Rem Koolhaas e i 'fondamenti' del costruire | Architetto.info

Rem Koolhaas e i ‘fondamenti’ del costruire

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L’edilizia (l’architettura, per chi vuole o può permetterselo) dissezionata in 15 parti. Così è, secondo Rem Koolhaas e il suo folto, compatto e ben assortito gruppo di collaboratori, l’atto del costruire.

I 15 “Elements of architecture” sono l’esito di una storia millenaria che tiene insieme valori simbolici, politici e sociali, forme ancestrali, progressi e prodigi tecnici, modi d’uso, esigenze normative, trasferimenti di tecnologie. Per illustrarli, “l’olandese volante” (sempre in aereo da una parte all’altra del globo per seguire cantieri, cercare commesse, tenere lezioni e conferenze) e i suoi accoliti hanno finalizzato una grande ricerca corale, coerente e omogenea, svolta in due anni dagli studenti della Harvard School of Design con AMO e Stephan Trüby, cui si aggiungono varie collaborazioni, tra cui quelle di Alejandro Zaera-Polo, Tom Avermaete, Manfredo di Robilant, il Mit di Boston e Politecnico di Eindhoven.

Una ricerca che guarda alla storia del mondo con quella curiosità onnivora, perspicace ed eclettica che ci ricorda il fortunato approccio interpretativo di Delirious New York. D’ora in poi nessuno studioso o tecnico o chicchessia che vorrà occuparsi in maniera comparata di uno degli Elements potrà esimersi dal confrontarsi col poderoso compendio presentato a Venezia: per ciascuno di essi si restituiscono una fenomenologia e semantica ricca d’implicazioni di particolare interesse. Una summa che si esplicita nei 15 libri costituenti il vero catalogo (giustamente solo in inglese) e l’esito duraturo della ricerca. Punto e a capo.

La mostra al Padiglione centrale dei Giardini della Biennale sgombra subito il campo dall’ideologia. L’approccio è didascalico senza trascurare l’evocazione: vi si raccontano storie emblematiche per quasi ciascun Element, ognuno dei quali in forma monografica occupa una sala, talvolta con azzeccati allestimenti site specific: il trompe l’oeil del controsoffitto nella sala d’ingresso con cupola ottagonale a coprire in parte l’affresco del 1909 di Galileo Chini; il pavimento sopraelevato, in parte scoperchiato, con robottino per le pulizie che sbatte indefessamente tra i sostegni dell’intercapedine; le sezioni di vari muri ricostruiti al vero e confrontati con quelli del contenitore ospitante, con tanto di controparete per gli allestimenti; i balconi, con affaccio di un’esotica loggia-bow window con moucharabieh sul salone adiacente; e ancora, sfruttando l’unico dislivello del padiglione, il claustrofobico corridoio con tanto di percorsi distributivi.

Alcune storie sono davvero sorprendenti: come quella di Friedrick Mielke (classe 1921), fondatore presso la Ostbayerische Technische Hochschule a Regensburg dell’Istituto per la scalalogia; o quella del barone George Khevenhuller, governatore della Carinzia, che nel tardo Cinquecento, ossessionato dagli assalti ottomani, fa realizzare un sistema di 14 porte a difesa di Burg Hochosterwitz (in una sala che tiene insieme sistemi di controllo per la sicurezza negli aeroporti, serrature medievali e centinaia di maniglie dell’ultimo secolo, comprese quelle di design); o quella di Charles Brooking (classe 1953), collezionista di finestre di tutte le epoche e fogge ora diventate National Heritage in Inghilterra (in sala presentate accanto ai sistemi di produzione e collaudo industriale di serramenti); o quella del suo connazionale William Cavendish-Scott-Bentinck, quinto duca di Portland, che a Welbeck Abbey in pieno Ottocento ha fatto realizzare una rete di corridoi e collegamenti underground tra vari edifici della sua tenuta. O ancora, troviamo un meritato tributo allo statunitense Timoty Nugent (classe 1923) per il suo impegno all’accessibilità degli edifici ai diversamente abili; le rampe sono infatti state una rivoluzione nella storia della produzione edilizia e architettonica, molto più importante di altre innovazioni griffate.

Ovviamente, sulle pareti delle sale, profusioni di utili abachi, timeline, schemi sinottici e tematici: su tutti, la tassonomia inerente le 12 ecologie dell’involucro, che illustra nel secondo Novecento altrettanti sistemi di facciata, considerata da Zaera-Polo metonimia dell’architettura. Di particolare valenza culturale l’avvio, da parte di AMO, della prima traduzione inglese del trattato di Yingzao Fashi (1103), il più completo e importante sull’architettura e i vari sistemi di costruzione in legno, nel Novecento caduto nel dimenticatoio anche in Cina (con le note conseguenze sulla conservazione del patrimonio storico), che ha permesso la riproduzione del tetto di un antico tempio attraverso prototipazione. Mentre è esilarante l’accostamento tra la litoidica sedia-toilette a forma di biga d’epoca romana e il superaccessoriato wc nipponico contemporaneo. 

Insieme, poi, i 15 Elements sono condensati in un godibilissimo collage di sequenze tratte da noti film, a cura di Davide Rapp. Capzioso sarebbe discutere se la tematizzazione in 15 voci sia completamente coerente ed esaustiva o riveli clamorose assenze. Di certo, il corridoio è l’unica entità spaziale considerata, a differenza delle altre occorrenze; mentre gli impianti avrebbero forse meritato una trattazione a se stante, e non solo considerati sotto i sopralzi dei pavimenti o sopra i ribassamenti dei soffitti. Troppo debole, invece, la sezione fireplace, con il Local warming di Carlo Ratti e del Senseable Lab del Mit che, per seguire le persone nell’appartamento e scaldarle in maniera puntiforme, le scambia per uova al tegamino. 

Molti obietteranno che, come presso “Monditalia” alle Corderie, sono assenti i progetti di architettura e gli architetti (tranne Barkow Leibinger, quasi onnipresenti in qualità di partner tecnici). Francamente, la mancanza è sopportabile. 

Invece, in quanto a partnership, l’intelligente quanto astuto Rem è riuscito in un’altra delle sue imprese: con la concretezza degli Elements, è stato così possibile sdoganare il mondo delle aziende produttrici, chiamate come principale “prestatore” degli oggetti in mostra, elevandole rispetto all’ambiguo ruolo di sponsor e facendo cadere gli ultimi tabù di pudicizia in quanto a pubblicità più o meno occulta. Una mossa Fundamental, di questi tempi.



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