T Fondaco dei Tedeschi di OMA a Venezia: la copertura più discussa dell'anno | Architetto.info

T Fondaco dei Tedeschi di OMA a Venezia: la copertura più discussa dell’anno

Aperta l’attesa e controversa rifunzionalizzazione diretta dallo studio Oma di Rem Koolhaas e Ippolito Pestellini Laparelli che ha trasformato l’ex ufficio postale nella prima shopping gallery europea del Gruppo DFS

© Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti/Dfs Group
© Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti/Dfs Group
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Dopo tre anni di cantiere e un iter piuttosto complesso, la controversa trasformazione del Fondaco dei Tedeschi, ora T Fondaco dei Tedeschi, in shopping gallery di alta gamma elaborata da OMA e allestita da Jamie Fobert si è finalmente presentata al mondo ed è aperta al pubblico dall’1 ottobre.

Il nuovo spazio veneziano, il primo in Europa, del Gruppo DFS (Duty Free Shop, divisione luxury travel retail di Lvmh), a differenza di quanto realizzato da Rem Koolhaas nell’incredibile Fondazione Prada che a Milano ha recuperato l’ex distilleria Società Italiana Spiriti, questa volta non è riuscito a mettere tutti d’accordo. I dubbi sull’intervento sono e sono stati molti, sarà per l’allestimento del britannico Jamie Fobert e per le scelte progettuali di OMA, sarà per la nuova destinazione d’uso di un monumentale complesso a una manciata di metri dal Ponte di Rialto, nel pieno centro della città museo per eccellenza, sarà perché il restuaro e la rifunzionalizzazione di importanti edifici del passato non sono processi lineari (come anche l’esempio torinese di Palazzo del Lavoro conferma), o, semplicemente, perché non sempre tutte le ciambelle escono con il buco.

L’idea di rifunzionalizzare il Fondaco dei Tedeschi, edificio a tre piani con corte centrale eretto nel XII secolo per ricevere e stoccare le merci in arrivo dalla Germania, nasce nel 2008, quando il complesso, ufficio postale di proprietà di Poste Italiane a partire dagli anni trenta del Novecento, viene dismesso e acquisito per 53 milioni di euro da Edizione Property, società appartenente al gruppo Benetton.

Clicca la gallery per vedere il progetto.

Rem Koolhaas, affiancato dal partner Ippolito Pestellini Laparelli e da Francesco Moncada e Silvia Sandor, viene incaricato della redazione di un delicato progetto di trasformazione che, presentato anche alla Biennale di Architettura 2010, ha richiesto l’approvazione di una variante al piano regolatore cittadino ed è stato oggetto di pesanti critiche fin dalla presentazione dei primi render. Nonostante l’appoggio del Comune, che dall’operazione ha incassato oltre 6 milioni di euro, opposizioni e pareri negativi sono subito arrivati da personaggi come Salvatore Settis e da associazioni quali Italia Nostra, che ha portato avanti un ricorso al Tar poi bocciato, mentre sia la locale Soprintendenza che il Comitato tecnico-scientifico per i beni architettonici e paesaggistici del Consiglio Superiore dei Beni culturali hanno bocciato la prima proposta, imponendo modifiche nei materiali e un ridimensionamento complessivo.

Il permesso di costruire ottenuto faticosamente a marzo 2013 segna la fine di un iter tormentato che alla fine ha visto imporsi la trasformazione e ha aperto la strada all’avvio di un cantiere complesso che, affidato a Sacaim-Rizzani De Eccher, ha portato all’apertura del nuovo T Fondaco dei Tedeschi.

Il nuovo complesso si sviluppa all’interno di un edificio in cui le necessità di adeguamento imposte dalle funzioni assolte nel corso dei secoli (oltre a ufficio postale è stato anche uffici della dogana) avevano aggiunto a protezione della corte interna una copertura metallica che si è poi affiancata a strutture ed elementi in cemento armato. Poco oltre 9.000 sono i metri quadri complessivi recuperati per funzioni commerciali (4.078 mq), ma anche pubbliche (2.657 mq prevalentemente al piano terra) e di servizio (2.424 mq): l’impostazione del progetto ha infatti dato all’edificio nuovi ingressi (da Campo San Bartolomeo e Rialto) e confermato i preesistenti, ha aperto e reso pubblica la corte interna (rinnovando secondo Koolhaas il concetto di “campo” a disposizione della città), destinando parte del piano terra e i piani intermedi, dal primo al terzo, agli spazi commerciali e realizzando un nuovo spazio, aperto e destinato alla cultura, a livello della copertura.

I punti chiave della nuova trasformazione, fin da subito contestati e al centro delle forti perplessità provenienti da più parti, sono stati diversi. Innanzitutto la parziale demolizione dei setti murari interni voluta da Koolhaas per aprire visuali in cui si intravedono le nuove (e sicuramente necessarie) scale mobili interne, per le quali è stato scelto un rosso accesso.

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La ‘discussa’ copertura © Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti/Dfs Group

La gestione della copertura e dell’ultimo livello, dove il progetto realizza un event pavillion, è forse il punto più delicato: accanto al restauro della vecchia copertura metallica, è stato infatti realizzato un nuovo tetto dall’imposta elevata di 1,5 m rispetto all’originale che dà accesso a una nuova terrazza panoramica che, con parapetti e piani di calpestio in legno, si apre a 360° sui tetti di Venezia. Al di sotto della copertura vetrata, l’inserimento di un nuovo solaio traslucido di acciaio e vetro in corrispondenza della corte centrale recupera lo spazio necessario a una sala polivalente sormontata dall’originaria lanterna e destinata ad ospitare mostre ed eventi culturali, il primo dei quali è stato l’installazione “Under water” di Fabrizio Plessi, aperta insieme all’inaugurazione del nuovo Fondaco.

Altri progetti: Rigenerazioni urbane: l’Holland Green di OMA e Allies and Morrison a Londra

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