le tartarughe.

La nuova area per i colloqui all’aperto è un progetto minimo realizzato con una piccola spesa dall’alta resa: 935 sono infatti i mq su cui si sviluppa un intervento che rifunzionalizza una parte dell’area esterna della casa circondariale, con un impegno di soli 18.000 euro. Può ospitare contemporaneamente un massimo di 65 persone in un’area attrezzata che utilizza molti materiali di recupero come base ed elementi per l’arredo di un giardino in cui sono posizionate 3 aree gioco per i bambini e 11 postazioni per i colloqui, progettato in modo da garantire la privacy dei detenuti e delle loro famiglie ma allo stesso tempo permettere il controllo e la sorveglianza richiesti dalla funzione.

L’intervento, avviato nella primavera 2015 e inaugurato ufficialmente a giugno 2016, è stato realizzato con il supporto progettuale del Politecnico dalla sezione manutenzione ordinaria fabbricati e dalla scuola di formazione professionale della casa circondariale (IPIA Giovanni Plana a cui è sono state affidate le parti in legno) e ha recuperato un’area in stato di abbandono, bonificandola dalle macerie che erano state depositate e restituendola a un buon uso.

La nuova area colloqui non è però l’unico progetto che sta cercando di rendere più umana una casa circondariale che dovrebbe punire ma anche contribuire a dare una seconda possibilità alla vita di chi vi è detenuto. A fine ottobre è stato infatti inaugurato fra le mura del carcere il Ristorante Liberamensa che, promotore di un modello alternativo di recupero sociale che lo rende anche luogo in cui la riabilitazione passa anche attraverso la formazione, realizza uno spazio dalla duplice funzione: mentre di giorno rimane area mensa per il personale che a vario titolo lavora dentro l’edificio, due sede a settimana apre il carcere al pubblico e diventa un ristorante nella cui gestione sono impegnati in modo diretto alcuni detenuti, coinvolti, per adesso in 16, nella preparazione del cibo e nel servizio ai tavoli.

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© Marcello Clerico

L’apertura del ristorante è, in ordine temporale, l’ultimo tassello di un progetto che, nato nel 2005 dalla cooperativa Ecosol e supportato da una Compagnia di San Paolo sempre più preziosa per la città, ha incrementato l’attività rivolta all’interno delle Vallette e avviato attività per l’esterno, tra cui un servizio di catering, che oggi occupano 34 detenuti, 30 dei quali assunti a tempo pieno.

Il ristorante è stato impostato dallo studio torinese di Andrea Marcante ed Adelaide Testa (Uda Architetti) che hanno aperto uno spazio in cui un nuovo progetto d’interni si sovrappone all’esistente fatto di pavimentazioni in marmette e pareti rivestite da perlinato di legno. Nuovi laminati schermano le finestre, vetri colorati smorzano le inferriate, mentre compaiono nuove superfici ceramiche, tende ed elementi grafici elaborati da Studio Fludd. Semplice e apparentemente poco impegnativo l’arredo, con le sedie di formica e tubolari di metallo di ispirazione scolastica che però si affiancano a tavoli componibili realizzati su disegno e un’illuminazione minimale. Il progetto è stato supportato da aziende quali Lago, Abet, Mutina, Kvadrat e Cristal King.

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