Sisma e ricostruzione: Com’era, dov’era, una storia che si ripete? | Architetto.info

Sisma e ricostruzione: Com’era, dov’era, una storia che si ripete?

A seguito del terribile sisma del Centro Italia, una riflessione sulle evoluzioni del “com’era, dov’era”. Il patrimonio storico immobiliare è sempre più condannato a mero valore estetico?

Aquilonia fu distrutta dal terremoto del luglio 1930. Il paese nuovo è stato ricostruito a qualche km di distanza. Oggi si sta restaurando, dopo quasi un secolo di abbandono, quel che resta del vecchio abitato. (Fonte Foto: Flickr Fiore S. Barbato - https://www.flickr.com/photos/fiore_barbato)
Aquilonia fu distrutta dal terremoto del luglio 1930. Il paese nuovo è stato ricostruito a qualche km di distanza. Oggi si sta restaurando, dopo quasi un secolo di abbandono, quel che resta del vecchio abitato. (Fonte Foto: Flickr Fiore S. Barbato - https://www.flickr.com/photos/fiore_barbato)
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Il termine “monumento” deriva da mŏnēre, che significa ricordare, ma anche consigliare, raccomandare, consultarsi. E’, perciò, una comprensione dell’opera urbana attraverso le sue diverse forme e in tutta la complessità, assolta dal restauro conservativo con l’obiettivo di coglierne la storia e i valori di cui si fa messaggera.

In tale prospettiva, già nell’età Romana classica furono in auge interventi di manutenzione e consolidamento. Si pensi, infatti, al caso di Pompei, la quale nel 62/63 d.C. subì un terremoto che portò ad operare tali tipi di interventi prima dell’eruzione del Vesuvio, avvenuta nel 79 d.C.. Testimonianza diretta della loro introduzione si ebbe a seguito della campagna di scavi intrapresa a partire dal 1748, in cui riemerse l’adozione di sistemi antisismici (come la trave Gerber, e descritti dal prof. Salvatore Di Pasquale nel testo “L’arte del Costruire. Tra conoscenza e scienza”) e acclarò il loro uso anche nel resto dell’Italia meridionale.

Un’introduzione che interessò principalmente la natura tecnica, e non stilistica, dell’opera, come peraltro si ritrova in una certa misura nel concetto dell’anastilosi. Quest’ultima, però, si differenzia per l’ambivalente, quanto equivoca, ricomposizione forzosa dell’immagine attraverso la sistemazione materica degli elementi.

Dipanando la matassa della Storia, fu invece Leon Battista Alberti a paragonare la casa alla città, in cui è lo studio del degrado a stabilire canoni e regole per il nuovo, al fine di evitarne diverse problematiche amplificate e sottolineate dalla scarsa manutenzione. Dunque, una riflessione che delineò la necessità del consolidamento come tramite per giungere al nuovo. Secoli dopo, il passaggio verso una scala più allargata fu merito di Gustavo Giovannoni, il primo a pronunciarsi in merito al restauro urbano e non più solo architettonico. Egli estese la tutela/restauro puntuale dei monumenti e degli oggetti a diffuse porzioni del centro storico, in una trasformata visione da puntuale a diffusa, da locale a seriale.

Ma i beni, oltre al valore proprio in quanto monumenti, posseggono anche valori aggiuntivi, di tipo relativo. E’ un insieme che dev’essere composto da più addendi, utili nel chiarire la conoscenza dell’opera, quali la storia (attraverso fonti documentali e dirette), i materiali, le tecniche costruttive e lo stato di conservazione. Certo, pur ammettendo una positività nel lavorare in continuità con la pre-esistenza, un progetto che intenda essere nuovo lo dev’essere per lessico, materiali e tecniche, senza scivolare nella mera copiatura o nella parodia dell’esistente. Il rischio che si corre, specialmente nelle ricostruzioni, è sennò quello dell’ambientismo, ossia la riedificazione di parti crollate impiegando materiali, tratteggiando sagome e ipotizzando volumetrie desunte dagli edifici di contesto, miserevole somma verso tentativi di mimesi urbana.

La corrente del “com’era, dov’era” conobbe il suo caso emblematico nel crollo del Campanile della Basilica di San Marco, a Venezia, collassato su se stesso nel 1902. Fu aspra la querelle seguita al grido unanime di ricostruzione, ritenuta da tutti necessaria ma che divise negli intenti promossi: “com’era, dov’era” secondo i veneziani, “dov’era, ma non com’era” secondo architetti austriaci dell’epoca quali Otto Wagner. Come noto, vinse la proposta di Luca Beltrami (avallata da Gaetano Moretti), che ripresentò il primigenio campanile ma in calcestruzzo armato, rivestendolo in mattoni. Dunque, l’introduzione tecnica come principio conduttore rispetto alla cifra stilistica contemporanea, ritenuta non preminente nell’operazione.

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Le macerie del crollo del Campanile di San Marco nel 1902 (fonte foto: Veneziadoc.net / Storia di Venezia)

A tal proposito, la Seconda Guerra Mondiale palesò proprio questo comportamento sociale, e, di concerto, anche quello culturale. Il secondo conflitto bellico mondiale distrusse città sia per motivi ideologici che militari lasciando in eredità una situazione di emergenza diffusa, la quale sancì l’importanza primaria della ricostruzione. In Italia, tra le figure di spicco dell’accorato dibattito vi furono Bernard Berenson, fautore del “com’era, dov’era”, e Guglielmo de Angelis D’Ossat, sostenitore della compromissoria ricostruzione degli edifici nelle loro volumetrie originali ma integrati con nuove tecnologie, anche adeguando gli ambiti spaziali alle norme tecniche e igieniche.

Si produssero, quindi, molti falsi storici con la finalità di riprodurre simboli cittadini, in Italia come all’estero. Si pensi al caso di Varsavia, rasa al suolo con il preciso scopo di cancellare l’identità del popolo polacco, e perciò rifatta “com’era, dov’era” sulla base di documentazione fotografica e scritta. Stessa sorte toccò a Francoforte, demolita e ricostruita in maniera moderna ad eccezione del centro storico, anch’esso riproposto “com’era, dov’era”. Dunque, queste ricostruzioni furono dettate da istanze di natura psicologica e morale, a risarcimento di un trauma collettivo che trovò assolvimento in una lettura nostalgica del passato.

Tra le voci controcorrente si levò quella di Bruno Zevi, il quale propose un giusto inserimento del moderno all’interno dei centri storici, come per il caso del Ponte S. Trinita a Firenze, ma la cui visione venne osteggiata da motivi politici e ideologici. La proposta di libertà stereometriche fu mediata da Roberto Pane, il quale, pur trovandosi in concordanza con quanto espresso da Zevi, si spese per un linguaggio moderno ma contenuto nelle sagome delle vecchie volumetrie. Questo caos corale, fatto di molteplicità di letture, contribuì a lasciare campo aperto alla speculazione edilizia e alla cronaca, gestita da palazzinari, in loco di prosa e poesia.

Ponte di S. Trinita di Firenze

Ma dunque, se l’opera architettonica è un documento che occorrerebbe conservare insieme alla sovrascrittura della stessa nel tempo, ha senso la replica fedele della stessa in caso di sua scomparsa? Qualora si intenda procedere alla ricostruzione cosiddetta “fedele”, diventa il giudizio soggettivo l’unico metro valutativo per decidere cosa tenere o eliminare rispetto all’originale, a seconda dei casi? E’ utile interrogarsi proprio su cosa si possa veramente celare dietro il termine “fedele”, in quanto il buonismo che emana rischia di trasformarsi nel peggiore dei passe-partout per qualificare un escamotage interventista.

In conclusione, l’escursus temporale tratteggiato è utile per evidenziare l’avvenuta modificazione dell’opera nel suo valore. A partire dagli anni ’80, a seguito dell’ideologia edonista cosiddetta Reaganiana, ciò che interessa non è tanto la materia di cui l’oggetto è costituito quanto piuttosto la sua simbologia, l’immagine che questi possiede o rende di sé. In luce di ciò, è perciò lecito chiedersi se il bene culturale possegga un valore solo in quanto implichi essere, involontariamente, una risorsa economica.

Se, dal punto di vista economico, la teoria edonista trova nutrimento proprio dalla linfa estetica, dal punto di vista culturale tale alimento rischia di far appassire l’intera pianta per la mistificazione di cui si nutre. Tale opera, infatti, non varrà quanto l’originale in quanto non è memoria, ma solo copia: è culturame. Tuttavia, a questa alterazione, resta però indifferente l’immaginario collettivo degli abitanti che andrà ad accoglierla, in quanto ripristina, come in uno scenario teatrale, il fondale dell’agire quotidiano. E poco importa della “patina del tempo” e dell’impoverimento culturale che diventa reale. Dunque, l’immagine della città storica, e questa sua faziosa riproposizione in chiave estetica, ne svela l’algida visione dietro l’operatività.

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Messa in sicurezza della Basilica di San Bernardino a L’Aquila, colpita dal terremoto del 2009 e riaperta nel 2015

Appurata l’importanza della ricostruzione secondo le possibilità contemporanee dei linguaggi, di potenziale interesse potrebbe essere, anche, percorrere un simbolismo differente, aprendo all’idea di Cederna circa la cicatrizzazione urbana. Creare, localmente, un giardino in loco delle macerie rimosse (come si fece nei casi di Dresda e Berlino nel secondo dopoguerra) potrebbe essere letto come una sorta di ruinismo, senza dubbio dal sapore utopico, ma utile alla memoria collettiva in quanto viva testimonianza dettata dall’utilizzo.
In buona sostanza, ciò che serve oggi è il coraggio delle azioni e della sensibilità utile a tradurle in pratica. Ma che, da 40 anni a questa parte, manca, con buona pace dei 147 miliardi spesi per “riparare i danni causati dai terremoti” (cifra esposta in una recente puntata di “Porta a Porta”) e della cultura della prevenzione.

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