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Scatole psichedeliche

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Da Copenhagen, un uomo libero e curioso parte per un giro del mondo in un furgone Volkswagen alla ricerca di stimoli innovativi. Verner Panton (1926-98) è un giovane artista che assorbe in pieno le tensioni della generazione beat.

Al rientro da quell’avventura conoscitiva, scatta un linguaggio capace di esprimere, in forme audaci e nuove, il clima di un’epoca di profondi cambiamenti. Il mondo di Panton è un mix alchemico di suggestioni spaziali, di desideri radicali e di visioni psichedeliche. La sua eccentricità progettuale è una specie di bomba nel panorama delle forme pure e tardo-borghesi di tanto design coevo.

La sua ricerca è innanzitutto di natura tipologica e si esercita specialmente sui prodotti. Ma è forse il primo designer a codificare un linguaggio attraverso il progetto dell’ambiente. Ambiente, appunto, che non è riconducibile alla semplice decorazione d’interno. Panton insegue una compenetrazione acida tra geometrie optical, colori esplosivi, luce e materiali della modernità. Non è semplice decorazione poiché estremizza il coinvolgimento sensoriale.

I suoi ambienti sono di matrice psichedelica non tanto per la presenza dei suoi arredi – già di per sé molto innovativi – ma grazie al disegno delle superfici. La loro spiccata tridimensionalità consente di acquisire nuove strade percettive.

Panton annulla la tradizionale gerarchia tra soffitto, parete e pavimento. Onde e colori che si inseguono, così come il bianco e nero, il rosso fluo, la cromatura si accostano aggressivamente al piano cromato. Tra semisfere, piramidi e onde libere, l’occhio e la mente fluttuano alla ricerca di sensazioni assurde.

I suoi spazi sono definiti dalla soluzione del contrasto. Eppure tutto raggiunge un equilibrio perfetto.

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