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Thayhat

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Fiorentino d’adozione e cittadino svizzero per scelta, Ernest Henry Michahelles, in arte Thayaht, rappresenta una figura singolare nel panorama dell’arte tra le due guerre. Fu eclettico sperimentatore, inventore, pittore, scenografo, orefice e disegnatore di mobili.

La sua mentalità versatile lo portò sia a spaziare nelle discipline, sia ad essere cosmopolita. Nei primi anni Venti, infatti, era pienamente inserito nei salotti parigini, dove collabora con l’atelier di Madeleine Vionnet. Dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti, nel 1921 s’iscrive all’Università di Harvard a Cambridge per seguire come allievo speciale un corso tenuto da Denman W. Ross.

Nacque a Firenze nel 1893 e trascorse l’infanzia e l’adolescenza nella villa presso Poggio Imperiale, residenza e studio del bisnonno, lo scultore americano Hiram Powers. Il rapporto con l’arte, dunque, era qualcosa di viscerale.

Il suo concetto di arte oscillava tra il gusto Déco e l’avanguardia futurista. Fu sua l’idea di concepire un abito universale, che abbattesse tutte le distinzioni sociali: la tuta. Il modello a T, le linee rette, in canapa colorata o cotone grezzo della tuta eliminavano infagottature e l’indumento si rivelava perfetto per ogni occasione. Era la sintesi analogica di impronta futurista di un corpo umano a braccia aperte, canone dello spazio policentrico e della raffinatezza “dandy” tipica del déco. La tuta racchiudeva anche il leit motiv dell’arte di Thayhat, la connessione tra estetica e funzione, eleganza ed economia.

Il pensiero di Thayhat si potrebbe definire da proto-designer, precursore dei costruttivisti (che pensarono alla tuta come abito da lavoro), influenzato da proposte d’avanguardia per il tempo, come quelle del Bauhaus tedesco. Per la tuta, infatti, Thayhat aveva pensato a stoffe e colori brillanti con forme geometriche, che conferivano un effetto di estrema raffinatezza.

C.C.

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