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Rivestimenti lapidei: fenomeni di degrado e metodi di conservazione

Come si manifesta il degrado nei materiali lapidei delle architetture moderne e come si può intervenire. Il parere di un esperto

Particolare di un rivestimento lapideo con frattura delle lastre (Foto Dir. Reg. Beni e Attività Culturali Lazio)
Particolare di un rivestimento lapideo con frattura delle lastre (Foto Dir. Reg. Beni e Attività Culturali Lazio)
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Le architetture moderne presentano forme di degrado tipiche, in particolar modo nei materiali lapidei di rivestimento, nonostante la relativa giovane età degli edifici.

Ma, prima di addentrarci nei meccanismi di degrado dei materiali lapidei e quindi tra i conseguenti interventi di conservazione, una domanda è d’obbligo: perché queste architetture sono “invecchiate” più rapidamente rispetto a quelle tradizionali?

Ciò è strettamente legato alle caratteristiche costruttive degli edifici. Pensiamo ad esempio ad alcuni aspetti ricorrenti: l’uso di coperture piane; l’assenza di elementi decorativi in facciata come cornici e aggetti che se presenti proteggono anche contro il dilavamento; la sistemazione all’interno della costruzione dei discendenti delle acque meteoriche; la non completa conoscenza del comportamento termico delle strutture in cemento armato e l’impiego di materiali poco sperimentati; l’uso di elementi meno massivi come le pareti a cassa vuota, le lastre sempre più snelle e le grandi aperture ecc.

Poiché le edificazioni recenti invecchiano più rapidamente rispetto a quelle antiche, andando incontro a una precoce e preoccupante obsolescenza, occorre intervenire con cure e interventi di conservazione specifici.

Vediamo quali sono le caratteristiche dei rivestimenti lapidei più utilizzati, i fenomeni di degrado tipici e gli interventi da effettuare.

I rivestimenti lapidei dell’architettura moderna
Le lastre sottili in marmo sono fissate alle pareti retrostanti con grappe metalliche, con una imbottitura di malta cementizia e con giunti sigillati da mastici speciali; è possibile trovare anche altre pietre come finitura esterna o interna.
I miglioramenti nei processi di estrazione e di taglio industriale dei materiali lapidei, che consentono maggiore economicità e sottigliezza degli elementi, hanno favorito l’utilizzo di lastre per il rivestimento degli edifici sempre più sottili, ma è proprio lo spessore ridotto una delle cause principali del degrado e dei guasti di molte architetture già a pochi anni dall’ultimazione.

Fenomeni di degrado
Le acque meteoriche aggrediscono la superficie esterna degli edifici. Il dilavamento e la conseguente erosione provocano effetti differenti, e un diverso invecchiamento, in relazione alla struttura, cristallina o meno, della pietra usata
Altri guasti tipici delle architetture del periodo sono le infiltrazioni, soprattutto a danno delle parti deboli della costruzione come le coperture piane o i giunti tra le lastre dei rivestimenti, e l’intasamento e la rottura dei canali discendenti delle acque piovane, sistemati all’interno della muratura. Inoltre, l’azione aggressiva dell’acqua sulle grappe metalliche di ancoraggio, così come sui serramenti in ferrofinestra, inizialmente dà luogo a semplici e apparentemente non dannose alterazioni cromatiche, ma successivamente innesca fenomeni corrosivi che provocano aumento di volume e forti tensioni, lesioni, rotture ed espulsione di parti, favorendo l’ulteriore aggressione della struttura interna.

A causare le fessurazioni, le rotture e, talvolta, il distacco dei rivestimenti è però soprattutto il sistema di ancoraggio delle lastre al supporto, unitamente al ridotto spessore delle lastre.
Nonostante, infatti, l’architettura razionalista faccia spesso uso di strutture a telaio, le tecniche di messa in opera del rivestimento rimangono ancorate alla tradizione: le lastre – che appoggiano l’una sull’altra – sono murate ai telai e ai tamponamenti con grappe metalliche spesso invisibili. Ma, rispetto alla tradizione, le lastre hanno spessori sempre più ridotti, aumenta quindi la snellezza senza che si aumenti il numero e la posizione degli ancoraggi.

A ciò occorre aggiungere il differente comportamento alle azioni termiche della struttura in cemento armato rispetto alla struttura muraria tradizionale. La struttura in c.a. risente maggiormente delle dilatazioni dell’armatura metallica in essa presente, e ciò si riflette inevitabilmente sulla superficie di rivestimento.

Franco 3_FIG 2_NUOVA_Rottura di rivestimento lapideo per dilatazioni termiche (Disegno di R. Vernazza)

Meccanismo di rottura di un rivestimento lapideo per dilatazioni termiche in assenza degli opportuni giunti (Disegno di R. Vernazza)

In un periodo successivo mutano le tecniche di ancoraggio, e le lastre lapidee (più spesse rispetto alle prime sperimentazioni) sono poste in opera in modo indipendente l’una dall’altra, con ancoraggi in materiale inossidabile.
Per conservare e consolidare oggi quei rivestimenti lapidei resta comunque fondamentale eliminare le eventuali infiltrazioni d’acqua.

Gli interventi di conservazione sui rivestimenti lapidei
Le tecniche di pulitura sono quelle tipiche per la pietra, ma occorre ricordare che, soprattutto fino alla metà degli anni Trenta del Novecento, i rivestimenti sottili presentano finiture superficiali che sconsigliano metodi di pulitura fortemente abrasivi. La pulitura può pertanto essere eseguita direttamente con acqua (preferibilmente nebulizzata o atomizzata e deionizzata), con impacchi assorbenti, con il laser o – con estrema cautela – con mezzi meccanici (microsabbiatura e microidrosabbiatura di precisione).

Per il consolidamento si può fare ricorso a polimeri di sintesi: ad esempio le resine siliconiche uniscono alla funzione consolidante anche quella protettiva. In questo caso l’esiguità dello spessore delle lastre di rivestimento può risultare un vantaggio: il consolidante può penetrare meglio nel materiale (naturalmente in funzione della porosità del materiale stesso), senza il rischio di indurire solo sulla superficie della lastra. Si ricorda che occorre far sì che il consolidante non occluda completamente la porosità naturale della pietra.
Possono inoltre essere effettuate riadesioni di singole parti distaccate, con resine o adesivi polimerici e bicomponenti, massellature e ancoraggi puntuali o, nel caso di mantenimento in situ del metallo originario, con la pulitura del perno o delle staffe e la loro protezione anticorrosiva.

Nelle operazioni di consolidamento, inoltre, i giunti devono essere accuratamente sigillati, con particolare attenzione anche al materiale da impiegare, per evitare alterazioni all’immagine dell’edificio ma al contempo impedire la percolazione dell’acqua.

Una volta consolidati, i rivestimenti sono poi generalmente trattati superficialmente con protettivi polimerici o di natura chimica inorganica o anche con cere e stuccature superficiali.

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